- Mosca conferma l’esistenza di un canale «aperto e riservato» col Vaticano. Pure il presidente degli States apre a Vladimir Putin, incalzato dal disastro dell’economia americana. La crisi del grano è nelle mani del Sultano.
- Il segretario dell’Alleanza atlantica Jens Stoltenberg sposa la linea di chiusura di Ankara: l’adesione al patto di Finlandia e Svezia a rischio per il loro atteggiamento verso il Pkk.
Lo speciale contiene due articoli
La diplomazia vaticana continua a muoversi sulla crisi ucraina. A confermarlo è stato il direttore del primo dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, Alexei Paramonov. «La dirigenza vaticana ha ripetutamente dichiarato la propria disponibilità a fornire ogni possibile assistenza per raggiungere la pace e porre fine alle ostilità in Ucraina», ha dichiarato il diplomatico russo. «Queste affermazioni sono confermate nella pratica. Manteniamo un dialogo aperto e riservato su una serie di questioni, principalmente legate alla situazione umanitaria in Ucraina», ha aggiunto.
Contemporaneamente proseguono i tentativi diplomatici della Turchia. Tayyip Erdogan ha annunciato che risentirà telefonicamente in settimana sia Volodymyr Zelensky sia Vladimir Putin, per cercare di rilanciare i negoziati e arrivare allo sblocco dei porti ucraini. Un nodo, quello della crisi alimentare, rimarcato ieri anche dalla Commissione europea. «La priorità immediata è portare via il grano dall’Ucraina», ha dichiarato il commissario europeo all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski. Dello stesso tema hanno discusso, sempre ieri, il segretario di Stato americano Tony Blinken e l’omologa britannica Liz Truss.
Nel mentre, resta poco chiaro lo stato effettivo dei rapporti tra Joe Biden e lo stesso Zelensky. Ricordiamo che la settimana scorsa il presidente americano aveva accusato il leader ucraino di non averlo voluto ascoltare, mentre lanciava l’allarme su un’imminente invasione russa. Una tesi che è stata tuttavia respinta seccamente da Kiev. Del resto, non si tratta del primo attrito recentemente verificatosi tra Washington e Kiev. Senza poi dimenticare l’indisponibilità statunitense a rifornire gli ucraini di missili a lungo raggio. Tutto questo, mentre – negli ultimi tempi – si sono susseguiti colloqui ad alto livello tra americani e russi. In questo quadro, ieri Dagospia, citando fonti di Washington, ha riferito che sarebbero addirittura in corso delle trattative dirette tra Biden e Putin. Si tratta di uno scenario tutt’altro che improbabile: non bisogna infatti trascurare due fattori. Sul piano interno, la crisi ucraina sta causando degli impatti notevolmente negativi sull’economia statunitense: l’inflazione è ai massimi da quarant’anni, mentre il caro carburante ha raggiunto livelli stellari. Elementi, questi, che preoccupano significativamente Biden in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Sul piano internazionale, va poi ricordato che, nonostante la retorica anti russa, l’attuale inquilino della Casa Bianca sta contraddittoriamente negoziando con Mosca da oltre un anno per rilanciare il nefasto accordo sul nucleare con l’Iran. Ragion per cui Biden non ha mai avuto realmente intenzione di bruciare tutti i ponti con il Cremlino. Questo non deve ovviamente indurre a pensare che Washington si accinga ad abbandonare ipso facto l’Ucraina al suo destino. Tuttavia è plausibile ritenere che Biden tirerà parzialmente il freno a mano, avvicinandosi forse alla linea trattativista di Italia, Francia e Germania.
Per il momento restano ondivaghi anche i rapporti tra Washington e Pechino. Ieri, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, ha usato parole relativamente concilianti per descrivere il suo incontro con l’omologo cinese, Wei Fenghe, avvenuto venerdì a Singapore.
«È stato un passo importante nei nostri sforzi per sviluppare linee di comunicazione aperte con la leadership dell’Esercito popolare di liberazione… È stata un’importante opportunità per sollevare le nostre preoccupazioni sul potenziale di instabilità nello Stretto di Taiwan», ha detto.
E proprio il dossier taiwanese aveva creato delle tensioni nel corso dell’incontro tra Austin e Wei Fenghe. Il capo del Pentagono aveva accusato Pechino di «approccio aggressivo», mentre il ministro cinese aveva replicato, ribadendo la volontà della Repubblica popolare di procedere all’«unificazione». La distanza, insomma, resta notevole.
Probabilmente l’amministrazione Biden crede ancora di poter convincere i cinesi a far pressione sui russi per dissuaderli dal proseguire l’invasione dell’Ucraina. Una speranza che rischia di rivelarsi vana. Nonostante le recenti voci di attriti tra Pechino e Mosca, Xi Jinping non ha per ora alcuna convenienza ad abbandonare Putin. Che l’asse sino-russo resti al momento saldo è d’altronde testimoniato dalla recente inaugurazione del ponte di collegamento tra la città russa di Blagoveshchensk e quella cinese di Heihe: una mossa non solo simbolica, ma che mira anche a rafforzare i rapporti commerciali tra i due Paesi.
Al di là delle pericolose ambiguità di Pechino, Washington deve fare molta attenzione alle mosse di altri Paesi politicamente piuttosto vicini alla Russia. Venerdì scorso, il vice primo ministro bielorusso, Igor Petrishenko, ha annunciato che i membri della comunità degli Stati indipendenti avrebbero approntato un piano congiunto per contrastare le sanzioni occidentali. Tutto questo, mentre – negli scorsi giorni – un alleato di Putin come il presidente venezuelano Nicolas Maduro si è recato in visita in Turchia, Algeria e Iran rafforzando i legami di Caracas con tutti questi Paesi. Varsavia si è detta frattanto pronta a rispondere a un eventuale attacco russo. «Se la Russia dovesse mai pensare ad attaccare la Polonia, il Cremlino sappia che 40 milioni di polacchi sono pronti a prendere le armi e difendere la madrepatria», ha dichiarato ieri il premier polacco, Mateusz Morawiecki. Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podoloyak, ha intanto chiesto più armi per negoziare da una «posizione di forza».
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