Da quando Donald Trump ha deciso di nominarlo ministro della Salute, non passa giorno senza che i quotidiani progressisti ringhino all’indirizzo di Robert Kennedy Jr. Ieri, sulla Stampa, Eugenia Tognotti lo dipingeva come un mostro antivaccinista, «divulgatore di fake news nel segno dell’antiscienza». Da una parte questi attacchi sono indice del fatto che la presenza di Kennedy nel cuore delle istituzioni sanitarie americane suscita timore. Dall’altra parte, le scomposte aggressioni giornalistiche sono il riflesso condizionato di una cultura che si è imposta nei decenni e che si può definire «tirannia degli esperti». Ne abbiamo avuto plurime dimostrazioni in questi anni: esiste un piccolo gruppo di persone che si ritiene depositario della verità assoluta e pensa di essere titolato a prendere ogni decisione, soprattutto sulla salute dei cittadini.
A coloro che – soprattutto da sinistra – sostengono questa posizione dovrebbero essere somministrate ripetute dosi di un libro appena pubblicato dalla casa editrice anarchica Eleuthera, firmato da uno dei maggiori filosofi della scienza di sempre. Un uomo non certo di destra e dotato di un’intelligenza scoppiettante di nome Paul K. Feyerabend. Di recente Feltrinelli ha pubblicato l’edizione definitiva del suo capolavoro Contro il metodo (uscito nel 1975), ma i testi contenuti nell’antologia intitolata Conoscenza e libertà sono ancora più importanti per i nostri giorni.
«In una democrazia», sostiene il pensatore austriaco, «il singolo cittadino ha il diritto di leggere, scrivere e propagandare ciò che più desidera. Se è ammalato, ha il diritto di essere curato come preferisce: da un guaritore, se crede nella medicina alternativa, o da medici praticanti la medicina scientifica, se ha maggiore fiducia nella scienza. E non ha solo il diritto di accettare le idee che vuole, di vivere in accordo a esse e di diffonderle come semplice individuo, ma può anche costituire associazioni a sostegno delle sue opinioni».
Sappiamo bene che cosa risponderebbero a queste frasi i novelli sacerdoti della scienza. Ma Feyerabend già nel 1977 preveniva (e smontava) le obiezioni. «Le persone comuni hanno le conoscenze necessarie per prendere decisioni di questo tipo? Non commetterebbero errori madornali? E non sarebbe quindi necessario lasciare che siano gli esperti a prendere le decisioni più importanti?», si domandava. E rispondeva: «In una democrazia, sicuramente no».
Per Feyerabend, «una democrazia è un’aggregazione di persone mature, non un gregge di pecore che ha bisogno di essere guidato da un gruppo ristretto di spocchiosi. La maturità non si trova per strada, deve essere conquistata. […] La si impara prendendo parte attiva a decisioni in merito a questioni ancora aperte. La maturità è più importante del sapere specialistico e va ricercata anche quando questo processo entra in conflitto con i rompicapi sottili e ingannevoli degli scienziati. […] Gli scienziati ovviamente ritengono che non ci sia niente di meglio della scienza. Ma una fede cieca come questa non può bastare ai cittadini di una democrazia. È perciò necessaria la partecipazione delle persone comuni alle decisioni più importanti, anche se ciò dovesse ridurre il tasso di successo delle decisioni prese».
Un tempo, le persone di sinistra ascoltando queste parole avrebbero annuito. Ora, probabilmente, inorridiscono. E il motivo è che – appunto – si è imposta ovunque la tirannia degli esperti. Una stortura contro cui Feyerabend si è battuto come un leone, purtroppo senza grande successo.
«Un esperto», spiegava il grande filosofo, «è un uomo, o una donna, che ha deciso di raggiungere l’eccellenza, l’eccellenza suprema in un campo ristretto a scapito di uno sviluppo equilibrato. Ha deciso di assoggettarsi a standard che lo limitano in molti modi compresi il suo stile di scrittura e il suo modo di parlare – ed è disposto a condurre la maggior parte della sua vita lavorativa conformandosi a questi standard». Feyerabend procede con il maglio: «Che essere un esperto sia un problema e non qualcosa di cui andare fieri lo ha capito, parecchio tempo fa, Aristotele», spiega. «Un uomo libero, secondo lui, è un uomo che ha il senso dell’equilibrio. Ha il senso della prospettiva. È ben informato in politica, nelle scienze, nelle arti. Dà peso a tutte queste cose, lascia che tutte influenzino in qualche misura il suo essere. Gli uomini pensano, ma sono anche capaci di emozioni. Si interessano alla politica, ma si interrogano anche sulle stelle. Vogliono il potere, ma vogliono anche sottomettersi a un’autorità superiore. Nessuno di questi interessi, nessuno di questi argomenti può richiedere un’attenzione esclusiva, e ognuno va perseguito con moderazione. Questa moderazione non si può conseguire in astratto, dedicandosi a un argomento nella convinzione che possa esserci un qualche limite. Questo pensiero perderà presto la sua efficacia e, se non sarà corroborato dall’esperienza concreta di ciò che accade al di là del limite, diventerà una formula vuota. È questa esperienza concreta a prevenire nell’uomo la ristrettezza e la parzialità, nel senso di essere solo parte di un uomo; è questa esperienza concreta a impedirgli di diventare schiavo».
A giudicare da quanto accaduto negli ultimi anni, è difficile non pensare che Feyerabend avesse profonde ragioni. «In sintesi», concludeva, «gli esperti di oggi sono eccellenti, utili, insostituibili, ma soprattutto schiavi cattivi, competitivi e ingenerosi, schiavi nella mentalità, nel discorso e nella posizione sociale. […] La peculiare situazione odierna è che queste menti inarticolate e servili hanno convinto quasi tutti del fatto che sono loro a detenere la conoscenza e il sapere non solo per gestire i loro parchi giochi, ma anche ampie fette della società, che si dovrebbe permettere loro di educare i bambini e che si dovrebbe dar loro il potere di farlo senza alcun controllo esterno e senza la supervisione di profani interessati. Uno degli elementi fondamentali dell’ideologia scientifica (e in generale dell’ideologia dell’esperto) è che solo uno scienziato può capire cosa sta facendo un altro scienziato e che solo uno scienziato può decidere come deve essere impiegato un altro scienziato. Per esempio, solo uno scienziato può sapere come deve essere insegnata la sua materia e solo lui sa quanto sia importante rispetto ad altre materie».
Da queste riflessioni scaturiscono le inevitabili domande: «Dovremmo permettere a un gruppo di schiavi dalla mentalità ristretta e presuntuosa di dire agli uomini liberi come gestire la loro società? Quali argomenti hanno per esigere da noi una tale mitezza? Quali argomenti hanno per chiedere non solo che le loro particolari faccende siano esenti dalla verifica dei non esperti (da cui però, ovviamente, si aspettano di essere finanziati), ma anche che la loro religione diventi una religione di Stato e che l’educazione dei giovani sia lasciata interamente nelle loro mani?». A questi interrogativi d’autore ci permettiamo di aggiungerne un altro paio: come è stato possibile che ci siamo fatti comandare a bacchetta da un manipolo di virostar e che ancora oggi, dopo tutti i fallimenti che hanno accumulato, costoro si sentano in diritto di darci lezioni o di sbertucciare persone come Kennedy? La mentalità servile ha dominato per troppo tempo, e sarebbe ora di iniziare a estirparla.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >