Putin prova a sfondare il fronte Sud. Lavrov: la tregua è il via ai negoziati
Vladimir Putin (Ansa)
Volodymyr Zelensky e Donald Trump vogliono almeno 30 giorni di armistizio. Ma lo zar non cede e attacca.

L’annuncio di una tregua, questa volta, non è bastato a placare il senso di frustrazione avvertito dall’amministrazione degli Stati Uniti. Era un po’ di tempo, infatti, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, che non si vedeva l’Occidente rivolgere compattamente a Vladimir Putin le proprie rimostranze.

Il messaggio, però, è circa lo stesso per tutti: tre giorni non bastano. Per Keith Kellogg, inviato speciale per l’Ucraina, il presidente Usa vuole «un cessate il fuoco completo per un minimo di 30 giorni». «Se si guarda a tutto ciò che gli ucraini sono disposti a fare», ha dichiarato a Fox News, «ora tocca ai russi. Penso che ci siamo quasi». In un articolo a sua firma uscito sul National Interest, il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha invece affermato che «Russia e Ucraina devono agire rapidamente per raggiungere un accordo prima che il presidente Trump perda la pazienza».

Dello stesso avviso anche Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di ieri dopo l’incontro a Roma con Recep Tayyip Erdogan: «Ribadiamo l’appello a un cessate il fuoco immediato e incondizionato che duri tutto il tempo necessario ad avviare un serio percorso e reali trattative di pace», ha detto il primo ministro italiano. Quanto alla «dichiarazione unilaterale da parte russa di una tregua di tre giorni limitata alle celebrazioni per la vittoria della Seconda guerra mondiale», ha aggiunto, è «un’iniziativa di cui prendiamo atto ma è tutt’altra cosa rispetto a quello che è necessario. Rinnoviamo l’auspicio che la Russia dimostri la volontà di fare la pace, come ha saputo dimostrare l’Ucraina».

La stessa posizione del governo italiano e dell’amministrazione Usa è stata portata avanti anche dalla Commissione Ue, per bocca della portavoce Anitta Hipper. Un po’ più incendiaria Ursula von der Leyen la quale, intervenendo al congresso del Ppe, ha sostenuto che Putin «ha dimostrato più e più volte di non essere affidabile» e che l’unico modo per avere una pace giusta e duratura è dissuaderlo con «maggiore sostegno militare e finanziario» per Kiev e un percorso di ingresso nell’Ue.

Dopo che Volodymyr Zelensky, lunedì sera, ha definito l’offerta di cessate il fuoco da parte di Mosca «un nuovo tentativo di manipolazione», il Cremlino ha lamentato il mancato riscontro e ha dichiarato che «manipolazione è evitare di dare una risposta diretta alla proposta di tregua russa». Il portavoce Dmitry Peskov ha spiegato che una pausa più lunga sarebbe irrealizzabile senza prima affrontare le «sfumature di cui ha parlato il presidente Putin». «Entrare in colloqui di pace rimane nel nostro interesse primario», ha però aggiunto, manifestando un approccio diverso nei confronti di Kiev: la legittimità di Zelensky, tema in precedenza molto caro a Mosca, è passata in secondo piano. Ora la priorità sono i negoziati diretti.

Se Peskov ha recitato la parte del poliziotto buono, a interpretare quello cattivo ci ha pensato il numero due del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, secondo cui il Cremlino, nei primi anni dopo il crollo dell’Urss, ha sbagliato a fidarsi dei Paesi occidentali (compresa l’Italia), non degni di tale fiducia e ha ricordato a questi ultimi che la minaccia nucleare si è allontanata ma è ancora presente e che «l’operazione speciale» deve finire con una vittoria e con la distruzione del «regime neonazista di Kiev, ma il regime, non lo Stato». Commentando la rivendicazione da parte di Zelensky dell’attentato che ha portato alla morte del generale russo Yaroslav Moskalik, a Mosca, Medvedev ha anche dichiarato che il presidente ucraino «finirà nel modo più triste».

Durante il suo ultimo incontro con Putin, Steve Witkoff, l’inviato speciale di Donald Trump per il Medioriente, avrebbe cercato di convincere lo zar a fermare i combattimenti lungo le attuali linee del fronte, ma – secondo quanto riporta Bloomberg – questo è rimasto sulle sue posizioni, ossia che Mosca debba vedersi riconosciute le quattro regioni occupate, anche le parti che non controlla. E se Zelensky invoca una pace «senza regalare territori a Putin», il vicepresidente J.D. Vance, in un’intervista a Charlie Kirk, ha rammentato che l’Ucraina sta perdendo la guerra e che prolungarla non migliorerà la situazione, come alcuni raccontano.

Le ultime notizie, d’altra parte, paiono confermarlo, visto che Vladyslav Voloshyn, portavoce delle forze di difesa ucraine del Sud, ha dichiarato che la situazione del fronte sudorientale si fa sempre più grave e che il nemico ha intensificato gli sforzi per sfondare (è stata ordinata l’evacuazione forzata di sette villaggi nella regione di Dnipropetrovsk, vicino al confine con il Donetsk). I problemi, però, sono anche a Nord, dove – secondo il governatore locale – la Russia sta cercando di sfondare nella regione di Sumy per ritagliarsi una «zona cuscinetto».

Chi cerca di mettere una pezza per placare i vari nervosismi è il navigato ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, secondo cui la proposta del presidente Putin per una tregua in Ucraina dall’8 al 10 maggio, in occasione del giorno della Vittoria, coinciderebbe con «l’inizio di colloqui diretti con Kiev senza precondizioni». Insomma, il Cremlino non vuole infastidire eccessivamente Trump, ma nemmeno rinuncia far valere la superiorità sul campo.

Per congelare la linea del fronte, ora, chiede qualcosa in cambio, ossia quello che, secondo gli analisti militari, col tempo otterrebbe comunque: le quattro regioni occupate, ma per intero. Il ministro russo, al termine di un vertice con gli altri ministri dei Brics, ha anche dichiarato che il compito di impedire una terza guerra mondiale «sta diventando particolarmente urgente, soprattutto sullo sfondo di azioni aggressive e sconsiderate e di appelli provenienti dai leader dei Paesi dell’Ue e da Londra». E quanto a una tregua più lunga, Lavrov ha spiegato che al momento non vede «alcuna possibilità di un monitoraggio onesto».

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