Mosca sta provando a intensificare la propria influenza sul conflitto mediorientale, per mettere i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti. L’inviato speciale russo per il Medio Oriente, Mikhail Bogdanov, ha reso noto che il suo governo ha invitato i rappresentanti di 14 fazioni palestinesi. «Abbiamo invitato tutti i rappresentanti palestinesi, tutte le forze politiche che hanno posizioni in diversi Paesi tra cui Siria, Libano e altri Paesi della regione», ha affermato Bogdanov. Il summit – a cui prenderanno parte anche Fatah, Hamas e la Jihad islamica – si terrà dal 29 febbraio al 2 marzo. Secondo Ria Novosti, tra i partecipanti figureranno anche esponenti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La vicinanza tra Vladimir Putin e Hamas non è esattamente una novità. Il mese scorso, Bogdanov ebbe un incontro a Mosca con Musa Abu-Marzouk, che è un alto esponente dell’organizzazione terroristica. Era inoltre fine ottobre quando delle delegazioni di Hamas e dell’Iran si recarono nella Capitale russa per dei colloqui sugli ostaggi. Non va d’altronde trascurato che proprio Teheran risulta uno dei principali finanziatori della stessa Hamas e che il regime khomeinista è uno storico alleato mediorientale del Cremlino. Basti pensare che, a inizio febbraio, sono state annunciate esercitazioni navali congiunte nel Mar Rosso tra Russia, Iran e Cina.
Stavolta però sembra di assistere a un salto di qualità: convocando a Mosca ben 14 fazioni, è chiaro che lo zar mira a esercitare una maggiore influenza sul conflitto in corso per intralciare i piani diplomatici degli Stati Uniti.
Washington auspicherebbe infatti che, in futuro, la Striscia di Gaza non sia più governata da Hamas ma da un esecutivo guidato dall’Anp (per quanto Benjamin Netanyahu si sia detto al momento contrario alla soluzione dei due Stati). Putin, di contro, continua a riconoscere Hamas come un interlocutore e stringe, al contempo, sempre più i suoi già intensi rapporti con Teheran, approfittando dell’irresolutezza e dell’appeasement che l’amministrazione Biden ha finora mostrato nei confronti del regime khomeinista. Difficile quindi considerare l’imminente summit moscovita come un’iniziativa estranea agli interessi di Teheran e del suo network, di cui fa notoriamente parte anche Hezbollah. Tra l’altro, proprio ieri, il segretario generale di questa organizzazione, Hassan Nasrallah, è tornato a pronunciare parole minacciose contro Israele. «Il nemico pagherà con il sangue», ha tuonato, aggiungendo di disporre di missili in grado di colpire la città israeliana di Eilat. Non è infine un mistero che le relazioni tra Mosca e Gerusalemme siano diventate particolarmente tese a seguito degli eventi innescati dal 7 ottobre.
L’Egitto intanto si prepara a fronteggiare una crisi migratoria in attesa dell’operazione militare israeliana a Rafah, che lo Stato ebraico ha annunciato di stare «pianificando attentamente». Secondo il Wall Street Journal, il governo del Cairo starebbe costruendo un recinto murato di 20 chilometri quadrati nei pressi di Gaza, che potrebbe arrivare a ospitare addirittura fino a 100.000 persone. Tuttavia il governatore del Sinai del Nord, Mohamed Shousha, ha negato che l’Egitto starebbe predisponendo «un’area isolata nel Sinai» per accogliere i rifugiati palestinesi. Reuters ha poi riferito che, nelle ultime due settimane, l’Egitto ha schierato una quarantina di carri armati vicino al confine con la Striscia. Intanto, giovedì Joe Biden ha avuto una telefonata con Netanyahu, esprimendo irritazione verso lo scenario di un’offensiva israeliana su Rafah. «Il presidente ha anche sollevato la situazione a Rafah e ha ribadito il suo punto di vista secondo cui un’operazione militare non dovrebbe procedere senza un piano credibile ed eseguibile per garantire la sicurezza e il sostegno ai civili a Rafah», si legge in una nota della Casa Bianca. «Spero che gli israeliani non effettuino alcuna massiccia invasione di terra», ha rincarato ieri la dose Biden, che ha invocato un «cessate il fuoco temporaneo» per liberare gli ostaggi. E proprio agli ostaggi, secondo Axios News, è stato dedicato un incontro segreto tenutosi, sempre ieri, tra il presidente israeliano, Isaac Herzog, e il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani.
Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha invece rivelato i nomi di 12 membri del personale della Unrwa che, secondo lui, sarebbero pesantemente implicati nel brutale attacco del 7 ottobre. «Oltre a questi 12 operatori, abbiamo indicazioni significative basate sull’intelligence, secondo cui oltre 30 operatori della Unrwa hanno partecipato al massacro, hanno facilitato la presa di ostaggi, hanno saccheggiato e rubato ai danni delle comunità israeliane e altro ancora», ha aggiunto. Nel frattempo, il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha fatto sapere che lo Stato ebraico non ha intenzione di espellere i palestinesi da Gaza e ha invocato pressioni internazionali per far ritirare l’Iran ed Hezbollah dal Libano meridionale, non escludendo, in caso contrario, un’operazione israeliana per rimuovere l’organizzazione di Nasrallah da quell’area. Dall’altra parte, Emmanuel Macron ha criticato la prospettiva di un’offensiva a Rafah, lasciando anche intendere che la Francia potrebbe essere disposta a riconoscere uno Stato palestinese. «Non è un tabù», ha detto. Si è inoltre verificata una sparatoria nel Sud di Israele: un attacco terroristico che ha fatto almeno tre morti e quattro feriti. Fatah lo ha salutato con favore, mentre Abu Mazen ha preso le distanze. La Gran Bretagna, dal canto suo, ha ricevuto notifica di un attacco missilistico contro una nave al largo dello Yemen: proprio ieri sono entrate in vigore le recenti sanzioni statunitensi contro gli Huthi.
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