Follia: paghiamo i Paesi poveri perché ci mandino più immigrati
  • Altro che «aiutiamoli a casa loro». Lo strumento dei mini finanziamenti, che muove un giro d’affari da 100 miliardi di euro all’anno, si sta rivelando un incentivo a lasciare le nazioni d’origine. Che porta lauti ricavi alle banche.
  • L’economista Ilaria Bifarini: «Alcune Ong offrono “prestiti all’emigrazione” Tra piccoli mutui e rimesse, l’indigenza globale è un business».

Lo speciale contiene due articoli

Aiutiamoli a casa loro. Uno slogan talmente gettonato da essere finito persino sulla bocca di Matteo Renzi. Nel 2017 l’ex premier, ormai in ambasce dal punto di vista politico, finì sulla graticola per aver postato sui social una citazione del suo libro Avanti nella quale ammette che il dovere che abbiamo nei confronti degli immigrati non è quello di «accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio», bensì «aiutarli davvero a casa loro».

Ma cosa succede se con l’idea di aiutare i migranti «a casa loro» si finisce invece per incentivarli a lasciare gli Stati di origine e approdare sulle nostre coste? È proprio questo l’effetto collaterale del microcredito, quei prestiti di importo limitato (dall’equivalente di pochi euro, fino qualche migliaio) diffusi in alcuni Paesi in via di sviluppo. La microfinanza di piccolo in realtà ha solo il prefisso all’inizio del nome: i prodotti finanziari offerti agli individui poco solvibili e sottobancarizzati generano a livello mondiale un giro d’affari di 114 miliardi di dollari annui (circa 100 miliardi di euro, pari al 6% del Pil italiano), coinvolgendo 139 milioni di individui, in prevalenza (83%) donne.

Un business in piena crescita, se si pensa che nel 2017 l’incremento dei volumi è stato pari al 15,6%, mentre quello fatto registrare in termini di beneficiari è stato del 5,6%. Ma si tratta di un business che allo stesso tempo nasconde un pericoloso lato oscuro.

Ti pago per partire

Nel 2012 l’antropologo David Stoll mandò alle stampe un lungo e dettagliato studio, nel quale dimostrava come il microcredito abbia favorito l’emigrazione clandestina dal Guatemala agli Stati Uniti. Due anni più tardi Marianne Bylander, docente di Sociologia al Lewis & Clarke College di Portland (Oregon, Stati Uniti) pubblicò una ricerca che aveva come oggetto «l’inaspettata e sottovalutata conseguenza della diffusione del microcredito: l’interazione con le migrazioni». L’analisi della Bylander documentava la forte diffusione dei «migra-loans» (dove loans sta per prestiti) in Cambogia, un Paese «saturato dal microcredito». Nel giro di un quindicennio, infatti, il numero di individui coinvolti in questo meccanismo è passato da poco più di 1.000 nel 1997 a quasi 1,4 milioni nel 2011 (su un totale di 14,1 milioni di abitanti). Parallelamente, il tasso di indebitamento dei beneficiari è esploso dal 40% circa dei primi anni al 140% del 2011. Di conseguenza, il tasso di prestiti insoluti è lievitato rapidamente, toccando il 23% nelle zone più sature. Questa drammatica situazione ha portato i debitori a provarle tutte pur di ripagare il finanziamento ricevuto. Come spiega la Bylander, «in molte parti del Paese la strategia più utilizzata è stata quella di varcare le frontiere e cercare lavoro nella vicina Thailandia». Le cifre parlano di un milione di cambogiani che vivono e lavorano in clandestinità oltre confine.

Stimare il numero esatto di persone che hanno sfruttato il microcredito per entrare in Europa e in Italia è impresa ardua. Basti pensare che, se prendiamo in considerazione la top 10 dei Paesi che fanno maggiore uso di questo strumento e facciamo le debite proporzioni con le persone che in patria usufruiscono di questi piccoli prestiti, si può stimare che circa 55.000 stranieri che oggi vivono nei nostri confini abbiano avuto accesso a questa fonte di finanziamento.

L’illusione offerta dal microcredito è quella di sfuggire dalla povertà attraverso la realizzazione di un’idea imprenditoriale. Secondo uno schema tipicamente occidentale, le banche (o altri soggetti parabancari) prestano i soldi e i proventi generati dall’attività consentono alla persona che ha ricevuto la somma di ripianare il debito. Facile no? Per un periodo si è pensato che le cose potessero andare bene. Basti pensare che il 2005 è stato dichiarato dall’Onu «l’anno del microcredito», e almeno in una fase iniziale questa formula ha ricevuto potenti endorsement (anche di natura finanziaria) da personaggi del calibro di Hillary Clinton, Bill Gates, Bono e George Soros. L’apice si è raggiunto nel 2006, quando l’economista bengalese inventore del microcredito, Muhammad Yunus, è stato insignito del premio Nobel per la pace.

Dal premio ai guai

Eppure, come accade spesso quando c’è di mezzo l’economia, le cose prendono una piega diversa dal previsto. Uno dei primi a rendersi conto dei limiti di questo strumento è stato Milford Bateman, visiting professor alla Pula University in Croazia e autore di numerosi saggi sul tema. Con un lungo editoriale pubblicato nel 2015 sulla rivista socialista americana Jacobin Magazine, Bateman distrugge pezzo per pezzo quella che egli stesso definisce «l’ideologia del microcredito». Terminato il periodo d’oro, nella seconda metà degli anni Duemila iniziano a venire a galla i problemi. Secondo l’economista, il problema risiede nell’approccio sbagliato nei confronti del problema della povertà. Moltiplicare l’offerta (cioè gli imprenditori) non comporterà infatti un incremento della domanda quanto semmai un aumento della competizione e la conseguente discesa dei prezzi. Un po’ come se si pretendesse di risolvere la crisi dei consumi aprendo più negozi. La vera questione, osserva Bateman, riguarda perciò la capacità di aumentare il potere d’acquisto delle popolazioni in difficoltà. Solo così la ricchezza generata sarà reale e l’economia potrà beneficiarne. Dal momento che il microcredito finisce per causare «migrazioni involontarie e l’aumento dell’indebitamento finisce per esacerbare la vulnerabilità dei migranti», secondo Marianne Bylander, «le istituzioni che si occupano di microfinanza e i governi devono intervenire».

Piatto ricco

Difficilmente questo potrà accadere, per un motivo molto semplice: il microcredito è un ottimo affare. Dopo una prima fase durata circa un decennio, caratterizzata da una gestione pubblica, l’erogazione di questi finanziamenti è stata liberalizzata in favore di soggetti privati. Basti pensare che nel 2016 il Roe (return on common equity, l’indice utilizzato nel mondo della finanza per definire la redditività di un’azienda) della microfinanza è stato pari al 12,6%, ben più alto tanto per rendere l’idea di quello di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Il Banco Compartamos, la più grande realtà di microfinanza in Sud America, conta 15.000 dipendenti e ha distribuito nel 2013 dividendi per 154 milioni di euro. La Grameen Foundation, spin off su scala mondiale della Grameen Bank fondata dallo stesso Yunus, ha stretto un sodalizio con la Better than cash alliance, una partnership che punta alla sostituzione del contante con la moneta digitale e della quale fanno parte colossi del rango di Unilever, H&M, Coca Cola, Citi, Mastercard, Visa, Inditex e la Bill & Melissa Gates Foundation. La facciata è quasi sempre quella della filantropia, come nel caso di Positive Planet, l’Ong cofondata dall’economista francese Jacques Attali (consigliere di Francois Mitterand e «inventore» di Emmanuel Macron) e dall’onnipresente Muhammad Yunus, che opera come una sorta di mediatrice tra i potenziali clienti e chi eroga i fondi. Anche in questo caso i partner sono di primo livello: si va Ernst & Young (una delle quattro società di consulenza più forti al mondo), a Microsoft e Accenture, passando per Capgemini.

Nato per finanziare i progetti dei Paesi in via di sviluppo, il microcredito si appresta a conquistare anche l’Europa. Nel vecchio continente, infatti, le operazioni erogate sono passate dalle 494.800 del 2015 alle 664.000 del 2017 (+17%), mentre il volume complessivo si è attestato nel 2017 a 2,07 miliardi di euro (+24% rispetto al 2015). L’obiettivo finale è quello dell’inclusione finanziaria, in altre parole garantire anche ai migranti accesso a tutti gli strumenti bancari. Stando ai dati dell’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria dei migranti, nel 2016 i conti correnti intestati a clienti immigrati erano 2,7 milioni, in forte crescita del 52% rispetto al 2010. Sul piatto il gigantesco giro d’affari delle rimesse (i risparmi inviati dai migranti nel proprio Paese di origine) che solo per il ramo bancario rappresenta un volume annuo di 500 milioni di euro e 200.000 operazioni con una commissione media intorno al 3,6%. Dovevamo aiutarli a casa loro, invece li abbiamo spinti a venire a casa nostra. E le banche ci stanno guadagnando.

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