Il Nobel a Machado, il pressing Usa. Finisce l’era Maduro in Venezuela?
Nicolás Maduro (Getty Images)
  • Il premio all’oppositrice è stato un segnale: da allora gli Stati Uniti hanno iniziato a tramare contro il dittatore per accedere alle risorse di Caracas. Russia e Cina non sono disposte a scontrarsi con Trump nei Caraibi.
  • L’analista Giovanni Giacalone: «Il territorio del Paese è vasto e geograficamente articolato. Più probabile il supporto a una rivolta interna».

Lo speciale contiene due articoli.

Con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, la figura più carismatica dell’opposizione venezuelana, il mondo torna a parlare di Venezuela. Dopo anni di silenzio mediatico e di marginalità diplomatica, la decisione del Comitato di Oslo riporta alla ribalta una nazione intrappolata in una spirale di autoritarismo, narcotraffico, censura e collasso economico. Il Nobel non è solo un riconoscimento morale: diventa un detonatore politico. L’interesse americano per il Venezuela è, prima di tutto, energetico. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente, il controllo delle forniture petrolifere torna a essere una priorità strategica. L’amministrazione Usa sa che un Venezuela allineato garantisce accesso diretto a risorse cruciali e riduce la dipendenza da regioni instabili. Le grandi compagnie energetiche statunitensi, escluse dal mercato venezuelano dal 2007, premono per rientrare.

Secondo fonti statunitensi informate, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe individuato obiettivi in Venezuela, comprese infrastrutture militari impiegate nel contrabbando di stupefacenti. I funzionari sostengono che, se il presidente dovesse ordinare raid aerei, i colpi invierebbero a Nicolás Maduro un messaggio chiaro: «È il momento di lasciare il potere». Pur senza una decisione definitiva sui raid terrestri, le valutazioni interne indicano che una campagna aerea mirerebbe ai nodi logistici che, nella ricostruzione americana, collegherebbero reti di narcotraffico e apparato statale venezuelano. Tra i potenziali obiettivi figurano porti gestiti da unità militari, aeroporti e basi navali, punti chiave per il transito e l’imbarco della droga. Dal suo insediamento, Trump ha fatto della lotta all’afflusso di narcotici una priorità, richiamando il numero delle vittime per overdose. Il Pentagono ha intensificato la presenza nei Caraibi e nell’area orientale del Pacifico con intercettazioni e attacchi contro imbarcazioni sospette; l’ulteriore passaggio sarebbe colpire infrastrutture terrestri nel Paese. I consiglieri della Casa Bianca hanno posto l’accento sulla crisi del fentanyl, oppioide sintetico responsabile di un’impennata di decessi negli Stati Uniti. Pur essendo la produzione del fentanyl prevalentemente legata al Messico con precursori cinesi, le autorità americane hanno le prove di come il Venezuela è coinvolto nel quadro logistico più ampio dei flussi di stupefacenti, in particolare quello della cocaina.

Gli organi di salute pubblica citati indicano numeri allarmanti: circa 80.000 morti per overdose nel 2024, con gli oppioidi sintetici responsabili della maggior parte delle vittime. Questa emergenza costituisce la cifra morale che l’amministrazione usa per giustificare la pressione politica e militare: «Il presidente è pronto a usare ogni elemento del potere americano per impedire che la droga invada la nostra patria», ha detto il portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. Il Venezuela è stato definito come un «narco-stato» i cui legami con reti criminali rappresentano una minaccia diretta. Tra i più accesi sostenitori di questa impostazione figura il segretario di Stato Marco Rubio, che ha parlato di un’azione contro i «narcoterroristi» dell’emisfero occidentale. L’ipotesi di attacchi terrestri rientra in una strategia volta a spingere la cerchia di Maduro a defezionare o a costringerlo all’esilio. «Se fossi Maduro, andrei subito in Russia o in Cina», ha commentato il senatore Rick Scott. Analisti come Geoff Ramsey dell’Atlantic Council avvertono dei rischi: un intervento militare potrebbe indebolire lo Stato o, al contrario, rafforzare la solidarietà attorno al presidente, un effetto noto come «rally around the flag». Finora non sono emerse prove di defezioni significative nell’esercito, che continua a mostrarsi fedele a Maduro. Per aumentare la pressione, il Pentagono ha trasferito assetti navali e aeronavali nella regione, incluse portaerei scortate da cacciatorpediniere dotati di Tomahawk, caccia F/A-18 e velivoli per contromisure elettroniche. Missioni di sorveglianza e passaggi di bombardieri strategici vicino alle coste hanno lo scopo di sondare le difese e raccogliere informazioni.

Come scrive il Wall Street Journal, Trump ha confermato di aver autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in territorio venezuelano; il presidente ha evitato di rispondere direttamente all’ipotesi di azioni mirate contro la leadership, limitandosi a dire che il Venezuela «sente la pressione». Il governo di Caracas rivendica una presunta solidità difensiva: tra i sistemi in dotazione vengono indicati sistemi antiaerei russi S-300 e migliaia di missili Igla-S portatili. L’efficacia operativa di questi sistemi è dibattuta, ma la loro presenza è un fattore concreto che potrebbe complicare un’eventuale campagna aerea. Inoltre, i registri di volo e le tracce radar indicano l’arrivo a Caracas di aeromobili collegati a interessi russi, circostanza che ha riacceso i timori di un possibile rafforzamento del sostegno esterno al regime in caso di escalation. Il presidente venezuelano dispone di risorse militari limitate per contrastare un’eventuale offensiva statunitense. Il suo arsenale comprende sistemi missilistici terra-aria S-300 di fabbricazione russa, caccia Sukhoi Su-30 armati con missili antinave e droni a lungo raggio.

Nel tentativo di potenziare le proprie difese, Caracas si è rivolta a Teheran per ottenere sistemi radar passivi in grado di rilevare gli F-35, nuovi droni e apparati di guerra elettronica capaci di schermare le coordinate gps. Maduro ha chiesto inoltre al Cremlino l’ammodernamento dei Sukhoi e la fornitura di nuovi radar, missili antiaerei e balistici. Tuttavia, appare improbabile che Mosca possa destinare al Venezuela equipaggiamenti di tale portata, oggi indispensabili per proteggere le proprie infrastrutture energetiche dagli attacchi ucraini. La Russia, pur mantenendo uno stretto legame strategico con Caracas, sembra orientata a inviare soltanto droni Shahed e missili balistici di vecchia generazione. Analoghi appelli sono stati rivolti anche a Pechino, che dispone di un ampio catalogo di armamenti pronti per l’esportazione. Cina e Russia hanno entrambe un interesse concreto nel preservare la stabilità del regime venezuelano – Putin per ragioni geopolitiche, Xi Jinping per garantire la continuità delle forniture di greggio – ma nessuno dei due leader appare disposto a misurarsi apertamente con Donald Trump su un terreno di confronto militare. I potenziali costi di una campagna vanno oltre il teatro militare: le ripercussioni economiche e umanitarie potrebbero includere perturbazioni dei traffici commerciali, impatti sui mercati energetici regionali e ondate migratorie. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite hanno già espresso preoccupazioni in tal senso. L’aspetto legale e diplomatico rimane cruciale: un intervento su vasta scala solleverebbe questioni di diritto internazionale e attirerebbe critiche nelle sedi multilaterali. A livello non convenzionale, aumentano i timori di ritorsioni informatiche e di campagne di disinformazione che potrebbero estendere l’impatto del confronto. I venti di guerra tornano a farsi sentire con forza. Lo dimostra la chiusura, decisa sabato, dello spazio aereo sopra Porto Rico, dove il Pentagono ha trasferito il proprio centro di comando. E dove, proprio ieri, ha comunicato che il corpo dei marines ha condotto esercitazioni di sbarco e infiltrazione. Ogni mossa resta però sospesa all’incognita del meteo: dopo il ciclone Melissa, non si prevedono nuovi uragani, ma la prudenza impone di attendere almeno la metà di novembre prima di avviare un’offensiva.

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