- Mentre la Russia prova a diventare arbitro decisivo dello scacchiere nordafricano, Roma sta a guardare. Colpa anche dell’interventismo dell’emirato: Matteo Renzi e Paolo Gentiloni ci hanno legato a Doha in modo irreparabile.
- Aerei del generale attaccano l’unico scalo funzionante di Tripoli Sembra probabile, ora, il rinvio della conferenza di Ghadames.
Lo speciale contiene due articoli
Lady Pesc è intervenuta sulla Libia. Ha parlato un minuto e 53 secondi con il vuoto negli occhi. Senza essere in grado di esprimere un piano concreto sull’area, tanto meno una way out al caos esploso attorno alla capitale. L’inutile diplomazia europea è però in queste ore in buona compagnia.
A cominciare da quella del governo italiano, che si è limitato a mandare il nostro ambasciatore Giuseppe Buccino a incontrare il premier Fayez Al Serraj alla sede del Consiglio presidenziale nella capitale libica, per un colloquio che «ha riguardato gli ultimi sviluppi della situazione politica e di sicurezza in Libia».
La notizia è stata diffusa dal portavoce del consiglio della Tripolitania e non dal nostro ministero degli esteri: un modo per smorzare la posizione, e cercare di camuffarla tra un bombardamento e l’altro. In realtà sembra una mossa per prendere tempo, sperando che le fazioni trovino un accordo in loco senza coinvolgere troppo il nostro Paese. Peccato che le possibilità che Haftar si fermi sono remote. A meno che Serraj non consegni al generale della Cirenaica la cassa del compagnia petrolifera e pure quella del fondo d’investimento sovrano. Altrimenti andrà avanti, anche se dal punto di vista militare non è stabile quanto vuole fare immaginare. In ogni caso ieri ha racimolato il primo sostegno ufficiale della Russia.
Il rappresentante di Mosca all’Onu ha messo il veto a una nota Onu che chiedeva alle milizie fedeli ad Haftar di fermare immediatamente l’avanzata verso Tripoli. Tutti sanno che gli «statement» dell’Onu sono inutili quanto gli ultimatum dei Caschi blu. La mossa, però, chiarisce un po’ di più gli interessi di Vladimir Putin e anticipa la possibilità che oltre ai paramilitari di Wagner possa inviare dalle basi siriane consulenti militari e sostegno logistico. D’altronde, secondo le accuse mosse dal governo di Tripoli, sarebbero già presenti sul campo consulenti militari francesi, mentre a parare il fianco Ovest ad Haftar restano i militari egiziani di Abd Al Fattah Al Sisi. Lo scorso sabato è volato al Cairo il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov: qui ha incontrato il collega egiziano e ha lasciato il compito di una dichiarazione diplomatica al suo vice, Mikhail Bogdanov. Il quale si è limitato a dire che Mosca supporta una soluzione politica, mentre era al telefono con il generale di Bengasi. Il sostegno ad Haftar si rende fondamentale per la Russia nel momento in cui in Qatar si riuniscono i Fratelli musulmani e i rappresentanti del cosiddetto Daesh (cioè l’Isis) che trovano denaro e logistica per spezzare l’avanzata verso Tripoli e al tempo stesso fiaccare il governo di Serraj per indebolire l’intera coalizione.
Nonostante i progetti di Haftar fossero noti a tutti gli osservatori internazionali, in Europa si è mossa solo la Francia, che per settimane ha aiutato militarmente l’esercito di Bengasi alla conquista del Fezzan. L’Italia è rimasta a osservare, e ora si trova schiacciata tra diverse coalizioni con l’unica possibilità di scegliere il male minore. Mezzo mondo sta con Haftar e solo la Mogherini e l’Onu sostengono Tripoli. Roma non può certo schierarsi con la Russia, anche se gli Usa si sono defilati e il Qatar controlla le nostre mosse promettendo altri soldi e investimenti in Italia. Un’eredità che ci portiamo avanti dai governi Renzi e Gentiloni, ma che l’attuale esecutivo non è riuscito o non ha voluto spezzare. Basti pensare che, a quanto risulta alla Verità, per la trattativa sulla liberazione in Kenya di Silvia Romano ci saremmo affidati al sostegno di Doha, escludendo a priori quello della Turchia. Governo e aziende stanno facendo affari d’oro con il Qatar (anche in vista dei Mondiali), ma il prezzo da pagare in futuro potrebbe essere alto. E non commensurabile. A cominciare dalla perdita di terreno dell’Eni in Libia e l’avanzata delle aziende russe e francesi. I nodi arrivano sempre al pettine soprattutto quando la cavalleria Usa ci lascia soli con le nostre responsabilità.
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