- Come si fa piazza pulita in uno dei Paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo? Autorizzando arresti senza mandato e incitando i cittadini alla delazione. È quanto accaduto nella nazione sudamericana da decenni in balia della criminalità. Oggi le gang sono state debellate, ma chi è sospettato di farne ancora parte (basta un tatuaggio) viene rinchiuso in un immenso centro detentivo, dal quale si esce solo «in orizzontale».
- Seguitissimo sui social, Bukele si distingue per i metodi brutali. E in cambio di soldi «accoglie» gli immigrati espulsi da Trump.
Lo speciale contiene due articoli.
Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo.
Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili».
Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa.
In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali.
Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia.
All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >