- Il Partito repubblicano non sfonda nelle elezioni di Midterm: il volto nuovo dei conservatori ha vinto a valanga mentre l’ex presidente ne è uscito indebolito. Una diarchia che può essere fatale nella corsa alla Casa Bianca.
- Ha perso la Camera e l’ala più oltranzista dei dem non lo aiuterà nelle mediazioni
Lo speciale contiene due articoli
Inutile negarlo: uno dei principali effetti delle ultime elezioni di metà mandato è stato quello di un mezzo terremoto all’interno del Partito repubblicano. Nonostante i suoi candidati senatoriali in Ohio e North Carolina siano andati bene, Donald Trump è uscito politicamente indebolito dal voto di martedì. La ragione sta nei pessimi risultati conseguiti in Pennsylvania da Mehmet Oz e Doug Mastriano: candidati trumpisti rispettivamente alla poltrona di senatore e governatore dello Stato. Il dato è grave sotto due punti di vista. Non solo perché i repubblicani hanno perso un seggio senatoriale che detenevano, ma anche perché l’ex presidente americano ha mostrato evidenti segni di affaticamento in un’area operaia di fondamentale importanza come la Pennsylvania.
Di contro, se c’è un chiaro vincitore alle elezioni dell’altro ieri quello è Ron DeSantis: non solo è stato riconfermato a valanga governatore della Florida, ma il suo Stato – storicamente cruciale per i repubblicani in sede di elezioni presidenziali – è ormai diventato saldamente conservatore. «Abbiamo riscritto la mappa politica», ha detto il governatore uscente la sera del trionfo, «grazie per averci onorato con la vittoria del secolo». Parole che lasciano presagire le mai realmente celate ambizioni presidenziali nutrite da DeSantis. Ambizioni che Trump ha da tempo messo nel mirino. L’ex presidente ha, non a caso, usato parole minacciose nei confronti del governatore. «Non so se correrà. Penso che se corre, potrebbe ferirsi molto gravemente. Credo davvero che potrebbe ferirsi gravemente. Non credo che andrebbe bene per il partito», aveva dichiarato, sostenendo inoltre di sapere «cose su di lui che non sarebbero molto lusinghiere».
Attenzione: il nodo presidenziale è qualcosa di maledettamente urgente. Tradizionalmente le prime manovre in vista delle primarie iniziano già poche settimane dopo le elezioni di Midterm. Tuttavia il punto vero da capire è che la rivalità tra DeSantis e Trump non ha tanto una natura politica (salvo alcune eccezioni, i due sono ideologicamente affini). No, il tema è personalistico, ma soprattutto generazionale. Ciò vuol dire che qui non è in discussione il trumpismo: fenomeno politologico complesso che, piaccia o meno, ha riportato il Partito repubblicano ad essere competitivo, dopo che, ai tempi di Mitt Romney nel 2012, era additato da tutti come lo schieramento dei bianchi e dei ricchi. Trump ha, infatti, riportato l’elefantino a crescere tra la working class e le minoranze etniche: un fattore, questo, che è stato ormai incamerato da larga parte dell’establishment e dei big del partito stesso. Il punto vero è, quindi, cercare di capire se, per far proseguire l’elefantino su questa strada, sia necessario affidarsi nuovamente a Trump o puntare su qualcuno di più giovane (un DeSantis, un Mike Pompeo o una Nikki Haley). Va da sé che, dopo la batosta dell’altro ieri in Pennsylvania, per l’ex presidente sarà più difficile mantenere graniticamente la propria presa sul partito. È pur vero che il repubblicano Adam Laxalt potrebbe riuscire a prendere il seggio senatoriale del Nevada, controbilanciando quella cocente Caporetto. Ma è altrettanto vero che, come accennato, dal punto di vista simbolico la sconfitta nel cosiddetto Keystone State risulta significativamente problematica per Trump.
Per capirci: la forza di Trump nel 2016 era la sua trasversalità. Una trasversalità che mescolava elementi conservatori con altri più legati alla tradizione dem, il tutto condito da una efficace dose di populismo (categoria, questa, che nella storia politica americana non è affatto una parolaccia). Il problema è forse iniziato ad emergere quando si è man mano consolidata una sorta di «ortodossia trumpista»: un fattore che ha compattato il movimento dell’ex presidente ma che gli ha al contempo reso sempre più difficile intercettare il voto degli indipendenti.
E quindi, la soluzione? È ovvio che Trump continui a essere popolare tra la base repubblicana. Ma forse, da solo, non basta più. Quello che l’elefantino dovrebbe replicare è l’efficace campagna delle elezioni governatoriali in Virginia dell’anno scorso: una campagna in cui tutti i settori del partito (a partire dal mondo trumpista) diedero il loro contributo in un vero e proprio gioco di squadra. Un gioco di squadra che permise al candidato repubblicano, Glenn Youngkin, di arrivare infine alla vittoria.
Ecco: o il Partito repubblicano comprende fino in fondo questa necessità o, nel 2024, perderà un’occasione d’oro per riconquistare la Casa Bianca dopo una presidenza disastrosa e fallimentare come quella di Joe Biden. Il Partito repubblicano ha bisogno di Trump. Ma Trump deve capire che il Partito repubblicano non può essere ipso facto identificato con i propri destini personali.
DeSantis potrebbe rappresentare il futuro dell’elefantino. Si spera pertanto, eventualmente, in primarie dure ma leali. Perché l’obiettivo non è farsi la guerra interna. Ma mandare finalmente a casa il presidente peggiore che gli Stati Uniti abbiano mai avuto nella loro storia.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >