- Oggi summit straordinario del G7, il presidente Usa alle prese coi malumori europei per il ritiro lampo Grecia, Austria, Slovenia e Ungheria spingono per la chiusura delle frontiere. I timori del Pentagono
- Imboscata nello scalo ai soldati americani e tedeschi. La Russia teme una guerra civile Le vendette dei miliziani contro i sospetti infedeli: case date alle fiamme e bimbi rapiti
Lo speciale contiene due articoli
Mentre sul campo la situazione resta incandescente, si terrà oggi un summit straordinario tra i leader del G7, che – organizzato dal premier britannico Boris Johnson – cercherà di elaborare una linea comune sullo spinoso dossier afgano. Un summit che – va detto – si preannuncia particolarmente difficile per il presidente americano, Joe Biden. L’inquilino della Casa Bianca si trova infatti a dover gestire delle relazioni transatlantiche sempre più deteriorate, visto che le cancellerie europee non hanno granché gradito il precipitoso ritiro statunitense dall’Afghanistan né il fatto che lo stesso Biden abbia platealmente sconfessato quelli che erano stati gli obiettivi di «nation building» nel Paese. Ecco che allora questa tensione dovrà oggi essere affrontata sotto svariati punti di vista.
In primis, sul tavolo permane il problema delle evacuazioni. In tal senso, la Cnn ha rivelato ieri che i leader del G7 esorteranno il presidente a prorogare la deadline del ritiro definitivo delle truppe statunitensi, portandolo oltre la data ufficiale del 31 agosto. Una richiesta, questa, avanzata soprattutto dal Regno Unito e rispetto a cui l’inquilino della Casa Bianca si era detto timidamente possibilista domenica scorsa. Una posizione di apertura che è stata tuttavia prontamente gelata dai talebani. «Il presidente Biden ha annunciato che il 31 agosto ritireranno tutte le loro forze militari. Quindi, se estendono la deadline significa che stanno estendendo l’occupazione mentre non ce n’è bisogno», ha affermato ieri il portavoce dei «barbuti» Suhail Shaheen. «Se gli Stati Uniti o il Regno Unito dovessero cercare più tempo per continuare le evacuazioni, la risposta è no. O ci sarebbero conseguenze. Creerà sfiducia tra di noi. Se sono intenzionati a continuare l’occupazione, ciò provocherà una reazione», ha aggiunto. Una posizione minacciosa, a cui il G7 odierno dovrà decidere come rispondere, anche se ieri – dopo le dure parole dei talebani – il Pentagono si è affrettato a dire che farà il possibile per tentare di rispettare la scadenza originaria del ritiro. Tutto questo, mentre il premier canadese Justin Trudeau sembrerebbe maggiormente propenso alla linea dura: ieri non ha infatti escluso di chiedere in sede di G7 delle sanzioni contro i talebani insieme al Regno Unito.
In secondo luogo, come anticipato ieri dal ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, l’altro rilevante nodo da affrontare sarà quello dell’ondata migratoria che rischia di travolgere l’Unione europea: un’Unione europea che teme fortemente il ripetersi della drammatica crisi del 2015. Il problema è che sarà difficile trovare una quadra. Se la Commissione europea si è infatti detta favorevole a una linea aperturista, svariati Stati membri auspicano la direzione opposta. La Grecia ha recentemente terminato un muro difensivo di 40 chilometri al confine con la Turchia, mentre il premier austriaco Sebastian Kurz ha escluso l’accoglienza dei rifugiati afgani. In questo quadro, decisamente scettiche sulle porte aperte ai profughi si sono mostrate anche Slovenia e Ungheria. In particolare, il premier ungherese, Viktor Orban, ha sostenuto che sia necessario aiutare la Turchia per arginare i flussi: una Turchia che, dal canto suo, sta già rafforzando le proprie frontiere con l’Iran.
Tra l’altro, è altamente probabile che la questione migratoria sarà al centro del G20 straordinario che il premier Mario Draghi sta organizzando per il mese prossimo. Un G20 che si occuperà prevedibilmente anche di tentare una via per la stabilizzazione afgana. Un obiettivo arduo da raggiungere. Innanzitutto Biden – in un simile consesso – rischia di ritrovarsi isolato, con Russia e Cina che – al contrario – faranno probabilmente la parte del leone (ecco perché il presidente approfitterà del G7 odierno per cercare di ricompattare quel fronte occidentale al momento più sfaldato che mai). In secondo luogo, bisogna comunque fare attenzione. Non è affatto detto che il nuovo regime talebano manterrà una presa granitica sull’Afghanistan: non solo non dispone di un controllo capillare del territorio (dovendosi conseguentemente appoggiare a potentati locali), ma rischia addirittura di dover gestire delle probabili insurrezioni jihadiste fomentate dall’Isis (che con i «barbuti» non risulta affatto in buoni rapporti). Tutti questi fattori vanno quindi ben tenuti in considerazione sia per quanto riguarda il tentativo di stabilizzazione del Paese in vista del G20 sia in riferimento a quanti oggi stanno un po’ troppo frettolosamente auspicando un dialogo con i talebani (a partire dall’ex premier Romano Prodi).
Più in generale, è chiaro che Biden si stia giocando moltissimo in questa crisi. Non solo il suo slogan «America is back» sta decisamente vacillando. Ma questi problemi internazionali stanno determinando anche delle spiacevoli ripercussioni sulla sua popolarità interna, con recenti sondaggi che fotografano un gradimento in decisa discesa. Il paradosso del presidente americano che avrebbe dovuto rilanciare le relazioni transatlantiche. E che invece, con il caos afgano, ha finito con l’azzopparle.
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