Altro che tetto Ue al prezzo del gas. In Germania piano da 200 miliardi
  • Olaf Scholz annuncia uno scudo straordinario anti rincari, mentre Bruxelles da mesi discute di riforma del Ttf e di limiti soltanto sulle importazioni russe. Telefonata fra Mario Draghi e Giorgia Meloni, che chiedono una linea comune.
  • Industriali d’oltralpe contro il price cap spagnolo. Volkswagen studia delocalizzazioni nella penisola iberica.

Lo speciale contiene due articoli

Il governo tedesco rompe gli argini e decide di introdurre uno scudo del valore di 200 miliardi di euro per difendere famiglie e imprese dai prezzi dell’energia impazziti. Mentre in Italia si cercano gli spiccioli tra le righe della Nadef e la sola parola «scostamento» provoca reazioni scomposte, la Germania avvia un suo piano. Di fatto, il governo di Berlino pagherà l’energia per conto dei cittadini e delle imprese. Come? Mettendo sul tavolo 200 miliardi di euro di debito nuovo di zecca. Da Bruxelles e da Francoforte non sembrano esserci state particolari reazioni, che invece di solito, appena Roma sussurra qualcosa, giungono rapidissime e severe. Matteo Salvini, in un tweet, ieri ha osservato: «Urge intervenire anche in Italia, altrimenti le nostre aziende non potranno più competere e lavorare».

Olaf Scholz, affiancato da Christian Lindner, ministro delle Finanze, e da Robert Habeck, ministro dell’Economia, ha presentato ieri il suo piano, che prevede un freno ai prezzi di energia elettrica e gas per famiglie e piccole e Pmi. Non sono stati forniti dettagli sul funzionamento di questo dispositivo, che dovrebbe entrare in vigore entro dicembre e restare fino alla primavera 2024. L’Iva sull’energia sarà ridotta dal 19 al 7% e saranno incentivate le fonti rinnovabili e i rigassificatori. Le due centrali nucleari che dovevano essere adibite a riserva resteranno in pieno esercizio. Le misure saranno finanziate attraverso un fondo di stabilità, già utilizzato per salvare Lufthansa, con l’emissione di titoli di debito pubblico. Lindner ha detto che la regola del massimo indebitamento (0,35% del Pil) per quest’anno è sospesa, per grazia autoconcessa, e sarà di nuovo applicata nel 2023. L’inverno sarà comunque duro per i cittadini tedeschi, cui l’autorità per l’energia tedesca (Bundesnetzagentur) ha chiesto ieri di consumare meno gas rispetto ai ritmi attuali.

Non è un caso che la decisione di Scholz sia stata resa nota ieri, dopo che il gasdotto Nord stream è stato degradato a relitto in fondo al mare e proprio nel giorno in cui è stato diffuso il dato sull’inflazione in Germania, che è arrivata al 10%. Il governo tedesco si sente accerchiato e cerca di reagire. Peccato però che lo zeitgeist di quest’epoca sembri essere improntato soprattutto a un generalizzato si salvi chi può. A giochi fatti, arriva l’appello di Mario Draghi, fuori tempo massimo: «Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi, non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali. Nei prossimi Consigli europei dobbiamo mostrarci compatti, determinati, solidali». Appello alla compattezza anche di Giorgia Meloni, che ieri dopo l’annuncio di Berlino ha parlato al telefono con Draghi: «Serve una risposta immediata a livello europeo a tutela di imprese e famiglie. Nessuno Stato membro può offrire soluzioni efficaci e a lungo termine da solo in assenza di una strategia comune, neppure quelli che appaiono meno vulnerabili sul piano finanziario».

Oggi si riuniscono a Bruxelles i ministri dell’Energia degli Stati Ue, che discuteranno la proposta di regolamento della Commissione che contiene la riduzione dei picchi di domanda elettrica, il tetto ai ricavi dei produttori di energia elettrica da fonti non a gas e una tassa straordinaria sui profitti delle compagnie energetiche. Si è parlato di questi temi sino allo sfinimento e quasi certamente il documento sarà approvato oggi per essere poi sottoposto a votazione il 6 ottobre al Consiglio di Praga, tra molti sorrisi e la quasi certezza dell’inutilità delle misure prese.

Lo stanco rituale delle riunioni precedute da riunioni cui seguono altre riunioni prosegue anche su un non paper che la Commissione ha fatto trapelare, in cui si argomenta su un nuovo riferimento di prezzo per il gas naturale liquido (Lng) e su un tetto al prezzo del gas russo. Sul primo punto, il mercato olandese Ttf viene considerato non più rappresentativo del prezzo reale delle importazioni di Lng, che oggi pesano per il 33% di tutto il gas importato (+50% rispetto al 2021). La Commissione intende dunque creare un nuovo indice di riferimento, utilizzando i dati che già gli operatori devono comunicare per adempiere alla regolazione europea Remit sulla trasparenza. Queste considerazioni fanno il paio con un precedente documento della Commissione che intende creare un nuovo riferimento di mercato per tutto il gas europeo, riconducendo il Ttf alla sua essenza di mercato regionale tra i tanti.

Il secondo punto si riferisce invece all’imposizione di un prezzo massimo per il gas importato via gasdotti dalla Russia. Lo scopo dichiarato è quello di abbassare i ricavi per Mosca. Nel documento si dice che se, a quel punto, Gazprom per reazione dovesse interrompere del tutto i flussi di gas, l’Europa riuscirebbe comunque a far fronte all’inverno grazie agli stoccaggi e alla solidarietà tra Stati membri. Il gas russo pesa ormai solo per il 9% degli approvvigionamenti europei e l’unico gasdotto rimasto attivo è quello che, via Ucraina e Slovacchia, giunge in Italia (circa 40 milioni di metri cubi al giorno, ma in certi periodi, come l’attuale, ridotti a poco più di 20). Dunque, il danno derivante dalla chiusura del gasdotto ricadrebbe quasi integralmente sull’Italia.

Nel suo documento, la Commissione è molto scettica, per non dire critica, sull’idea di un price cap allargato a tutto il gas europeo. La soluzione viene giudicata troppo complessa, impegnativa dal punto di vista finanziario e destabilizzante per i mercati. «C’è una forte determinazione da parte di 15 Stati membri» che chiedono l’introduzione del price cap generalizzato e si sente del «nervosismo tra quegli Stati membri», afferma un alto funzionario Ue a Bruxelles. Poiché se ne parla da sette mesi, il nervosismo è giustificato, anche se, va detto, la posizione della Commissione sul tema, per una volta, non è affatto irragionevole. L’Italia è tra i 15 Paesi che con più vigore chiedono un tetto generalizzato, ma l’impressione è che non sarà accontentata.

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