2024-12-08
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come va servito il vino
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 marzo con Carlo Cambi
Chissà se le istituzioni abruzzesi possono ritenersi soddisfatte: i bambini della (fu) famiglia nel bosco sono separati dalla mamma, che forse più avanti potranno incontrare ma che intanto è lontana. In compenso però guardano i cartoni animati e hanno scoperto quanto possa essere affascinante uno smartphone. Speriamo che al più presto li dotino di un tablet, così finalmente potranno rincoglionirsi come tutti i bambini normali.
Per ora sembrano essere questi i grandi risultati del trattamento che il tribunale dei minori dell’Aquila ha riservato ai tre piccoli Trevallion. A cui va aggiunto il fatto che i piccini sono evidentemente iperattivi, provati dalla situazione che li hanno costretti a vivere. Ieri il Garante dell’infanzia Marina Terragni ha potuto incontrarli nella casa protetta di Vasto da cui una settimana fa è stata allontanata mamma Catherine. Ha giocato con loro, anche se non è facilissimo avvicinarli: sono diffidenti, e chi non lo sarebbe nei loro panni? Certo, sarebbe stato decisamente meglio se avesse potuto vederli assieme a un esperto, un professionista come Vittorino Andreoli ad esempio, ma il tribunale, incredibilmente, non lo ha permesso. Del resto ieri in molti hanno disertato l’appuntamento. Curiosamente, non era presente Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha messo in moto tutta la macchina. La signora pare che avesse un appuntamento, però non si è presentata. Davvero singolare: il Garante nazionale dell’infanzia si presenta e l’assistente sociale non si fa trovare?
Del resto sembra che a Vasto siano tutti terrorizzati dai giornalisti. Insistono solo su questo, sulla presunta invadenza della stampa. La D’Angelo giorni fa si è rannicchiata coperta da un cappuccio nella Bmw del marito per sfuggire alle telecamere. I responsabili della struttura di accoglienza scambiano cordialità con i cronisti presenti da settimane sul posto ma poi lamentano la troppa esposizione. E dire che in quella casa è stata perfino fatta entrare una troupe della Rai, e tutti i protagonisti della vicenda non hanno lesinato interviste. I gestori della struttura, in ogni caso, ieri sono apparsi concilianti, forse per non fare brutta figura con l’autorità minorile. Bravi, ma potevano pensarci prima di frignare per i comportamenti nervosi della mamma a cui hanno levato i cuccioli.
Con i giornalisti, Marina Terragni ha cercato di calmare gli animi. «Mi auguro che questa storia possa risolversi velocemente, con il minor danno possibile per i piccoli. Vengo qui come se fossi una bambina che rappresenta l’interesse dei bambini», ha detto prima di entrare nella struttura. «Non voglio assolutamente dare la croce agli assistenti sociali, ma sicuramente esiste un problema di formazione. Si ritrovano spesso a che fare con situazioni molto delicate senza avere gli strumenti adeguati. In questo caso c’era anche un gap linguistico e culturale che potrebbe aver complicato la vicenda. Quando lo Stato, rappresentato da un’assistente sociale, si avvicina a una famiglia deve adattarsi, ci dev’essere competenza per capire. Se si crea tra loro una difficoltà insuperabile, magari si prova a cambiare l’assistente sociale. Come usciranno i bimbi quando usciranno da qui? Traumatizzati, ma non lo dico io, lo dicono i luminari della psichiatria di questo Paese».
Solo che a quei luminari non è stato concesso di accompagnarla in visita a Vasto. Chissà come mai. «Nel mio mondo ideale», ha continuato Terragni, «lo Stato prende in carico l’intero nucleo, tutte le volte che è possibile, gli dà non un antagonista ma una specie di familiare, di amico, che segue la famiglia ed entra a far parte del loro menage correggendo la rotta dove va fatto».
Al termine della visita, il Garante di fatto ha confermato il suo precedente parere. «Bisogna che ci mettiamo tutti con il massimo impegno per vedere di risolvere una situazione che continua a sembrare, confermo l’impressione, sproporzionata nel suo esito rispetto alle ragioni iniziali», ha detto. «Sono entrata qui e già da tempo avevo la sensazione che il difetto stia nel manico di questa vicenda, cioè che probabilmente non ha funzionato qualcosa proprio nei primissimi mesi in cui l’assistente sociale ha preso in carico questa famiglia. Lì le cose si sono messe in un modo storto e non si sono più raddrizzate. Avrei voluto parlare con l’assistente sociale, purtroppo qui non è venuta, avevamo un appuntamento telefonico, però poi mi ha detto che non poteva parlarmi».
Dopo mamma Catherine, sembra proprio che anche l’assistente sociale si sia allontanata dalla casa. Ma solo per un giorno, e di sua volontà, senza provvedimenti del tribunale.
Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.
Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.
Domenico Morrone, 15 anni in galera, faceva il pescatore. Daniele Barillà, 7 anni e mezzo di detenzione, era un piccolo imprenditore. Saverio De Sario, per tre anni privato della libertà, faceva l’autotrasportatore, mentre Giuseppe Lastella, che ha scontato una pena di 11 anni prima di essere ritenuto innocente, aveva un autosalone. Poi c’è Giuseppe Giuliana, 9 anni di calvario di penitenziario in penitenziario, bracciante agricolo. Potrei continuare, perché la lista è lunga. Dal 1991 sono stati più di 33.000 gli errori giudiziari e fra loro i politici o i ricchi sono una minoranza. La maggioranza, al contrario, è gente comune, spesso povera gente, che non ha neppure la possibilità di pagare un avvocato di grido o anche solo uno che si prenda a cuore la questione. Perché quasi sempre non serve un principe del foro per smontare le accuse, basterebbero un bravo pm e un giudice scrupoloso, che si leggessero le carte e che verificassero prove e testimonianze.
Nel caso di Beniamino Zuncheddu il solo accusatore era un altro pastore che aveva visto l’assassino, descrivendolo in un primo momento come alto e con il volto travisato con una calza da donna. Ma poi un investigatore lo convinse che l’uomo era basso, a viso scoperto e somigliava proprio a Zuncheddu, così nonostante sette persone avessero giurato che stava con loro in un altro posto, il povero pastore fu condannato. Forse qualche magistrato di quelli che si occuparono del suo caso è stato accusato di negligenza? No, hanno fatto tutti una tranquilla carriera. Loro promossi, per merito o anzianità; Zuncheddu in galera a consumare, da innocente, la sua vita.
È qui il nocciolo della questione: se il Csm è la cassa di compensazione per carriere e sanzioni, con una spartizione fra correnti, è ovvio che il magistrato responsabile di un errore, di una mancata scarcerazione o di aver ignorato prove o testimonianze a discarico dell’accusato, non pagherà mai. La lottizzazione non premia il merito, ma l’amico, il compagno di cordata. E così è stato ed è.
Molti anni fa gli italiani votarono in massa per la responsabilità civile dei magistrati, cioè per far pagare a chi indossa la toga l’errore compiuto. Beh, a fronte di 33.000 orrori giudiziari e di un risarcimento che nell’ultimo trentennio è costato alle casse dello Stato 1,2 miliardi di lire, sapete quanti sono i magistrati chiamati a rispondere del proprio operato mettendo mano al portafogli? Uno. Sì avete letto bene. Uno solo ha pagato, gli altri sono rimasti impuniti anche dal punto di vista del loro patrimonio.
Quando si entra nei tribunali si legge una scritta che vale per tutti, medici, giornalisti, ingegneri, politici e gente comune: tutti gli italiani sono uguali davanti alla legge. E allora perché il magistrato che sbaglia è più uguale degli altri?
Se io sbaglio un articolo e diffamo qualcuno ne rispondo penalmente e civilmente, anche se il mio è un reato colposo e non doloso. E allora perché chi indossa la toga resta impunito?
Dicono poi che la separazione delle carriere serva a punire i magistrati. Una balla: serve a sanzionare chi sbaglia e a restituire indipendenza, autonomia (dalle correnti) e autorevolezza alla maggior parte di pm e giudici che fanno diligentemente il loro lavoro.
Dicono anche che questa è la riforma di Gelli e di Berlusconi. Menzogne: questa è la legge che avrebbe voluto Indro Montanelli, che del Cavaliere dopo la sua discesa in campo non era certo amico. Il video integrale lo trovate online, qui io riporto l’essenziale: «Sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un autogoverno di controllo e soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che non risponde a nessuno dei suoi errori, spesso catastrofici. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io voglio che i magistrati paghino». Sono passati più di quarant’anni da quando pronunciò queste parole. Forse il 22 e 23 marzo è la volta buona per riuscire a metterle in pratica.
L’operazione di rilascio delle scorte strategiche di petrolio ha avuto sui prezzi l’effetto di un raggio di sole in una giornata di tempesta. Peccato che la tempesta prosegua e non se ne veda la fine, almeno a breve. Con la giornata di ieri i prezzi hanno ripreso a correre, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile e il Wti americano sopra i 96 dollari.
Gli attacchi alle navi sono proseguiti ieri nel Golfo Persico, dove due petroliere ferme in un porto iracheno sono state colpite da razzi iraniani. Dal canto suo, la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si è fatta sentire in pubblico per la prima volta, dicendo esplicitamente che «la leva per bloccare lo Stretto di Hormuz deve essere assolutamente utilizzata». Il comandante della Marina militare iraniana del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha raccolto l’invito poco dopo su X: «Infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore mantenendo la strategia di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz». La compagnia Total ieri ha annunciato di avere sospeso il 15% della produzione nei suoi impianti nel Golfo.
In questo contesto, Donald Trump con un post sul social Truth ha detto: «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada».
Intanto però a Washington si sussurra che la Casa Bianca abbia consigliato alle compagnie petrolifere e alle società di trasporto marittimo statunitensi di prepararsi alla possibile sospensione temporanea del Jones act, la legge che regola il trasporto marittimo interno negli Stati Uniti. Secondo questa vecchia legge, il trasporto di merci tra due porti degli Stati Uniti può essere effettuato solo da navi interamente statunitensi (costruzione, proprietà, bandiera ed equipaggio). La sospensione permetterebbe anche a navi straniere di trasportare carburante tra porti americani, per facilitare la distribuzione interna di energia.
Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ieri ha detto che gli Usa non sono pronti a scortare le navi al passaggio nello Stretto di Hormuz. «Accadrà relativamente presto, ma non può accadere ora. Semplicemente non siamo pronti», ha detto Wright in un’intervista. Lo stesso segretario due giorni fa aveva pubblicato un post su X affermando che la Marina americana era pronta a scortare le petroliere, ma poi ha rimosso il post stesso, generando sconcerto.
Il maxi rilascio delle scorte petrolifere deciso dall’Iea intanto è stato sopravanzato dagli avvenimenti, anche se in parte contribuisce a prendere un po’ di tempo. Il Dipartimento per l’energia americano ha fatto sapere che Washington metterà sul mercato 172 milioni di barili in un periodo di quattro mesi, il che significa circa 1,45 milioni di barili al giorno in media, a fronte di un deficit complessivo tra i 12 e i 14 milioni di barili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Ieri il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha comunicato che il nostro Paese metterà in circolo l’11,42% delle sue scorte strategiche. Il sistema di stoccaggio strategico italiano è coordinato dal Mase, che affida le operazioni all’Acquirente unico, il quale funge da Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit). A norma di legge, il sistema italiano di scorte petrolifere di sicurezza ammonta complessivamente a quasi 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (oltre 87 milioni di barili), pari a 90 giorni di importazioni.
Tale riserva è costituita da due responsabilità distinte. La prima è quella statale, gestita direttamente dall’Ocsit, che regolarmente indice gare per il mantenimento delle scorte, ed è pari a 2,208 milioni di tonnellate (circa 16 milioni di barili di petrolio equivalente) di prodotti già raffinati e pronti all’uso, come benzina, gasolio, carburante per aerei e olio combustibile.
La seconda parte è quella degli operatori privati obbligati, che ammonta a circa 9,6 milioni di tonnellate di prodotti, stoccate sul territorio nazionale o anche entro l’Unione europea (pari a circa 71 milioni di barili).
Il totale di scorte rilasciato dall’Italia sarà dunque pari a 9,96 milioni di barili di prodotti pronti al consumo, che hanno l’effetto più immediato di calmiere sui prezzi, poiché non richiedono lavorazioni ulteriori.
Il Mase non ha chiarito in quanto tempo i quantitativi saranno immessi sul mercato. Essendo il consumo del nostro Paese pari a circa 1,2 milioni di barili al giorno, con un periodo di rilascio di 60 giorni, ad esempio, le riserve strategiche fornirebbero circa il 14% dei consumi totali giornalieri.
Le località in cui l’Ocsit mantiene le scorte strategiche rispettano alcuni principi di distribuzione, con punti nevralgici in Sardegna e Sicilia, in Puglia e a Napoli per il Sud. A Gaeta vi è il maggiore deposito di gasolio (oltre 397.000 tonnellate) mentre a Volpiano vi è il maggiore stoccaggio di benzina (oltre 130.000 tonnellate). Depositi anche in Centro Italia e con maggiore densità al Nord, con Piemonte, Liguria e Lombardia ad avere le maggiori quantità.
Il rilascio delle scorte strategiche aiuta a comprare tempo, ma senza lo sblocco dello Stretto di Hormuz il conto si farà sempre più salato.
È proprio un bollettino di guerra quello dei rincari. Le quotazioni di Wti e Brent chiudono la seduta con un rally di oltre il 10% sfondando la quota psicologica dei 100 dollari al barile. Quelle dei carburanti corrono a ruota. I principali operatori stanno adeguando i listini: tra questi c’è Eni, che pur restando mediamente la compagnia meno cara ha ritoccato verso l’alto i prezzi consigliati. Secondo le rilevazioni diffuse da Staffetta Quotidiana, nella media nazionale in modalità self service la benzina ha superato quota 1,81 euro al litro, il livello più alto dal marzo 2025. Il gasolio è arrivato invece a circa 2,03 euro al litro, tornando sui massimi dall’estate del 2022. Con questi numeri è destinato a cambiare rapidamente il budget familiare.
Secondo una stima di Confesercenti, i rincari di carburanti ed energia seguiti all’esplosione del conflitto in Iran potrebbero tradursi in una stangata complessiva da circa 14 miliardi di euro all’anno. In assenza di interventi correttivi, gli italiani arriverebbero a spendere 6,9 miliardi in più per i carburanti e altri 7,1 miliardi per le bollette energetiche. L’aumento cancellerebbe di fatto gli effetti positivi del cosiddetto decreto Bollette e colpirebbe due voci di spesa difficilmente comprimibili. Il peso complessivo di carburanti ed energia sul bilancio delle famiglie passerebbe così dal 7,4%, registrato nel 2025, all’8,4% nel 2026, riducendo la capacità di spesa e sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti. Per lo Stato, invece, prezzi più alti significano anche maggiori entrate fiscali. Le stime indicano un aumento dell’Iva incassata pari a circa 1,9 miliardi: 1,2 miliardi deriverebbero dai carburanti e circa 700 milioni dalle bollette energetiche.
Anche per le imprese la situazione è sempre più pesante. I rincari dell’energia elettrica potrebbero tradursi in costi aggiuntivi significativi: oltre 1.200 euro l’anno per un ristorante con consumi medi, circa 770 euro per un albergo e più di 3.000 euro per un supermercato. A questi si aggiungono gli aumenti del gas, con ulteriori centinaia di euro di spesa annua.
Il governo osserva l’evoluzione della crisi e prepara possibili misure di sostegno. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha spiegato in Parlamento che l’esecutivo «sta lavorando a interventi di compensazione per le famiglie a reddito più basso e a strumenti per contenere i costi delle aziende di autotrasporto». Secondo il ministro, nonostante i rincari, l’aumento dei prezzi alla pompa in Italia resta al momento inferiore rispetto a quello registrato in altri grandi Paesi europei. Intanto le tensioni energetiche si stanno riflettendo anche su altri settori dell’economia. L’edilizia, tramite Ance Lombardia, segnala forti aumenti nei materiali da costruzione, con rincari che in alcuni casi vengono giudicati ingiustificati: nelle ultime settimane il prezzo del bitume è salito del 56% e quello del gasolio industriale di quasi il 30%.
Gli effetti arrivano anche nel trasporto aereo. Il gruppo Air France-Klm ha annunciato un aumento delle tariffe sui voli a lungo raggio per compensare il forte rincaro del cherosene. Per i biglietti in classe economica l’aumento medio sarà di circa 50 euro, seguendo la stessa strada già intrapresa da diverse compagnie internazionali.
In questo scenario c’è chi ride: Vladimir Putin. Secondo le stime riportate dal Financial Times, la Russia starebbe incassando circa 150 milioni di dollari in più al giorno dalle esportazioni di petrolio da quando sono esplose le ostilità in Iran.

