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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione ha creato un sistema per verificare l’età dei giovani che vogliono accedere ai social network. Peccato però che sia facilmente aggirabile tramite Vpn e che i malintenzionati possano penetrarla con un clic.
Il tema dell’accesso ai social media da parte degli adolescenti è balzato recentemente al centro del dibattito europeo, sopratutto in seguito alla proposta del presidente francese Emmanuel Macron, che vorrebbe introdurre limiti molto stringenti all’utilizzo delle piattaforme digitali da parte dei più giovani. La proposta è stata ampiamente recepita dalla presidente della Commissione europea che, proprio nei giorni scorsi, ha presentato una prima «applicazione» per la verifica dell’età di chi accede ai social media, mettendola a disposizione degli Stati membri che vogliano introdurre una soglia di età minima per accedere.
Sarà uno strumento tecnico, simile alla applicazione che la Commissione aveva introdotto per garantire la libera circolazione durante la pandemia del Covid-19 alle persone vaccinate o con un test negativo. E già qui ci sarebbe parecchio da dire.
Sicuramente le intenzioni della Von der Leyen sono buone: «Credo fermamente che siano i genitori, non gli algoritmi, a dover educare i figli», aveva detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2025, annunciando la creazione di un gruppo di «esperti» per consigliarla sulle possibilità di introdurre il limite di età minima. Aveva indicato come potenziale modello l’Australia, che allora aveva appena annunciato l’introduzione del divieto per i minori di 16 anni. Gli stessi concetti ripetuti qualche giorno fa.
L’obiettivo, certamente meritorio, è quello di ridurre i rischi derivanti dall’uso dei social, che sopratutto negli adolescenti stanno favorendo una serie di comportamenti aggressivi e violenti. Ma i primi dati disponibili suggeriscono che la questione è più complessa di quanto sembri, sia sul piano politico, sia su quello giuridico legale che anche su quello tecnico.
Sul piano politico, al di là della retorica, la Von der Leyen ha davanti a sé una serie di resistenze per introdurre un’età minima digitale unica nella Unione europea. Gli Stati membri che hanno già annunciato una legge sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi, e anche l’Italia sembra propensa a farlo. Ma ci sono anche diversi Paesi - in particolare i nordici e i baltici - che sono fortemente contrari: ritengono che il livello di educazione digitale dei genitori e dei loro figli sia tale da permettere loro di riconoscere e affrontare i pericoli procurati dai social media. Impedire ai bambini l’accesso alle piattaforme significherebbe tagliarli fuori dall’informazione e dalla conoscenza e scoraggiare le loro capacità future di innovare. La stessa vicepresidente della Commissione, responsabile per il Digitale, Henna Virkkunen, «costretta» a presentare la App, è tuttavia scettica sull’introduzione dell’età minima.
Nel frattempo alcuni Stati membri hanno iniziato a muoversi in ordine sparso: Francia e Grecia pensano di fissare la soglia minima a 15 anni, la Spagna a 16, mentre in Italia alcune forze politiche ipotizzano di fissarla, come in Austria, a 14 anni. Nasce ovviamente il problema di quale legislazione dovrebbe applicarsi ad un minore che viaggia nell’Ue: quella del paese in cui si trova, oppure quella dello Stato di cui ha nazionalità? O ancora quella del Paese di residenza? Oppure quella legata all’indirizzo Ip da cui si collega?
Tutto ciò rischia di produrre una frammentazione del mercato unico digitale, e le molte regole diverse distruggerebbero sul nascere ogni proposito di armonizzazione europea, senza considerare che probabilmente entrerebbero in collisione con lo stesso diritto europeo. Difficile però dare colpa agli Stati membri quando in realtà la Commissione europea nel presentare la App di fatto ammette oggettivamente l’impossibilità di mettere in campo una proposta legislativa unica europea.
L’esperienza australiana più volte richiamata dalla Von der Leyen, offre peraltro un primo esempio concreto delle difficoltà di applicazione di queste politiche. Le analisi più recenti mostrano che, nonostante le restrizioni introdotte, una larga parte degli adolescenti continua a utilizzare i social senza particolari difficoltà. Secondo i dati disponibili, circa il 70% dei ragazzi riesce ancora ad accedere alle piattaforme, mentre un’altra indagine indica che il 61% dei giovani tra i 12 e i 15 anni non ha avuto problemi a superare i blocchi. Un elemento particolarmente significativo riguarda il comportamento degli utenti: molti adolescenti utilizzano più account o trovano modalità alternative per aggirare i sistemi di controllo, dimostrando una notevole capacità di adattamento.
È difficile dire se nei palazzi di Bruxelles abbiano studiato bene i modelli ai quali si sono ispirati o abbiano invece affidato ad uno stagista di turno il compito di costruire l’App. La cosa più curiosa poi, per non definirla ridicola, è quella che, subito dopo la presentazione dell’App, sono bastati pochi secondi a un ingegnere informatico inglese, Paul Moore, per mettere in evidenza una vulnerabilità che consente a chiunque abbia accesso al dispositivo di aggirare i sistemi di sicurezza, forzando il reset del pin. Non solo: la stessa app della Commissione ha anche delle carenze che permetteranno di aggirare la verifica dell’età. Per non doverla usare basterà collegarsi attraverso una Vpn al di fuori dell’Ue o degli Stati membri che decideranno di imporre un’età minima per l’accesso ai social media.
Ovviamente la Commissione ha subito detto che correrà ai ripari, ma la figura barbina ormai è stata fatta. Alla luce di questi elementi, cresce il consenso attorno a soluzioni alternative rispetto ai blocchi generalizzati. Sempre più esperti sottolineano l’importanza di investire sull’educazione digitale, aiutando i giovani a sviluppare un uso più consapevole delle piattaforme. L’idea di fondo è che un approccio basato sulla formazione e sulla responsabilizzazione possa essere più efficace rispetto a un divieto difficile da applicare. E in ogni caso, se si vuole costruire un sistema di verifica dell’età, non solo lo si collochi in una dimensione multidisciplinare ma soprattutto la Commissione e la sua Presidente cerchino di studiare un po’ di più, evitando buchi nell’acqua.
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Marilyn Manson (Ansa)
È scontro fra il sindaco leghista Alan Fabbri e la diocesi della città emiliana, dove in estate si dovrebbe esibire Marilyn Manson, provocatorio cantante americano. Il vescovo pro migranti Gian Carlo Perego, a cui non importa dei crocifissi nelle scuole, nega il camerino all’artista perché dentro un convento di suore.
Marilyn Manson non è certo uomo che si turbi facilmente, se non altro perché ha costruito una intera carriera sulla provocazione e l’eccesso. Ha creato un personaggio appositamente per scandalizzare, e se non venisse bandito e censurato non avrebbe più senso di esistere. Nel tempo, soprattutto quando era all’apice del successo ormai parecchi anni fa, molte città americane di profonda fede protestante insorgevano contro le sue esibizioni platealmente e anche tristemente blasfeme. Al solito, la soluzione migliore sarebbe stata ignorarlo, invece di alimentare il suo freak show fuori tempo massimo.
Nel frattempo, Manson si è evoluto. È un filo meno pagliaccesco, la sua ricerca musicale ne ha senza dubbio elevato il livello culturale. E in ogni caso la fama del passato è sbiadita, l’età e il grasso addominale incombono, e il vecchio circo si è parecchio ammosciato. Eppure sembra che la curia ferrarese sia riuscita nel capolavoro grottesco di regalare a Manson nuova pubblicità, nuove polemiche e un pizzico di vigore giovanile.
Il musicista americano suonerà nella città emiliana il prossimo 11 luglio nell’ambito del Ferrara Summer Festival. A suscitare un certo, divertito, interesse è stata la notizia che sarebbe stato accolto - almeno per qualche momento - in un convento delle suore di San Vincenzo. Come ha spiegato il sindaco leghista Alan Fabbri a Radio Radio, «tutti gli anni, in piazza Ariostea, gli artisti hanno potuto riposare (anche gli Slipknot) - prima dell’esibizione - nel backstage del palco, che per l’occasione è sempre stato il convento delle suore di San Vincenzo». Per chi non ne fosse edotto, gli Slipknot sono decisamente più pesanti di Manson a livello sonoro e almeno altrettanto disturbanti per quanto riguarda testi e blasfemia. Però non hanno avuto (né causato) problemi con le suore. Questa volta però a Manson l’ingresso al convento è stato interdetto.
Lo ha fatto sapere lo stesso Fabbri: «Purtroppo, dopo tutta questa attenzione mediatica sulla notizia, le suore hanno comunicato di aver ricevuto ordini dall’alto, quindi immagino dalla Curia - con cui non posso dire di avere ottimi rapporti - di ritirarsi dal supporto per tutto il Ferrara Summer Festival e non solo per il concerto di Marilyn Manson». Peccato, ha commentato giustamente il sindaco: magari le determinate suorine avrebbero potuto cogliere l’occasione per riportare all’ovile la pecorella (volutamente) smarrita.
Il fatto, però, è che oltre al folklore e alla curiosità sotto questa vicenda c’è qualcosa di un poco più sgradevole. «Non ho mai detto che Manson sarebbe stato ospitato dal convento», ci racconta Alan Fabbri. «Io ho sempre parlato dei camerini. Piazza Ariostea, dove si svolge il concerto, ha a lato un convento che ha sempre concesso le stanze in cui venivano allestiti i camerini per gli artisti. Vuol dire che lì gli artisti si cambiano, anzi si cambiavano e facevano i loro preparativi dentro il convento, che collaborava con la produzione del festival. È sempre stato così da quando abbiamo i concerti in Piazza Ariostea e doveva essere così anche con Manson, la cui data è stata annunciata mesi fa. Dopo le mie dichiarazioni però c’è stato un passo indietro».
E da chi dipende questa retromarcia? Sembra di capire che sia dovuta alla Curia locale. Che, guarda un po’, è guidata da monsignor Gian Carlo Perego, noto ai più come vertice della Fondazione Migrantes e sempre in prima fila sui temi della accoglienza. «Perego, soprattutto in quanto presidente della Fondazione Migrantes», dice il leghista Fabbri, «non è che mi ami molto. Forse anche per questo stanno cercando di negarci varie forme di collaborazione. Ad esempio qualche settimana fa il Capitolo della Cattedrale, associazione in cui si ritrovano vari parroci e gestisce la Cattedrale di Ferrara, ci ha negato la possibilità di fare delle riprese video all’interno delle chiese, che chiedevamo per realizzare una sorta di video promozionale turistico, con tutte le bellezze architettoniche, monumentali e artistiche della città di Ferrara».
Insomma il blocco a Manson rientrerebbe in una antica tensione fra il vescovo pro migranti e il sindaco di destra. «Da quando mi sono insediato ci sono questi problemi», continua Fabbri. «Un esempio. Non appena eletto, durante l’estate, ho deciso di far mettere i crocefissi nelle scuole. Senza fare grande pubblicità ho emesso la delibera di acquisto dei crocefissi e non ho fatto alcuna polemica, non ho usato il gesto a fini politici, non ho fatto niente. Però evidentemente nell’albo pretorio del Comune è uscita la determina dirigenziale e qualcuno se n’è accorto. Subito è nata una polemica, nemmeno quello andava bene, nemmeno il crocifisso: il vescovo disse che un buon cristiano non deve guardare a queste cose».
Intendiamoci: che la curia si stranisca per Marilyn Manson è decisamente più comprensibile delle polemiche sui crocifissi. Ed è persino diritto delle suore, del vescovo e di ogni prete rifiutare di ospitare uno che ha sempre denigrato la religione, anche se le posizioni dell’artista sono appena più articolate di come piace raccontarle, e dipendono molto dal contesto statunitense. A suscitare qualche perplessità, semmai, è il doppio binario. Negli anni passati non c’erano stati problemi a ospitare band decisamente cruente («il cantante degli Slipknot iniziò il concerto con una bestemmia», ricorda il sindaco Fabbri), ora sorge il problema proprio dopo le dichiarazioni del primo cittadino con cui la diocesi è in rapporti tesi da tempo principalmente a causa delle differenti visioni sul tema migratorio.
«Forse il fatto che io in passato non abbia mai commentato nulla ha fatto passare tutto in sordina», ipotizza Fabbri. «Questa volta ho fatto un commento a Radio Radio dicendo che secondo me era una cosa bella che Manson potesse passare nel convento. Si poteva comunque trovare un motivo di unione anche fra visioni molto diverse. Credo che in questo caso abbia pesato la voglia di rompermi un po’ le scatole». In effetti è un po’ curioso: monsignor Perego è uno dei principali cantori dell’accoglienza, è sceso in piazza con le associazioni Lgbt, ha sempre voluto apparire aperto e tollerante. Con Manson lo è stato un po’ meno del solito. Forse perché arriverà in aereo e non in barcone?
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 aprile 2026. La deputata di Fdi Sara Kelany spazza via le bugie della sinistra sui centri in Albania.
Mariacarla Boscono (Ansa)
Il fascino del passato incontra la generosità del presente. Il 25 aprile, la capitale italiana della moda ospiterà la seconda edizione dell'evento dedicato al mondo degli abiti vintage, con protagonista il popolare sito di e-commerce.
Domani eBay sarà partner principale del Vogue Vintage Market, un appuntamento dedicato agli appassionati del mondo della moda e soprattutto della moda di seconda mano, che dà nuova vita a capi vintage e abiti dal gusto sempre attuale. L'evento torna a Milano per il secondo anno, sulla scia del successo già riscosso sulle piazze mondiali della moda. Londra, New York e Berlino. Madrina dell’edizione di quest'anno del Vogue Vintage Market sarà la top model di fama internazionale Mariacarla Boscono, che per l'occasione farà dono di una serie di capi vintage del suo guardaroba personale.
Dalle 11 del mattino fino alla sera alle 20, sarà possibile esplorare e acquistare capi selezionati, abiti e accessori vintage donati da uffici stile e stampa dei brand, designer, creativi, il tutto presso Officine LùBar (via Monviso 34, Milano).
La novità di quest'anno pensata da eBay sarà la dimensione virtuale dell'evento, che permetterà anche a chi si trova fuori città di partecipare e aggiudicarsi preziosi capi vintage, grazie a una diretta su eBay Live, la nuova piattaforma di shopping interattivo in diretta che connette acquirenti e venditori in tempo reale all’interno dell’ecosistema sicuro e affidabile di eBay.
Durante il live streaming, in programma alle 15.00, sarà possibile acquistare borse e accessori di brand come Fendi, Prada e Louis Vuitton, messi all’asta a partire da 1 euro. Anche quest’anno il ricavato delle vendite del Vogue Vintage Market, al netto di costi, imposte e commissioni, sarà devoluto a Fondazione Pangea Ets, da oltre vent’anni attiva nella promozione dell’emancipazione e dell’autonomia femminile. I fondi contribuiranno a sostenere donne vittime di violenza lungo tutto il loro percorso di rinascita, destinando alle case rifugio, primo stadio in termini di accoglienza, e al reinserimento lavorativo attraverso il progetto Reama.
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