Ex pugile condannato per lesioni il nuovo capitano di San Marino
Il civico (para grillino) Marco Nicolini sarà il reggente del piccolo Stato del Titano

Immaginate se al Quirinale, al posto di Mattarella, all’improvviso comparisse un pittoresco personaggio noto per le sue imprese sportive avventurose, il suoi libri sulla boxe (che ha anche praticato) e soprattutto i suoi precedenti penali per lesioni personali. È quello che sta per succedere a San Marino, dove è in predicato di diventare uno dei due capitani reggenti (la carica equivalente al nostro presidente della Repubblica), Marco Nicolini, componente del Consiglio Grande Generale, il parlamento della piccola repubblica, di cui due membri ricoprono a rotazione per sei mesi la massima carica istituzionale. Nei giorni scorsi, il suo gruppo, quello del movimento Rete (un movimento civico simile ai nostri 5 stelle ) ha ufficializzato l’indicazione del suo nome come capitano reggente per il semestre tra aprile e ottobre e il Consiglio grande ha dato il via libera alla nomina, insieme a quella di Gian Carlo Venturini del Pdcs (la Democrazia cristiana di San Marino).

Ma chi è Nicolini? Cinquant’anni, sposato con due figli, vive a San Marino dal 1999, dove lavora nel settore creditizio, ironia della sorte, proprio nella Banca Cas travolta dal crack che ha portato l’ex ad, quel Daniele Guidi di cui potete leggere sopra, alla sbarra. Sulla sua pagina su Wikipedia viene narrata la sua traversata dell’Adriatico in kayak: «Nel 2015 ha attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo, partendo dall’isola di Arbe e toccando terra, due giorni dopo, a Viserba. Per venti miglia, a causa di una forte burrasca, aveva però dovuto riparare a bordo della barca d’appoggio, invalidando nei fatti l’impresa».

A San Marino però gli oppositori alla sua nomina lo ricordano soprattutto per la condanna definitiva per lesioni personali ricevuta nel 2014 a sei mesi con sospensione condizionale della pena per due anni. La sentenza di appello aveva confermato quanto deciso nel processo di primo grado, durante il quale, secondo la ricostruzione dei fatti avvenuta in udienza, era stato stabilito che il capitano reggente in pectore, durante un alterco per questioni di viabilità aveva colpito la vittima con un pugno al viso, causando anche la frattura del metacarpo della mano destra che l’uomo aveva usato per cercare di difendersi dal colpo sferrato dal focoso ex pugile. Sulla sua pagina Facebook, il 12 marzo Nicolini si è difeso così: «Ero accusato di aver dato un pugno sulla mano ad un “signore” che, tra i suoi precedenti, oltre a due pagine di truffe e rapina a mano armata, aveva violenze di ogni tipo. Anche sulla figlia di pochi anni. Se gli avessi dato un pugno non avrei nulla di cui vergognarmi ma, non avendoglielo dato, il Giudice mi condannò perché, avvicinandomi minacciosamente, lui si poteva esser ferito alla mano, spaventandosi. È scritto questo nella sentenza. Avevo terrorizzato un uomo di un metro e novanta che aveva già scontato una decina d’anni nelle peggiori carceri italiane. Un ispettore di polizia italiano mi aveva contattato per dirmi che aveva visto tutto e che avrebbe voluto testimoniare, ma il tribunale non lo volle ascoltare. […] Cambiare una giustizia tanto malevola fu la spinta principale al mio ingresso in politica; ma il “mostro” è duro a morire».

Dal primo aprile, Nicolini sarà ai vertici anche del Consiglio giudiziario, l’equivalente del nostro Consiglio superiore della magistratura, quindi ai vertici di quel potere «malevolo» che vuole cambiare.

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