«Il navigatore italiano è sbarcato nel nuovo mondo». «E come ha trovato gli indigeni?». «Molto cordiali». Questa fu la conversazione in codice con cui il Nobel per la fisica Arthur Compton informava il chimico James Conant, responsabile del Progetto Uranio, che Enrico Fermi era riuscito a tenere sotto controllo – e quindi adatta per produrre calore trasformabile in elettricità – la reazione di fissione nucleare. Se non è tenuta sotto controllo, quella reazione è esplosiva ed è buona per la bomba.
Nel 1966 l’Italia era, dopo Usa e Regno Unito, la terza forza elettronucleare del mondo. E questo grazie all’eredità di Fermi (deceduto nel 1954), ma grazie soprattutto agli ingegneri e ai fisici nucleari italiani che nei primi 20 anni del dopoguerra misero al servizio del Paese le loro conoscenze e professionalità. Uno di questi è Ernesto Pedrocchi, che fin dal 1961, giovanissimo ingegnere nucleare, lavorava nel laboratorio di ingegneria nucleare diretto dal grande professor Mario Silvestri, partecipando così alla progettazione del Cirene, l’unico reattore nucleare progettato e realizzato in Italia. Ma mai entrato in funzione per il lungimirante intervento dei Verdi, che il Paese mai potrà «ringraziare» a sufficienza. Membro dei consigli d’amministrazione dell’Enea e di Ansaldo nucleare, Pedrocchi è oggi professore emerito di Energetica, colonna portante del Politecnico di Milano.
La tecnologia elettronucleare non produce CO2, circostanza che consente ad alcuni di sostenere il nucleare quale importante tecnologia per far fronte ai cambiamenti climatici indotti, appunto, dalle emissioni antropiche di CO2. Comprensibilmente promotore del nucleare, Pedrocchi ha voluto indagare questo ulteriore pregio della tecnologia ma, da uomo di scienza di impeccabile onestà intellettuale, conclude che la mancanza di produzione di CO2 non è un particolare pregio del nucleare, per la semplice ragione che la CO2 antropica non ha niente a che fare con i cambiamenti climatici. In proposito ha diverse pubblicazioni, qualcuna anche divulgativa (come Il clima globale cambia: quanta colpa ha l’uomo?, Esculapio editore).
Professor Pedrocchi, secondo alcuni il cambiamento climatico in atto è di origine antropica e può minacciare l’umanità. Cosa ha concluso dai suoi studi?
«Intanto, guardando alla Storia, quello di oggi è un cambiamento climatico molto modesto. Gli organismi dell’Onu (Ipcc, soprattutto) promuovono strategie per la riduzione – fino all’eliminazione – delle emissioni antropiche di CO2 perché sarebbero, a loro giudizio, responsabili del cambiamento climatico in atto, e foriere di prossimi gravi cambiamenti, fino a minacciare l’abitabilità del pianeta. Si è così arrivati a proporre la de-carbonizzazione, cioè la rinuncia all’uso dei combustibili fossili, sostituendoli con fonti rinnovabili, come fotovoltaico ed eolico. In realtà ci sono forti dubbi di carattere scientifico su tale proposta che sinteticamente segnalo, basandomi su dati verificabili, riportati dalla stessa Ipcc».
Quali dubbi?
«Il clima globale riguarda tutto il pianeta. La variabile principale per caratterizzarlo è la temperatura globale media, che influisce sulle due principali variabili globali che sono la copertura niveo-glaciale e il livello del mare. Per quanto riguarda l’influenza delle emissioni antropiche di CO2 sul clima globale le domande da farsi sono due. La prima: l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera, che si rileva con grande attendibilità con le misure in tempo reale solo dal 1958, è dovuto essenzialmente alle emissioni antropiche? A questa domanda si risponde semplicemente analizzando il bilancio della CO2 in atmosfera. Si constata che fino al 1850 circa, l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera, iniziato nel 1700, non può che essere stato di origine naturale, in quanto le emissioni antropiche erano praticamente nulle. Da allora le emissioni antropiche hanno iniziato ad aumentare e ora sono circa il 5% del totale (Ipcc). Nell’atmosfera oggi si riversa il 95% di emissioni naturali in massima parte dagli oceani e il resto dalla terra ferma: solo il 5% è di origine antropica! Anche il flusso uscente, leggermente minore della somma dei due flussi entranti per via dell’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera – che è passato, dal periodo preindustriale a ora, da circa 300 a circa 400 ppm (parti per milione) – non può non avere la stessa proporzione tra antropico e naturale che ha il flusso entrante. Questo per il semplice fatto che le molecole di CO2 di origine naturale o di origine antropica sono eguali, e l’atmosfera non può distinguerle né in entrata, né in uscita».
Qual è la seconda domanda?
«L’aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera ai livelli attuali è causa di aumento della temperatura globale media? Per rispondere, si può osservare che secondo lo stesso Ipcc la crescita della temperatura globale media in funzione della concentrazione di CO2 in atmosfera è in continua attenuazione, e ormai ai livelli attuali di circa 400 ppm l’effetto è molto piccolo, come risulta da più di un centinaio di lavori scientifici. Insomma: un ulteriore aumento di CO2 non comporta alcun significativo aumento di temperatura (tecnicamente si parla di saturazione). Inoltre si constata che l’aumento di concentrazione di CO2 è praticamente eguale nei due emisferi terrestri, mentre è scientificamente accertato – fra l’altro da misure di prodotti radioattivi emessi nell’emisfero Nord negli anni Cinquanta e Sessanta a seguito di test su bombe “atomiche” – che la barriera equatoriale è piuttosto impervia al miscelamento dell’atmosfera tra i due emisferi. Non si capisce quindi perché, se l’aumento della concentrazione di anidride carbonica fosse essenzialmente dovuto alle emissioni antropiche, non resti alcun segno di questa differenza tra i due emisferi. Nel caso del metano – che è un gas prodotto prevalentemente per via antropica nell’emisfero Nord – la differenza di concentrazione tra i due emisferi è ben riscontrabile. Inoltre, diversi rilievi sperimentali dedotti dall’analisi dei carotaggi di ghiaccio nelle zone polari mostrano che in generale è la variazione di temperatura che precede la variazione di concentrazione di CO2 e non il contrario, come supporrebbe l’ipotesi del riscaldamento globale causato dalle emissioni antropiche di gas serra.
Dall’insieme di questi dati sperimentali si evince che le emissioni antropiche di CO2 esercitano un modesto contributo (circa 5%) sull’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera e che, alla concentrazione attuale, la variazione di concentrazione di CO2 esercita un effetto forse neanche misurabile sulla temperatura media globale. Si può concludere che le emissioni antropiche non devono assolutamente preoccupare anche in prospettiva futura».
Eppure l’Onu e l’Ue si son fissati con l’obiettivo di raggiungere emissioni zero entro il 2050…
«Questo obiettivo di sostituire l’attuale fabbisogno energetico coperto da combustibili fossili con le fonti rinnovabili comporterebbe, da oggi al 2050, di mettere in funzione ogni giorno (me lo faccia ripetere: ogni giorno!) o 6.000 grandi pale eoliche o 60 chilometri quadrati di pannelli fotovoltaici, o un mix dei due. L’ordine di grandezza di questi numeri mostra che si tratta di obiettivi faraonici e, di fatto, irrealizzabili. Non c’è neppure la speranza di progresso delle rese di questi dispositivi perché essi sono già prossimi al limite fisico teorico. Peraltro, vi è la forte contraddizione di ostracizzare, allo stesso tempo, altri grandi impianti che non emettono CO2: idroelettrici e nucleare. In ogni caso, il fatto è che allo stato attuale nessun Paese, a fronte di tutte le intenzioni dichiarate negli ultimi 20 anni, sta decarbonizzando alcunché».
Secondo lei cosa c’è dietro questa poco credibile strategia?
«Penso che il principale interesse dietro questa strategia di “stato di paura” da cambiamento climatico – al quale si associa artificiosamente e non senza alcuni risvolti comici, ogni avversità accada sul pianeta – è un interesse politico: l’aspirazione di riuscire ad avviare un governo mondiale. Forse v’è il nobile scopo di lottare contro le diseguaglianze: la lotta alla povertà ha una sua grande valenza importante e indipendente e deve essere perseguita costantemente, ma volerla legare al cambiamento climatico rischia di risultare controproducente. Come possa mai combattersi la povertà impoverendo i Paesi ricchi è per me un mistero. Diversi famosi ambientalisti hanno capito che questa cosa non regge e si sono pronunciati contro la strategia della decarbonizzazione, anzi a favore dell’uso dei combustibili fossili e anche del nucleare. Purtroppo, quasi come fosse un cancro, gli interessi legati alla carbon free economy si sono così ingigantiti e consolidati che non sarà facile fermarli. Se tutte le risorse dilapidate in questi decenni per combattere i cambiamenti climatici fossero state impegnate per combattere la povertà, si sarebbe compiuta un’opera più meritevole e di maggior successo».
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