La Lagarde fa sempre politica: sfida a Trump
Christine Lagarde (Ansa)
Il presidente della Bce accusa l’inquilino della Casa Bianca per gli attacchi a Powell (Fed): è un pericolo grave se prende il controllo della banca centrale Usa. Non dice però che sia all’Fmi che a Francoforte la sua linea è stata a favore dell’asse franco-tedesco.

«Se Donald Trump dovesse prendere controllo della politica monetaria americana porrebbe un pericolo molto serio per l’economia Usa e mondiale». Così, con voce grave e accento da governante del destino altrui, Christine Lagarde ha ammonito il presidente degli Stati Uniti in un’intervista all’emttente francese Radio Classique. Poi ha spiegato: «Se la politica monetaria dipendesse dal diktat di questo o quello, l’equilibrio dell’economia americana, e di conseguenza gli effetti che ciò avrebbe in tutto il mondo, sarebbero molto preoccupanti». Per fortuna, conclude la signora Lagarde «sarà molto difficile per Trump arrivare a una tale situazione, perché la Corte Suprema degli Stati Uniti, che è ampiamente rispettata nel Paese e che spero sarà rispettata anche da lui, ha chiaramente indicato che un governatore della Fed può essere revocato solo per colpa grave». Applausi. Lacrime. Standing ovation. Peccato che a parlare sia la stessa Christine Lagarde che, quando si tratta di politica monetaria europea, ha sempre avuto un concetto molto relativo dell’indipendenza. La più politicizzata presidente della storia della Bce: basta ascoltarla un paio di volte per accorgersi che per lei non esistono confini fra politica monetaria, geopolitica, lotta al cambiamento climatico e perfino la moda del momento. A volte sembra più un ministro del Green deal che una guardiana dei tassi d’interesse.

La sua carriera nasce, non a caso, sotto l’ombrello di Nicolas Sarkozy. È il presidente francese, nel 2011, a spingerla con forza al Fondo Monetario Internazionale, dopo la caduta spettacolare di Dominique Strauss-Kahn. L’Europa si congratula, la Francia brinda: una donna elegante, di mondo, con l’accento giusto e le amicizie giuste. Lagarde viene presentata come la «garante della stabilità». In realtà sarà la garante di Parigi. Poi, nel 2019, l’approdo al trono vero: la presidenza della Banca Centrale Europea. Qui il concetto di indipendenza diventa un optional. Perché la Bce, se si ascoltano i suoi discorsi e si guardano le sue decisioni, sembra avere due capitali ufficiali: Berlino e Parigi. Germania e Francia hanno sempre dettato la linea, e Lagarde non ha mai dato l’impressione di voler contraddirli. Al massimo, con un sorriso, ha ricordato agli altri Paesi che il loro compito era di adeguarsi.

Gli italiani, per esempio, ricordano bene la sua prima conferenza stampa da presidente della Bce. Era il 12 marzo 2020, in piena tempesta pandemica e con i mercati già in panico. Bastava una parola rassicurante per calmare la speculazione sui titoli di Stato. Bastava dire ciò che Mario Draghi aveva scolpito nella memoria collettiva: «whatever it takes» (faremo tutto quello che serve) dichiarò che «il compito della Bce non è quello di chiudere gli spread». Boom: i mercati crollarono, lo spread italiano volò, e milioni di risparmiatori capirono in un istante che la nuova presidente non avrebbe mai avuto la stoffa del predecessore.

Oggi, però, si erge a paladina dell’autonomia della Federal Reserve. Avverte Trump che la politica monetaria non può finire «sotto il diktat di questo o quello». Giustissimo. Peccato che per anni, sotto il suo comando, la Bce sia sembrata il diktat della coppia franco-tedesca contro i Paesi più fragili del Sud Europa.

E non basta. Perché oltre ai tassi e agli spread, la presidente della Bce ama occuparsi di clima, sostenibilità e transizione verde. Ha fatto della «lotta al cambiamento climatico» una delle missioni della Banca Centrale, come se comprare o meno titoli di Stato fosse la stessa cosa che piantare alberi in Amazzonia. Interventi che nulla hanno a che vedere con la stabilità dei prezzi, ma che mostrano una Bce trasformata in una succursale della Commissione europea, più attenta agli obiettivi del Green deal che all’inflazione che erode i salari. La verità è che Christine Lagarde predica l’indipendenza degli altri, non la propria. Si preoccupa dell’America perché lì esiste un vero sistema di contrappesi, con una Corte Suprema pronta a difendere la Fed. In Europa, invece, i contrappesi non li ha mai voluti: meglio obbedire a Parigi e Berlino, distribuire sermoni su clima ed energia, e ricordare agli italiani che gli spread sono un loro problema.

Insomma, oggi Lagarde scopre l’importanza dell’autonomia delle banche centrali. Benvenuta. Peccato che la lezione, per noi, sia arrivata con anni di ritardo, qualche centinaio di miliardi in più di interessi sul debito e una Bce trasformata in pulpito politico, dove la stabilità dei prezzi è diventata solo una delle tante voci all’ordine del giorno, accanto al riscaldamento globale e alla transizione energetica.

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