Per il terzo giorno di fila scoperta una rete islamica che preparava attentati. Il ministro Marco Minniti, che in campagna elettorale ha nascosto il problema, ora ci dice che il rischio è altissimo e dobbiamo continuare sulla sua linea. Invece bisogna fare il contrario.
Lo speciale contiene cinque articoli
Marco Minniti, negli ultimi giorni, è estremamente loquace, rilascia interviste a tutto spiano per parlare della minaccia jihadista che, dice, negli ultimi «quattro o cinque mesi» si è fatta più intensa. Viene da chiedersi come mai il signor ministro non ne abbia mai fatto parola durante la campagna elettorale. Mentre sul Web e nelle moschee abusive gli inviti a uccidere gli infedeli si moltiplicavano, Minniti evitava accuratamente l’argomento. Non solo non ha parlato del pericolo islamico, ma, poco prima del voto, si è prodigato per mandare segnali di distensione alla comunità musulmana. Durante una cordiale visita alla grande moschea di Roma, ha deriso chi ritiene che l’islam sia «incompatibile con la Costituzione» e ha spiegato che «costruire una grande alleanza con il mondo islamico può aiutare a liberare il mondo dalle proprie ossessioni». In quell’occasione, il ministro si è vantato del «Patto nazionale per un islam italiano» da lui ideato. Per chi non lo ricordasse, si tratta di un protocollo d’intesa in cui il governo si impegnava a «promuovere una conferenza con l’Anci dedicata al tema dei luoghi di culto islamici in cui richiamare il diritto alla libertà religiosa che si esprime anche nella disponibilità di sedi adeguate». Tradotto significa: più moschee.
Ora, però, a urne lontane, Minniti viene a dirci che dobbiamo fare attenzione, che il rischio non è mai stato così alto. Ieri a Repubblica ha detto che i combattenti dello Stato islamico sfrutteranno le rotte dei migranti per rientrare in Europa. Chissà, forse non si tratta dello stesso Minniti che, nel 2016, affermava perentorio: «Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato». Già, peccato che sui barconi, invece, i terroristi arrivassero eccome. Anis Amri – l’attentatore di Berlino la cui rete italiana è stata sgominata ieri – approdò a Lampedusa nel 2011, come un richiedente asilo fra tanti. Di immigrazione clandestina si dilettavano pure quattro dei cinque musulmani arrestati ieri: avrebbero fatto entrare in Italia un centinaio di connazionali. Anis Amri si era rivolto a loro per ottenere documenti falsi con cui spostarsi liberamente in Europa.
Tramite Repubblica, ieri Minniti ha lanciato un appello: «Chi mi sostituirà non azzeri tutto». Grazie al suo lavoro al Viminale, ha detto, si è creato «un patrimonio da non disperdere». Ah, davvero? Beh, allora vediamo qual è il quadro della situazione dipinto dalla cronaca negli ultimi due giorni. A Pompei un algerino irregolare (titolare di un decreto di espulsione che nessuno ha fatto rispettare) si è lanciato contro la locale basilica in nome di Allah. A Foggia un egiziano (con cittadinanza italiana) insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli all’interno di una moschea abusiva travestita da «associazione culturale». A Torino un ragazzo di 23 anni, figlio di immigrati marocchini, spargeva odio sul Web e progettava attentati con camion simili a quello organizzato da Anis Amri. I cui amici fermati ieri immaginavano di mozzare i genitali ai miscredenti italiani ed europei.
Questo è il bel patrimonio che otteniamo in eredità. Questo è il risultato delle politiche dei governi che ci hanno accompagnato fin qui. Invece di chiudere i luoghi di culto abusivi, abbiamo lasciato che prosperassero, anzi l’esecutivo si occupava di promettere nuove moschee. Invece di porre un freno al vittimismo islamico che alimenta la propaganda, i nostri politici – Minniti compreso – si riempivano la bocca di «integrazione», negavano ogni legame fra immigrazione e terrorismo, continuavano a tenere in piedi l’industria dell’accoglienza senza limiti. Mentre gli attentati sfiancavano il Vecchio continente, il Pd continuava a discutere di ius soli, e candidava (ad esempio a Milano) esponenti delle associazioni islamiche più intransigenti.
Dice Minniti: «Terrorismo e migranti richiedono un governo della testa e non della pancia». No, richiedono un governo che non sia come quelli avuti fino ad oggi.
Francesco Borgonovo
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