• L’ex tesoriere vaticano, sollevato dalla Santa Sede, è in prigione. Non smette di dichiararsi innocente ed è al lavoro per smontare le accuse nel prossimo grado di giustizia. Le testimonianze contro di lui lasciano molti dubbi, ma non sarà facile ribaltare il verdetto.
  • Dall’Australia agli Usa, passando per il Cile, Bergoglio ha perso gli uomini su cui contava di più. Il Consiglio dei nove è diventato il Consiglio dei sei. E le sue ultime promozioni possono trasformarsi in un boomerang.

Lo speciale contiene due articoli

Il cardinale australiano George Pell, già prefetto della segreteria per l’economia vaticana, è in prigione da ieri, rinchiuso nella Assessment prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo. Con un’ulteriore accelerazione la giustizia australiana ha messo subito in galera il porporato, a cui è stata revocata la libertà su cauzione dopo la conclusione di un’udienza di pre sentenza di patteggiamento in cui i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni finali. In galera subito, dopo aver confermato quanto stabilito l’11 dicembre 2018 in un «retrial», un nuovo processo, visto che la prima giuria popolare non era venuta a capo di niente. In tre giorni, invece, la nuova giuria ha deliberato all’unanimità che il cardinale Pell è colpevole di cinque reati di abusi, due violenze sessuali che risalgono a 22 anni fa a carico di due coristi di 12 e 13 anni della cattedrale di Melbourne e altri atti osceni davanti a minori. In tutto si possono calcolare 50 anni di galera.

Pell continua a dichiararsi innocente e farà appello, ad oggi non si conosce la data di questo secondo grado di giudizio in cui il cardinale verrà sentito non più da una giuria, ma da una Corte di tre giudici. In Vaticano ci sono perplessità sulla sentenza comminata all’ex numero tre della Santa sede e si è scelto di rispettare quanto finora deciso, ma puntando sul ricorso in appello. Il caso non lo si ritiene chiuso, intanto però il direttore ad interim della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il cardinale non è più prefetto della segreteria per l’Economia», ruolo chiave a cui era stato chiamato proprio da Bergoglio con l’obiettivo di mettere ordine all’interno del complicato mondo delle finanze vaticane. E qualcuno sostiene che le accuse nei suoi confronti abbiano subito un’escalation proprio in concomitanza con l’azione energica che il cardinale australiano stava svolgendo dentro ai forzieri vaticani. Comunque, sempre Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

Solo una decina di giorni fa il Papa ha «spretato» l’ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, applicando la massima pena per un ecclesiastico. Adesso sono molti a chiedere la stessa pena per Pell, ma è certo che non accadrà almeno fino all’espletamento di un regolare processo e dopo l’appello alla giustizia civile australiana. Il tintinnar di manette che da decenni viene suonato da molti pulpiti mediatici contro la Chiesa, non può diventare un riflesso condizionato.

Il cardinale è stato condannato sulla base di una sola testimonianza e da un testimone che la legge australiana tutela con l’anonimato. Nessun altro teste a corroborare quanto raccontato dal denunciante. Una delle due vittime, infatti, è morta nel 2014 per overdose, peraltro dopo aver detto alla madre di non aver subito abusi, ma il denunciante, invece, avrebbe riferito il contrario (dopo la morte dell’amico). Il padre del ragazzo deceduto per overdose, la notizia è di ieri, ha intrapreso una causa di risarcimento sia nei confronti di Pell che nei confronti della Chiesa cattolica. Lisa Flynn, dello studio legale che segue questo padre, ha dichiarato che «è molto comune che i sopravvissuti agli abusi sessuali ricorrano alle droghe nel tentativo di offuscare il dolore».

I fatti riferiti dal denunciante risalgono al 1996 e 1997 e il testimone era allora un chierichetto di 13 anni della cattedrale di Melbourne, mentre Pell era arcivescovo. L’abuso del 1996 si sarebbe verificato dopo la messa solenne domenicale delle 10.30, o il 15 dicembre o il 22 dicembre di quell’anno. In questo abuso, secondo il racconto in aula, Pell avrebbe trovato i due chierichetti in sacrestia che bevevano il vino utilizzato durante la messa. Dopo aver detto ai ragazzi che erano nei guai, ha spinto uno dei ragazzi vicino al suo pene e poi ha messo il suo pene nella bocca dell’altro ragazzo. Questo a grandi linee il racconto del denunciante, ma secondo la difesa questo racconto contiene molte improbabilità: l’arcivescovo avrebbe dovuto lasciare improvvisamente la processione finale della celebrazione, senza che questa si fosse ancora conclusa, e sarebbe entrato in sacrestia senza essere accompagnato da nessuno, nemmeno dal maestro delle cerimonie. Infatti, monsignor Charles Portelli, il cerimoniere, ha dichiarato che mai avrebbe potuto lasciare solo l’arcivescovo, ma la sua testimonianza è stata confutata dall’accusa dicendo che siccome Portelli all’epoca fumava venti sigarette avrebbe potuto benissimo allontanarsi per fumarne una. Robert Richter, avvocato di Pell, ha sottolineato più volte le tante imprecisioni di questa ricostruzione e soprattutto le insistenti improbabilità.

Il denunciante, tra l’altro, prima ha detto che Pell si era aperto la veste per l’abuso, poi di fronte al fatto che il paramento liturgico non si apre sul davanti, in un secondo momento ha ritrattato specificando che Pell avrebbe spostato di lato le vesti, ma anche in questo caso c’è una fascia nei paramenti che impedisce questo movimento rendendolo quantomeno assai difficoltoso, se non impossibile. Inoltre, sempre il denunciante ha affermato che per tutto il tempo dell’abuso la porta della sacrestia era spalancata e vedeva passare fuori gli altri chierichetti. Infine, dopo l’abuso i due sarebbero rientrati nei loro posti del coro per fare le prove delle canzoni natalizie.

La seconda aggressione, cosiddetta del corridoio, sarebbe, invece, avvenuta nel 1997. Secondo la vittima, Pell lo spinse contro un muro in un corridoio della cattedrale e gli strinse i genitali. Ha riportato l’incidente alla polizia nel 2015. La difesa ha detto che Pell non avrebbe potuto spingere un corista contro un muro del corridoio e avergli dolorosamente schiacciato i genitali dopo una messa il 23 febbraio 1997 senza essere notato. Iil cardinale è alto 1,93 e ha una mole difficilmente oscurabile anche da un pilastro.

«Burn in hell», brucia all’inferno, si è sentito gridare contro Pell mentre entrava in aula per sentire la sentenza che lo mandava in carcere. Qualcun altro, invece, lo ritiene un agnello sacrificale, un capro espiatorio per un clima anticlericale violentissimo che avrebbe influito su tutta la sua vicenda e sul processo. «La Chiesa cattolica non è sotto processo… Sto imponendo una sentenza al cardinale Pell per quello che ha fatto», ha detto il giudice Peter Kidd. Intanto però la giustizia australiana si dà molto da fare con la Chiesa cattolica. L’arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l’omelia nella messa di chiusura del vertice anti abusi in Vaticano della settimana scorsa, è finito anche lui sotto indagine per aver insabbiato le accuse che una donna gli riportava per abusi compiuti da preti.

Da non perdere