I preti sposati non sono solo per l’Amazzonia
Appena finito il Sinodo, monsignor Vincenzo Paglia sottolinea che l’innovazione approvata a maggioranza può essere esportata «anche ad altre aree analoghe». E si riaprirà pure il dibattito sulle «diaconesse», rilanciato con enfasi dal cardinal Christoph Schönborn.

Nel discorso conclusivo del sinodo panamazzonico papa Francesco ha detto ai mass media che nella diffusione del documento finale si attengano «soprattutto alla parte della diagnosi, che è la parte più forte». Perché, ha aggiunto il Pontefice, bisogna prendere il largo da certi «cristiani di élite» ai quali «piace porre come se fosse universale questo tipo di diagnosi, molto piccola, questo tipo di risoluzioni più disciplinari». Tuttavia, il dibattito del dopo sinodo verte sempre sui temi più discussi, visto che direttamente o indirettamente possono essere riferiti a quel depositum fidei che, per quanto passibile di organico sviluppo, è il fondamento su cui occorre dimostrare coerenza.

La possibilità di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile», è indubbiamente la novità più importante del sinodo che così apre ai preti sposati nelle zone remote dell’Amazzonia. Il risultato, raggiunto con 128 voti favorevoli e 41 contrari, era largamente atteso dagli organizzatori principali dell’assemblea.

Tra questi il vescovo austriaco trapiantato in Brasile, monsignor Erwin Kräutler: «È quello che ci aspettavamo, ovviamente», ha dichiarato a proposito dell’approvazione di preti sposati in Amazzonia, proprio lui che nel 2014 fu accolto in udienza da Francesco suggerendogli in sintesi l’idea del sinodo e le sue finalità. Ma il paragrafo 111 riporta anche che «alcuni si sono pronunciati per un approccio universale all’argomento», proprio per lasciare aperte delle porte e poter così riproporre questo modello in altre aree. Che questo sia l’intento lo ha spiegato anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e padre sinodale, nell’intervista concessa ieri a Il Giornale. Ha detto di aver «votato a favore» e ha spiegato che «si offre un’apertura che la Chiesa universale deve individuare se ci sono altre aree analoghe. Papa Francesco ha più volte ripetuto che vanno avviati dei processi».

In questa prospettiva è stato un successo anche quello che apparentemente non sembra; infatti, il «no» all’ordinazione delle cosiddette diaconesse è solo un momentaneo stop, perché l’assemblea ha ottenuto il risultato di far riaprire al Papa la commissione vaticana di studio che in questi anni si era chiusa con un nulla di fatto. Si tratta quindi di un processo riavviato, infatti Francesco nel discorso conclusivo del sinodo ha appunto annunciato di rifondare e nominare nuovi membri per la commissione incaricata di esaminare il diaconato femminile nella storia della Chiesa.

Sulla spinta del sinodo panamazzonico torna quindi sul tavolo un problema che sembrava chiuso e che ora, magari con nuovi membri di nomina pontificia favorevoli alla soluzione delle diaconesse, potrebbe arrivare in porto. Una strada per l’apertura l’ha indicata il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, in questi anni individuato da Francesco come «conservatore» disponibile a sostenere certe «conversioni pastorali», in un’intervista concessa domenica al settimanale francese La Vie. Secondo Schönborn, «la dottrina della Chiesa stabilisce solo che sacerdoti e vescovi devono essere uomini. Sul diaconato non si è pronunciata definitivamente. Nell’introdurre il diaconato permanente, il Concilio vaticano II ha stabilito che i diaconi non erano ordinati al sacerdozio, ma al servizio. Se è chiaro che il diaconato non è sacerdotale e che la dottrina della Chiesa afferma che il sacerdozio è riservato agli uomini, è legittimo chiedersi se è possibile ordinare donne diaconi».

Anche il vescovo brasiliano Evaristo Pascoal Spengler in un briefing durante il sinodo aveva indicato una strada di apertura per le diaconesse che addirittura ha fatto risalire a Benedetto XVI. Immediata la risposta di monsignor Georg Gänswein, segretario del Papa emerito, per dire che questo è «totalmente assurdo», cui ha fatto eco il vescovo Juan Ignacio Arrieta Ochoa, segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, che ha spiegato alla Catholic news agency come papa Benedetto ha fatto delle revisioni al diritto canonico per «distinguere meglio il ministero dei sacerdoti e dei diaconi», ma che «nulla è detto o menzionato riguardo alle donne». L’altro grande risultato del sinodo, anche in chiave politica, è l’aver assunto il paradigma ecologico che vuole il pianeta di fronte a un imminente crisi devastante. «Non dimenticherò mai», ha detto ancora Schönborn, «l’allarme del grande scienziato del clima, il professor Schellnhuber, un esperto di fama mondiale, che ha avuto questa terribile sentenza: “La distruzione della foresta amazzonica è la distruzione del mondo”».

Molti processi sono così avviati ma, come ha detto nel settembre scorso il cardinale africano Robert Sarah, spesso assomigliano all’agenda di «alcuni occidentali» che usano «il disagio spirituale dei poveri in Amazzonia come pretesto per sostenere progetti tipici del cristianesimo borghese e mondano».

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