L’educazione è ricominciare, sempre Risé e Camisasca sul mistero del padre
Monsignor Massimo Camisasca e nel riquadro il libro La paternità (Imagoeconomica)
  • Pubblichiamo un estratto dell’ultimo libro del vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla e la prefazione della nostra firma.
  • Nel suo nuovo libro, monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ci guida alla riscoperta di un tratto essenziale dell’esperienza cristiana: il coraggio di assumersi la responsabilità dei rapporti – dell’essere padri, madri, figli – evitando il culto della comodità.

Lo speciale contiene due articoli.

È strano che proprio io, che non sono sposato, mi metta a parlare di paternità. Eppure sono profondamente convinto che ogni uomo sia chiamato a essa. Non c’è solo la paternità biologica, c’è anche quella spirituale. Attraverso l’amicizia e la discepolanza, molti possono riconoscermi come padre, come autorità per la loro vita, come aiuto per la loro crescita. Perciò anch’io posso raccontare la mia esperienza in questo campo.

Il padre, anzitutto, è colui che accoglie. Dobbiamo passare molto tempo con i nostri figli, ascoltarli, giocare con loro. Queste ore, che possono sembrarci sprecate, sono in realtà le più feconde. Nel rapporto con il padre vissuto nell’infanzia, il bambino impara ad affrontare i primi problemi. Senza un rapporto con una persona grande il ragazzo rischia di assumere, nei confronti della vita, posizioni estreme, difensive, elusive, di diffidenza e di chiusura. Il figlio ha bisogno di sapere che il padre c’è, è presente, ha bisogno di sentire i suoi racconti e i suoi giudizi. Vuole sentirsi valorizzato, stimato, spinto nella vita. Se scappa, deve sapere che la porta di casa è sempre aperta e che verrà sempre riaccolto. La responsabilità di un educatore è impastata di terra e di sangue, di possibili errori e di sconfitte, ma anche di riprese, di nuove luci e nuovi traguardi.

La cosa più sbagliata per un padre è pretendere di fare bilanci. Le sue difficili scelte non meritano di essere uccise dai giudizi negativi di chi pensa di avere fallito. Lasciamo che sia Dio a giudicare. Solo lui è veramente Padre, e solo lui sa quale partecipazione alla sua paternità ciascuno di noi ha vissuto. Al padre spetta soltanto di ricominciare sempre, in ogni stagione della vita. Non si finisce mai di entrare nel mistero di un figlio e non si finisce mai di imparare nuovamente nell’incontro con lui. La provocazione del figlio è una provocazione sempre nuova. Il padre non educa ripetendo, ma non deve mai rinunciare a proporre le proprie ragioni di vita e i propri valori, ma deve offrirli sempre come qualcosa di positivo. I figli, più entreranno nel rapporto con lui, più diventeranno consapevoli, volitivi, capaci di coraggio e di iniziativa.

Questo cammino può condurre a una possibilità miracolosa: che un padre diventi discepolo dei propri figli, nella maturità della propria vita, accettando di imparare loro e di essere rigenerato nella propria esperienza. Ogni padre è un po’ come Abramo. Nella tradizione giudaico-cristiana egli è il padre per eccellenza, colui che ha accettato da Dio questa responsabilità, senza sapere dove lo avrebbe condotto. Ha vissuto sacrifici immensi, tra cui il rischio di perdere il proprio figlio, l’unico, avuto nella vecchiaia. Eppure, proprio per aver accettato di correre questa avventura vertiginosa, è diventato padre di una infinità di generazioni. […]

Il popolo cristiano chiama i sacerdoti padri. Trovo altamente significativa questa voce popolare. Essa esprime qualcosa di profondamente radicato nella vocazione sacerdotale: sono chiamati da Dio ad essere persone mature, adulte, che si accompagnano ad altri uomini e donne, qualunque sia la loro età, per aiutarli a crescere.

La nostra società ha bisogno di padri. Va sempre più scomparendo la figura di colui che, con autorevolezza, accompagna il figlio ad affrontare la battaglia dell’esistenza, con spirito positivo e costruttivo. I frutti di questa assenza della figura paterna si vedono purtroppo nella crescente insicurezza dei giovani, nel loro continuo ritardare l’uscita dall’adolescenza.

Dove non c’è stata un’esperienza vera di rapporto col padre, diventa difficile una relazione creativa con la realtà: la si subisce ma non la si sa affrontare. Si rischia di assumere, nei confronti di essa, posizioni estreme che possono essere, secondo le differenze temperamentali, difensive, elusive, di diffidenza e chiusura. Oppure, all’opposto, di aggressività e di attacco preconcetto.

L’insicurezza e l’instabilità sono le caratteristiche del mondo giovanile di oggi. Molti ragazzi vedono la realtà come nemica. Hanno paura di uscire da sé, paura di ciò che può succedere. Creano così dei clan ovattati in cui cercare protezione. Privilegiano il rapporto virtuale attraverso le tecnologie o, più drammaticamente, si rifugiano nella dimenticanza di sé attraverso la droga o il bisogno esasperato di rapporti sessuali.

Dobbiamo aiutare i giovani a riscoprire i loro padri e dobbiamo aiutare gli adulti ad essere padri e madri autorevoli ed accoglienti. Questo può avvenire anche attraverso l’esempio dei sacerdoti, della loro paternità spirituale. Uso questa espressione per chiarire che voglio parlare non della generazione carnale ma di quella putativa, quella che si assume l’educazione delle persone anche senza un legame biologico. È il grande insegnamento che san Giuseppe rappresenta per noi. Come a lui fu affidato dal Padre il bambino Gesù, così l’esistenza dei nostri figli ci è affidata da un Altro. D’altra parte, anche il padre carnale genera per educare. Nessuno genera soltanto per mettere al mondo: non sarebbe umano. Anche i preti sono dunque chiamati alla paternità. Proprio noi sacerdoti che, nella Chiesa latina, prima di essere ordinati abbiamo aderito al dono della verginità.

Personalità mature e autorevoli non significa personalità perfette, senza limiti o smagliature. Semplicemente, persone impegnate con la propria vita, entusiaste della grazia che hanno ricevuto, sicure, non per superbia intellettuale o per adesione ideologica a delle verità, ma perché seriamente abbandonate a colui che è venuto loro incontro per salvarli.

La maggior parte dei ragazzi che ho condotto al sacerdozio è stata segnata dalla presenza di preti che non li astraevano dalla loro vita quotidiana e normale, ma li accompagnavano in essa, mostrando come lo studio, gli affetti, le difficoltà, i progetti per il futuro, tutto fosse più vero, più bello e più grande seguendo Cristo.

È dall’interno di una vita normale che si capisce la straordinarietà di Gesù. Proprio questo impressiona un giovane: vedere nel prete non uno specialista della preghiera, della liturgia, e neppure solo un efficace organizzatore di giochi e di gite, ma un uomo vero che in Cristo ha trovato lo sviluppo più autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva.


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