Chi prega campa cent’anni
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  • Sempre più ricerche attestano il legame tra frequentazione dei luoghi di culto, salute e longevità. Motivo in più per passare in estate qualche giorno in monastero. Una pratica in crescita pure tra i giovanissimi.
  • Ma occhio alla pseudo devozione delle sette. Due milioni di italiani coinvolti. L’isolamento da lockdown ha facilitato i reclutamenti.
  • «Nella cura dei malati la spiritualità ha un ruolo centrale». La sociologa Stefania Palmisano: «Rispondere ai bisogni religiosi dei pazienti aiuta la guarigione: anche nei nostri ospedali si comincia a capirlo».

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Disertano la messa, però pregano anche d’estate: e fanno bene. Gli italiani con la fede intrattengono sempre più un rapporto «liquido», per dirla con Zygmunt Bauman, dato che ormai la vivono al di fuori dei riti e delle consuetudini. Come messo in luce da un recente sondaggio di Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, realizzato in collaborazione con il mensile il Timone, appena il 13% dei nostri connazionali va in chiesa ogni domenica. Eppure non si può dire che il fenomeno religioso sia estinto, come provano il successo sia dei pellegrinaggi sia della scelta, come meta estiva, di monasteri e strutture di spiritualità.

«Noi esistiamo da quasi 20 anni e facciamo da collegamento con circa 1.000 strutture», spiega alla Verità la signora Francesca di Istituti religiosi tour operator (Istituti-religiosi.org), che aggiunge: «Possiamo confermare che c’è una crescita dell’utenza. La gente si muove di più e poi molte famiglie scelgono monasteri o realtà religiose». Come mai questa scelta? «Per ragioni di costi. Sicuramente il fattore economico è la prima cosa. Ma non è il solo», sottolinea l’addetta di Istituti religiosi, facendo presente come «in queste strutture – che sono dappertutto: mare, montagna, collina o città – c’è un’accoglienza particolare. E quella che offrono è una vacanza che poi si ricorda». Vacanze religiose «che poi si ricordano» nell’Italia dove non c’è un paese senza campanile se ne possono fare moltissime. Anche per l’oggettivo fascino di diverse delle strutture in questione.

Un esempio è il monastero Santa Croce Bocca di Magra Ameglia (La Spezia), che è immerso in uno spettacolare parco di 10 ettari al cui interno sono ubicate diverse unità abitative tra cui «il Castello», una sontuosa villa patrizia trasformata per accogliere numerose persone in pensione. «C’è una frammentazione nell’utenza», racconta alla Verità padre Giustino Zoppi, che è a Santa Croce da tempo, «per esempio a giugno e luglio si vedono per qualche giorno più i nonni con i nipoti, mentre invece ad agosto arrivano anche famiglie con i bambini e si fermano anche una settimana, se non una decina di giorni». Padre Zoppi conferma che la secolarizzazione morde anche il turismo religioso, ma non tutto è perduto, anzi: «Possiamo dire che rispetto a quello che si vedeva negli anni Novanta e fino al 2004 c’è poi stata una flessione del numero di presenze. Ma la tenuta c’è, anzi da qualche anno si registra anche qualche piccolo segnale di crescita».

Quello che deve esser chiaro è che soggiornare in un monastero non è come stare in albergo. C’è qualcosa in meno, ma pure molto in più. «Offriamo questo servizio di ospitalità da molti anni e all’insegna della spiritualità», sottolinea il frate, «dato che siamo nati come casa di spiritualità; questo significa che nelle nostre camere non c’è la televisione e il wifi è presente solo all’ingresso». Insomma, meno lusso e più ricerca dell’essenzialità.

Attenzione però a pensare un simile genere di esperienze come solo per anziani o comunque famiglie avanti con gli anni, dato che attraggono anche un pubblico più giovane, giovanile e soprattutto social. Ne è un esempio Sara Alessandrini, 38 anni, che su Instagram – dove si presenta come «Catholic Travel blogger» – vanta oltre 30.000 follower e dove racconta proprio questo: visite e soggiorni tra chiese e monasteri.

«Quando mi trovo a viaggiare, prediligo l’ospitalità religiosa», spiega alla Verità, «perché questo mi porta a raccontare, attraverso il blog e i social, la mia esperienza e noto che un gran numero di persone sono incuriosite e interessate a vivere un soggiorno in un monastero o presso una struttura religiosa. Mi riferisco principalmente a singoli individui, coppie o famiglie». Quando le chiediamo cosa spinge e muove questo tipo di soggiorni, Alessandrini risponde che «le motivazioni sono diverse: molti sono interessati a vivere un’esperienza spirituale a 360°, condividendo i momenti di preghiera con i religiosi; altri sono attratti dai prezzi, in alcuni casi, calmierati; in altri casi c’è la volontà di vivere un’esperienza diversa dal solito».

La «Catholic Travel blogger» ritiene che questo tipo di esperienze, anche nell’Italia sempre più post cristiana di oggi, abbiano margini di sviluppo, confermando i riscontri dell’Istituti religiosi tour operator. «Dal mio punto di vista», spiega infatti Alessandrini, «il fenomeno è in crescita, anche se, non tutti conoscono la possibilità di soggiornare in un monastero o in strutture religiose. A questo punto, ritengo che il problema si sposti su un altro piano. Entra infatti in gioco il piano della comunicazione perché, oltre al fatto che, molti ignorano l’opportunità di soggiornare in un luogo religioso, c’è una reale difficoltà nel reperire i contatti delle strutture».

Stando così le cose, tanto più in una penisola come quella italiana – disseminata di abbazie ed eremi, circa 1.500 santuari e 30.000 chiese -, si può dunque davvero solo immaginare una crescita dell’interesse per i soggiorni spirituali. Il che ha ricadute senz’altro economiche e turistiche, ma potrebbe averne anche di sanitarie. Sì, perché pregare e frequentare luoghi di culto fa bene alla salute. Proprio così. Già nel 1999 uno studio uscito sulla rivista Demography ha messo in luce come, ad una frequenza regolare ai luoghi di culto che sia mantenuta come tale nel corso di tutta la propria esistenza da una persona, corrispondano non alcuni mesi – che non sarebbero comunque da buttar via -, bensì sette anni di aspettativa di vita in più.

Due anni più tardi, su Archives of Internal Medicine, uno studio su 596 pazienti che erano stati ricoverati presso un ospedale della Carolina del Nord ha appurato come, dopo due anni, 176 fossero deceduti e come, rispetto ad essi, i superstiti risultassero aver «frequentato la chiesa più frequentemente». Con un più recente studio del 2016 su Jama Internal Medicine, realizzato considerando un campione assai vasto – quasi 75.000 donne – relativamente ad un arco temporale di oltre 15 anni, si è altresì osservato come, all’aumento della frequenza ai luoghi di culto, diminuisse il rischio di morire rispetto al medesimo periodo di riferimento, e neppure di poco: dal 13 fino al 33%.

La faccenda è talmente seria che due studiosi di Harvard, Tyler J. VanderWeele e Brendan Case, in un articolo del 2021 hanno apertamente denunciato come «l’abbandono della religione» stia «danneggiando anche il benessere di coloro che hanno smesso di frequentare le chiese». E questo perché «la partecipazione religiosa promuove fortemente la salute e il benessere», con il risultato che gli effetti negativi della disaffezione religiosa «sono destinati ad aumentare nei prossimi anni». «Numerosi studi di ricerca ampi e ben progettati», hanno sottolineato VanderWeele e Case, «hanno scoperto che la frequenza al servizio religioso è associata a una maggiore longevità, meno depressione, meno suicidi, meno fumo, meno abuso di sostanze, migliore sopravvivenza al cancro e alle malattie cardiovascolari, meno divorzi, maggiore sostegno sociale, maggiore significato nella vita, maggiore soddisfazione esistenziale, più volontariato e maggiore impegno civico».

Ne consegue come il ritorno degli italiani a messa sarebbe auspicabile non solo per motivi spirituali. Se le istituzioni decidessero infatti di incoraggiare i soggiorni in conventi e monasteri farebbero senza dubbio un affare. E non solo per il turismo religioso, che pure è balsamo per l’economia, ma per le stesse casse dell’erario.


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