Papa Leone XIV (Ansa)
Prevost, in Algeria, torna alle sue radici spirituali visitando Ippona, dove fu vescovo Agostino. Monito sulla democrazia: «Non sia dittatura dei molti né dominio delle élite».
Prosegue il viaggio apostolico in Africa di Leone XIV, che ieri ha visitato l’antica Ippona, città di nascita di Sant’Agostino in Algeria. Ma la voce del Papa ieri si è sentita anche a Roma, con la diffusione di un messaggio inviato alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dove, in un tempo di profonde trasformazioni globali, Robert Francis Prevost ha delineato con chiarezza il legame inscindibile tra l’esercizio del potere e la responsabilità morale.
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
- La lettera degli avvocati dell'ingegnere alla Verità: «De Benedetti fu sollevato dalle accuse a suo carico».
- Il direttore Maurizio Belpietro: «L’Ingegnere fu prosciolto, ma le tangenti alle Poste e le soffiate di Renzi son fatti. Nel 1993 andò lui da Di Pietro a confessare le mazzette. Quanto al caso degli spifferi sulle Popolari, è tutto nelle intercettazioni. La tessera del Pd? Lo dichiarò egli stesso».
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Trump, furioso per l’altolà della Meloni sugli insulti al Papa, attacca: «Inaccettabile è lei. Sono scioccato: non ha coraggio, non mi aiuta con la guerra». Per Giorgia (che ha scaricato Netanyahu) è quasi un assist. Ma ora ha una nuova sfida tra Usa e Ue. Mentre l’opposizione vive di miserie.
Prima era una cheerleader, ora un servo sciocco. In altre parole, qualunque cosa dica e faccia, per l’opposizione Giorgia Meloni comunque sbaglia. Nella foga di attaccarla anche ora che ha preso le distanze dalle volgari accuse di Trump al Papa, a Riccardo Ricciardi, capogruppo dei 5 stelle alla Camera, scappa la frizione.
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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Matteo Ricci (Ansa)
Dal tour «Pane e politica» sono emerse spese pazze. E cene elettorali pagate con i denari pubblici della Fondazione.
Per settimane, proprio nel periodo clou dell’inchiesta, coincidente con la campagna elettorale per le elezioni regionali fallita da Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro ed eurodeputato (con immunità), il Partito democratico, i giornali progressisti ma anche alcuni quotidiani di destra, avevano continuato a sostenere che, nel caso dell’Affidopoli alla pesarese, al consenso politico non corrispondeva corruzione. Una linea difensiva rassicurante.
E la narrazione continuò anche quando La Verità, in solitudine, tirò fuori una vicenda precisa, quella delle cene elettorali, che ora la Procura inquadra in una precisa fattispecie di reato: il peculato, previsto dall’articolo 314 del codice penale. Punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si appropria di denaro o altra utilità di cui ha la disponibilità per ragioni d’ufficio. La pena prevede, nella forma base, la reclusione da 4 a 10 anni e 6 mesi.
Lo scoop della Verità del 25 luglio scorso aveva acceso un faro su una cena elettorale del 12 aprile 2024, ultimo atto della tournée «Pane e politica», il libro con tour che ha traghettato Ricci verso Bruxelles. La cena era politica. Ma, secondo gli inquirenti, pagata almeno in parte con soldi pubblici, tramite un affidamento partito dalla fondazione Pescheria Centro arti visive (la cassaforte del
Comune per gli eventi della Capitale della cultura). Costo da saldare 5.098 euro più Iva. Nelle carte si parla di un «affidamento diretto alla società di catering (Giustogusto, ndr) per un evento istituzionale da 4.870 euro, cifra superiore rispetto a quella concordata» con il fornitore. Una differenza che, secondo la Procura, sarebbe servita a «consentire il pagamento parziale» di prestazioni precedenti «non imputabili per loro natura e finalità alla Fondazione Pescheria». Un atto formalmente legittimo che diventa il contenitore di costi estranei. E tra queste prestazioni viene indicata proprio la cena scovata dalla Verità. Nel meccanismo entra anche Marcello Ciamaglia, all’epoca addetto stampa del Comune di Pesaro, che, secondo l’accusa, si sarebbe accordato con la ditta di catering per le modalità di pagamento, «indicando ai titolari […] di rivolgersi a Silvano Straccini (all’epoca direttore generale della Fondazione, ndr) per ottenere il saldo residuo […] pari a euro 5.000». Una compensazione, secondo gli inquirenti. Un modo per far rientrare spese politiche dentro un capitolo istituzionale. A svelare il trucchetto era stato l’amministratore di Giustogusto, Marco Balducci. Ci disse che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della Fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. L’imprenditore ha poi confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Ed è qui che si innesta il nuovo capo d’accusa. Non più soltanto le ipotesi di corruzione precedentemente contestate. Spunta il peculato. Gli indagati sono sette, tra cui lo stesso Ricci, il suo factotum Massimiliano Santini, Straccini, l’ex capo di gabinetto del Comune, Massimiliano Amadori, la dirigente Paola Nonni e Ciamaglia. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione.
Dentro ci finiscono anche le spese per la tournée di «Pane e politica». Video, trasferte, spese di produzione. Secondo l’accusa, pagamenti usciti dalle casse del Comune, «in violazione delle regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione» perché «non imputabili per loro natura e finalità» all’attività istituzionale, e invece riconducibili alla promozione politica. La ricostruzione degli inquirenti segue la stessa logica del catering: costi politici spalmati su capitoli amministrativi. La contestazione: la dirigente del Comune, «interferendo illegittimamente nella genesi dei provvedimenti», avrebbe gonfiato i pagamenti del filmaker per altri eventi, così da coprire anche le spese del tour. Spuntano 4.000 euro «per riprese video con attrezzatura professionale» ma, scrive la Procura, «al fine di corrispondere […] una parte del compenso per le prestazioni professionali da questi svolte su commissione “a voce” di Santini per conto del sindaco, per il suo tour “Pane e politica”». Gli inquirenti mettono in fila altre due determine. Questa volta firmate dalla dirigente comunale Marina Vagnini. L’oggetto è legato a «servizi di promozione e gestione attività video-fotografiche» per Natale 2022 e 2023. Spesa: 9.500 euro per ogni anno. La contestazione è questa: avrebbero attestato «fatti non corrispondenti al vero» e con la «consapevolezza che le somme […] erano maggiorate». In particolare, secondo la Procura, di «1.300 euro» nel 2022 e di «5.000 euro» nel 2023, «al fine di corrispondergli la restante parte del compenso» per attività svolte, ancora una volta, «su commissione «a voce» di Santini […] per conto del sindaco». E sempre per «Pane e politica».
Il tutto si inserisce all’interno del quadro che era già stato delineato. Quello dell’inchiesta principale, sugli affidamenti del Comune che, tra il 2019 e il 2024, ruotavano attorno alle associazioni Opera Maestra e Stella Polare (formalmente senza scopo di lucro ma «create ad hoc» per intercettare affidamenti e contributi), che resta in piedi e per il quale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga d’indagine.
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