2019-09-12
Nicola Gratteri (Ansa)
Il procuratore di Napoli non è nuovo a uscite improvvide. E anche alcune sue operazioni suscitano dubbi.
Gratteri e vinci, o forse perdi: il procuratore di Napoli ci perdonerà la battuta, ma sono talmente tante le sue prese di posizione quantomeno discutibili sul referendum della Giustizia in programma in prossimi 22 e 23 marzo che viene da chiedersi se alla fine le intemerate di Nicola Gratteri non siano controproducenti per il fronte del No, del quale è uno degli alfieri più in vista.
Partiamo dalla più recente, l’intervista video rilasciata al Corriere della Calabria due giorni fa: «Al referendum sulla giustizia per il No», sentenzia Gratteri, «voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». La frase è indiscutibilmente forte, e non a caso scatena reazioni furiose da parte del fronte del Sì e pure qualche critica dai sostenitori del No. Gratteri poi precisa che le sue parole sono estate estrapolate da un discorso più complesso: «Ho detto che a mio parere», sottolinea il magistrato, «voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».
Intanto la frittata è fatta. Lo scorso novembre, Gratteri va in tv, a Di Martedì di Giovanni Floris su La7, e legge alcune parole di quella che definisce una intervista di Giovanni Falcone del 1992: «Una separazione delle carriere può andare bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile». In realtà si tratta di una fake news che circola sui social: Falcone era favorevole alla separazione delle carriere, come sostenuto da lui stesso in una intervista a Repubblica del 1991: «Chi, come me», disse il magistrato massacrato dalla mafia, «richiede che giudici e pm siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo». Gratteri dirà qualche giorno dopo che quella intervista fake gli era stata «mandata da persone autorevoli dell’informazione, me l’hanno riportata come autentica, e io l’ho letta».
Torniamo a tempi più recenti: tre giorni fa, in una intervista al Fatto quotidiano, Gratteri sostiene che «i promotori del Sì dicono che avremo un pm più forte. Poniamo che sia vero, allora anche l’imputato ha bisogno di un avvocato più forte, di un’agenzia investigativa più forte. Ma l’avvocato che solo per cominciare chiede un acconto da 50.000 euro», aggiunge Gratteri, «può permetterselo solo un imputato potente e ricco. Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Se il pm è l’accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea. Stiamo parlando di cause che possono arrivare a costare anche 300.000 euro: chi ha questi soldi», conclude Gratteri, «per potersi difendere a parte grandi imprenditori e narcotrafficanti?». Va detto che nella stessa intervista Gratteri ne ha anche per l’Associazione nazionale magistrati: «L’Anm non è mai intervenuta in mio soccorso», azzanna il procuratore di Napoli, «quando la ’ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano».
Nicola Gratteri ha anche cambiato idea sul tema della separazione delle carriere, considerato che in passato si era espresso a favore in una intervista rilasciata al nostro direttore Maurizio Belpietro. Gratteri, è bene sottolinearlo, è un magistrato che ha combattuto e combatte le mafie strenuamente. Vive sotto scorta armata dal 1989 a causa del suo costante impegno contro la ’ndrangheta e nel settembre del 1993 è sfuggito addirittura a tre attentati organizzati contro di lui nel giro di tre settimane. Detto ciò, non manca chi gli contesta alcune inchieste finite con molte assoluzioni. In particolare, Il Foglio ha evidenziato «la maxi operazione contro la ’ndrangheta compiuta nel 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in otto vennero condannati); l’operazione Circolo formato del 2011, con l’arresto di quaranta persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); l’ancora più nota operazione Rinascita-Scott, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre)». Alle inchieste di Gratteri viene contestato anche un alto tasso di risarcimenti per ingiusta detenzione.
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Gennaro Varone (Imagoeconomica)
Le parole del pm (un tempo giudicato «fascistone» da certi giudici) contro chi vota Sì alla riforma suscitano la risposta di tanti colleghi: «Assordante silenzio dell’Anm». Poi i togati del Csm si schierano col procuratore.
La battuta del procuratore di Napoli Nicola Gratteri è stata senza dubbio infelice: «Voteranno per il Sì (al referendum per la giustizia, ndr) gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Giovedì sera, a Piazzapulita, il magistrato ha denunciato la strumentalizzazione delle sue parole che avrebbero riguardato la sola Calabria. Quindi ha provato a spiegarsi meglio: «I miei interventi non possono essere parcellizzati. Non ho detto che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di poteri, alla ’ndrangheta, alla massoneria deviata». Gratteri, però, non ha spiegato perché la vittoria del No renderebbe la «giustizia più efficiente».
Di certo queste dichiarazioni hanno creato scompiglio non solo nel mondo della politica, ma anche in quello della magistratura.
Giovedì è stato diramato un comunicato con sotto la firma di 58 toghe (alcune delle quali in pensione) che animano una chat di «Magistrati per il Sì». Ma, nel giro di poche ore, un terzo dei sottoscrittori, ha ritirato la propria adesione, dal momento che l’elenco era stato formato attraverso una sorta di silenzio-assenso.
Ieri erano rimasti in 40, ma in serata la lista non era ancora definitiva.
Tra i firmatari si trovano, tra gli altri, nomi noti della magistratura come il giudice della Cassazione Giacomo Rocchi, Andrea Padalino e Clementina Forleo (due ex gip di Milano), l’ex procuratore e presidente di Tribunale Carlo Maria Grillo, ma pure giudici che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Napoli come la gip Fabrizia Fiore o i consiglieri della Corte d’Appello Daniele Colucci e Natalia Ceccarelli (che è membro del Comitato direttivo centrale dell’Anm e ha preparato il comunicato). Tra i 18 che si sono, invece, defilati, sentendosi tirati per la toga, troviamo diversi magistrati che lavorano in Calabria, un paio di procuratori e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Nel documento viene denunciato «l’assordante silenzio dell’Anm» per «l’ultima dichiarazione pubblica -resa, ancora una volta, senza contradditorio - dal procuratore di Napoli Gratteri», secondo cui «votano No le persone perbene e le persone che credono nella legalità», mentre votano Sì i sopracitati personaggi in odore di criminalità.
I firmatari, dopo aver ricordato «l’inversione a U» di Gratteri «sul sorteggio» e «la falsa citazione di Falcone» sulla separazione delle carriere a cui il giudice eroe sarebbe stato contrario, stigmatizzano «la lectio magistralis sull’identikit del voto» del collega e chiedono venia anche per lui: «Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni. La cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera».
La chiusa è a effetto: «Intanto, aumentano le adesioni dei magistrati che votano Sì. Ci indaghi tutti signor Gratteri».
Forse il riferimento è alla battuta televisiva del procuratore che ha invitato a controllare chi faccia commenti a favore del Sì sui social, per verificare «se sono persone perbene, se ci sono pregiudicati, ci sono parenti di pregiudicati. Andiamo a vedere […], poi vediamo più avanti se serve altro».
Gennaro Varone, ex pm di Roma, oggi a Pescara, dopo aver firmato il documento dei 40, sui social ha rincarato la dose con un video. Ha ricordato che con l’attuale assetto giudiziario, quello che Gratteri difende, lo stesso procuratore di Napoli dovrebbe svolgere indagini a favore di quegli indagati che «considera indegni del voto».
Nel filmato Varone rivolge al collega questa domanda retorica: «Comprende che per precetto di civiltà e dignità, prima ancora che per precetto costituzionale, imputati e indagati, non colpevoli per presunzione costituzionale, hanno la stessa legittimazione al voto che ha lei?». Per poi concludere così: «Allora, dottor Gratteri, queste manifestazioni che io ritengo imbarazzanti per un giurista, mi dicono quanto lei sia lontano dai valori costituzionali della presunzione di non colpevolezza e del giusto processo e che il suo invito sia la peggiore propaganda che si possa fare al No in questa campagna referendaria».
Ieri le parole di Gratteri hanno mandato in tilt anche il parlamentino dei giudici. «Come cittadini e come componenti del Csm, siamo profondamente preoccupati: a votare Sì non saranno i mascalzoni descritti da Gratteri, ma italiani liberi e onesti» hanno protestato le consigliere laiche Isabella Bertolini e Claudia Eccher, socie fondatrici del Comitato «Sì Riforma». Le due avvocatesse hanno denunciato «assurdi allarmismi» e «toni apocalittici» e hanno accusato il fronte del No di cercare di «trasformare il dibattito solo in una battaglia ideologica», evitando «accuratamente il cuore dei quesiti referendari». Per Bertolini ed Eccher «chi propone il cambiamento viene dipinto come un pericolo per la democrazia».
A fine giornata 20 consiglieri del Csm (mancavano solo i laici del centro-destra, quello dei 5 stelle, e due togati, tra cui il già citato Mirenda), appartenenti a tutte le correnti e capitanati dal professore in quota dem Roberto Romboli, si sono lagnati per la «polemica» costruita «su singole frasi» di Gratteri, definendola «un metodo che non serve a nessuno» e «distorce il senso delle argomentazioni».
Il gruppone ha sposato la tesi di Gratteri con queste parole: «In un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze - anche criminali - che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche». Infine i 20 hanno contestato «il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario, ventilando iniziative in chiave disciplinare» contro il procuratore di Napoli.
Fa sorridere che Gratteri sia diventato il frontman della campagna per il No al referendum, lui che è un magistrato noto per i suoi valori conservatori e che i colleghi di sinistra hanno sempre trattato con sufficienza e senso superiorità.
Emblematiche le parole pronunciate in un’intercettazione da un ex giudice della Corte d’Appello di Catanzaro, il progressista Emilio Sirianni, al telefono con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Nella conversazione Gratteri venne bollato come «uno sbirro» che scrive peggio di «un piccirillo della terza media», «un fascistone di merda» che «vuole che i piccoli spacciatori stiano in galera, i piccoli consumatori stiano in galera, tutto il mondo deve stare in galera e la chiave devono darla a lui».
Nel 2022, quando il Csm a trazione progressista gli preferì come procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, raffinato giurista ed ex capo di Gabinetto del Guardasigilli dem Andrea Orlando, in tv Gratteri si lasciò andare a uno sfogo: «Sì, ci sono rimasto male. Credo di essere il magistrato con maggiori competenze internazionali sulla lotta alla mafia».
E poi sparò a palle incatenate contro quelle correnti che lo avevano penalizzato nella corsa alla Dna e che il Sì al referendum sta provando a depotenziare: «Chi è iscritto a una corrente è molto, molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo, ma ho fatto la scelta di non iscrivermi. Io non conosco nemmeno il 50% dei membri del Csm, non li riconoscerei nemmeno per strada, perché non li frequento».
L’anno successivo le correnti progressiste di Area e Md e il consigliere laico in quota dem Romboli provarono a fermare con i loro voti l’ascesa di Gratteri anche al soglio di procuratore di Napoli. Ma a spingerlo su quella poltrona furono, invece, l’intero comitato di presidenza del Csm (con la necessaria benedizione di Sergio Mattarella), tutti i consiglieri laici di centro-destra e i rappresentanti di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe.
Ma adesso che è diventato il peggior nemico della Riforma voluta dal governo Meloni, Gratteri viene innalzato a campione della sinistra (giudiziaria e politica) e coccolato dai media progressisti. Una cosa impensabile sino a pochi mesi fa.
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Donald Trump (Ansa)
Secondo il «Ft» le ripercussioni della politica protezionistica della Casa Bianca hanno avuto conseguenze non tutte positive sull’economia domestica. Si va verso misure più circoscritte su singole categorie di merci.
Donald Trump fa un passetto indietro. Aveva abituato il mondo a una politica aggressiva sui dazi ma ora, stando alle ultime indiscrezioni, sarebbe intenzionato ad ammorbidire la linea dura adottata lo scorso anno. A spingere questo cambio di rotta, secondo quanto dice il Financial Times, ci sarebbero le sollecitazioni provenienti dal dipartimento del Commercio e dall’ufficio del rappresentante del commercio degli Stati Uniti, oltre a uno studio della Federal reserve di New York, tutti allarmati per i danni collaterali inflitti all’economia domestica, a cominciare da rincari generalizzati che stanno penalizzando i consumatori.
Un report della Fed rileva che nel 2025 le aziende e i consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato alle tariffe.
L’impatto sull’inflazione è stato comunque più contenuto di quanto molti economisti temessero. La crescita dei prezzi al consumo è scesa dal 3% di gennaio 2025 al 2,7% di dicembre. I funzionari della Fed sostengono che gli effetti si faranno sentire nel corso di quest’anno, con il calo delle scorte e i conseguenti rincari da parte delle aziende. Nel dubbio che questo scenario si avveri, la Casa Bianca starebbe, secondo il Financial Times, valutando un passo indietro sulla politica doganale a cominciare dai dazi su acciaio e alluminio.
L’aumento dei costi delle materie prime importate ha, infatti, portato a un ritocco al rialzo dei listini dei prodotti quotidiani, dai semplici stampi per le torte fino alle lattine per alimenti e bevande. Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti, con un ordine esecutivo, aveva imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio del 50%, a prescindere dal Paese di origine, estendendo il prelievo fiscale anche a beni realizzati con questi metalli, tra cui lavatrici e forni.
Il malessere dei consumatori sulla accessibilità economica negli Stati Uniti, sempre secondo il Financial Times, avrebbe spinto l’amministrazione di Washington a riconsiderare l’efficacia di tali misure. Il costo della vita potrebbe diventare un fattore determinante in vista delle elezioni di midterm, in programma per novembre.
Pertanto, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano finanziario, la Casa Bianca starebbe pianificando una riduzione mirata delle tariffe su acciaio e alluminio. Il nuovo orientamento prevede una revisione accurata degli elenchi dei prodotti colpiti. Al posto dei dazi generalizzati, il governo statunitense intenderebbe avviare indagini di sicurezza nazionale più circoscritte e mirate su singole categorie di merci.
Una politica di passi in avanti e repentini ripensamenti, a suo tempo castigata dal Ft che appioppò al presidente americano il nomignolo di Taco, che sta per Trump always chickens out (Trump si tira sempre indietro). Ma tra il quotidiano londinese e la Casa Bianca non è mai corso buon sangue e anche questa volta, il consigliere commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, si è affrettato a smentire le indiscrezioni bollandole come «fake news basate su fonti anonime che vogliono sabotare la politica commerciale di Trump». Poi ha ribadito che l’acciaio e l’alluminio sono «sacri» per questa amministrazione e «non c’è alcun fondamento nel fatto che stiamo pensando di ridurre i dazi. Trump ha come regola che non ammette eccezioni o esclusioni».
Intanto, Stati Uniti e Taiwan hanno firmato l’accordo sulla riduzione dei dazi americani a carico dei beni importati da Taipei, assieme agli impegni di spesa dell’isola per i prodotti a stelle e strisce. L’intesa mette nero su bianco quanto concordato a gennaio sul taglio delle tariffe statunitensi su molte esportazioni taiwanesi dal 20% al 15% e sul contestuale aumento degli investimenti nel settore tecnologico americano. Un accordo che è anche in chiave anti Cina, dal momento che Pechino è fortemente contraria a rapporti formali tra Washington e Taipei. Taiwan prevede di aumentare gli acquisti dagli Usa, fino al 2029. In ballo ci sono 44,4 miliardi di dollari in gas naturale liquefatto e petrolio, 15,2 miliardi in aerei e motori civili, altri 25,2 miliardi in apparecchiature elettriche, reti elettriche e altri prodotti.
Intanto la Camera degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha votato per revocare i dazi decisi da Trump sul Canada. Sei deputati conservatori, appartenenti all’ala più moderata del Grand old party, si sono uniti ai colleghi democratici e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, consentendo alla Camera di approvare una misura che lo speaker Mike Johnson e il presidente in persona avevano con tutte le loro forze cercato di fermare. Sono crepe, queste nella maggioranza, che indicano come sia tutta in salita la strada per i repubblicani in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo novembre.
C’è, poi, il caso pendente alla Corte suprema che dovrà decidere sulla legittimità delle tariffe Usa. Tuttavia, anche in caso di sconfitta, il presidente Trump potrà adottare nuove barriere commerciali all’importazione utilizzando una base giuridica differente.
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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
- Il cancelliere tedesco: «Vecchio ordine tramontato, era nuova». Il presidente francese fa il bullo con l’atomica e vuole più missili.
- L’asse Roma-Berlino è un segnale.. Con Parigi in crisi, tocca alle altre due potenze continentali interagire con Washington.
Lo speciale contiene due articoli.
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
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