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Giuseppe Valditara (Ansa)
Pioggia di 144 emendamenti per bloccare il ddl del ministro Giuseppe Valditara prima che arrivi in Senato.
Come al solito, quando si sta per fare un passo che mette al centro la responsabilità della famiglia nell’educazione dei propri figli, il mondo radicale e della sinistra votata alla cultura woke - le cui cifre sono sempre le stesse: combattere contro la vita, la famiglia e la libertà educativa - si sta scatenando.
Oggi, la posta in gioco è il cosiddetto ddl Valditara: un disegno di legge, già approvato alla Camera, che ora deve transitare in Senato e che prevede di istituire il «consenso informato» obbligatorio da parte dei genitori, quando nella scuola dei propri figli si programmano percorsi educativi che trattano temi delicati e sensibili, come l’educazione all’affettività e alla sessualità. Non è nulla di rivoluzionario e neppure di innovativo ed è il più democratico e «costituzionale» dei provvedimenti: l’articolo 30 della Costituzione sancisce il diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i propri figli e il ddl Valditara è lo strumento pratico attraverso il quale i genitori possono (devono) esercitare la responsabilità loro assegnata.
Forse qualcuno si chiederà se fosse proprio necessario istruire un simile strumento. La risposta, alla luce dei fatti che stanno accadendo in numerose scuole del nostro Paese, non può che essere «sì», è un provvedimento necessario. Negli ultimi anni, con il pretesto del contrasto a bullismo, violenza sulle donne, discriminazioni di ogni genere, si sono introdotti nelle scuole di ogni ordine e grado percorsi educativi di ideologia gender, di ipersessualizzazione precoce, di indifferentismo di genere, che stanno indottrinando e lavando il cervello dei nostri figli/nipoti, sempre più disorientati e confusi. Solo negli ultimi dieci anni, sono arrivate più di 300 segnalazioni di programmi del tipo «progetto con educazione sessuale e identità di genere».
Solo qualche esempio per rendere ragione di quanto sia necessario lo strumento del consenso informato: gennaio 2026, Bologna, nelle scuole dell’infanzia viene diffuso un libretto dal titolo La nudità che male fa, con immagini esplicite di corpi nudi, maschili e femminili, infantili e adulti, in una cornice educativa che normalizza l’esposizione della nudità, nel contesto della cosiddetta decostruzione degli stereotipi, esattamente all’opposto dei principi di innocenza, riservatezza, pudore, castità che dovrebbero essere alla base di una corretta educazione sessuale della prima infanzia. Oppure, Bergamo, scuole superiori, con il progetto «Immaginare Orlando - Essere (se stess*) o non essere», educazione all’affettività e contrasto alla omolesbobitransfobia, che già dal titolo si commenta da solo. Oppure, ancora, Piacenza, scuole secondarie, progetto «Una scuola accogliente per tutta» (attenzione, quel «tutta» non è un refuso!): sesso biologico, identità di genere, ruolo ed espressione di genere, orientamento sessuale e romantico, utilizzo di grafemi come la «schwa» nel titolo stesso «tutta».
Fermiamoci qui, perché l’elenco - purtroppo - è molto lungo. Ma non basta. Negli ultimi giorni, in previsione della discussione in Senato, sono stati presentati 144 emendamenti, con il dichiarato scopo di bloccare il disegno di legge. Qualche esempio. Emendamento 1.6 si propone l’insegnamento scolastico di identità di genere, orientamento sessuale, linguaggio «inclusivo»; Emendamento 2.0.1 introdurre la «carriera alias» per i minori; Emendamento 1,89 - svela la volontà ideologica di estromettere la famiglia perché prevede l’annullamento del consenso informato attraverso una «delibera» del Collegio docenti! Della serie: l’educazione sessuale e all’affettività dei figli la fa la scuola, tacciano i genitori!
Cade così ogni maschera. Non si vuole il «consenso informato» perché si vuole indottrinare bambini, adolescenti e giovani secondo l’ideologia del momento che si propone di annullare quella differenza complementare maschile/femminile che la legge naturale ci ha consegnato. Eppure, vale la pena di ripeterlo, il consenso informato è quanto di più libero, democratico e rispettoso delle opinioni altrui si possa mettere in campo: ogni genitore può liberamente decidere la partecipazione del proprio figlio se condivide il progetto, così come altrettanto liberamente può decidere di escluderlo. Non c’è proprio nulla di più libero e democratico di così! È ora di finirla con la «dittatura del pensiero unico», iniziando dalla scuola.
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2026-05-08
Dimmi La Verità | Federica Onori (Azione): «Una cittadina italiana è intrappolata in Egitto»
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 maggio 2026. La deputata di Azione Federica Onori racconta la tragica storia di una cittadina italiana intrappolata in Egitto.
La cerimonia del David di Donatello tempestata dai comizietti delle star contro il fascismo, il berlusconismo e l’impoverimento intellettuale. La verità è che vogliono continuare a essere finanziati dallo Stato per produrre film che guardano solamente loro.
Un paio di anni fa avrebbero parlato di riscaldamento globale. Ancora prima, con Matteo Salvini ministro, si sarebbero spesi con gli occhi lucidi a favore dell’immigrazione di massa. Adesso va di moda la Palestina, e dunque registi, scenografi, attori e Vip assortiti premiati ai David di Donatello si sono scatenati sul tema: chi deprecava il genocidio, chi plaudiva alla Flotilla...
Tutto secondo copione, anche l’impegno sociale ha la sua sceneggiatura e talvolta le sue maschere da commedia dell’arte da indossare su gentile suggerimento del pensiero prevalente. Ma era prevedibile: gli appelli e le dichiarazioni a effetto delle stelline di celluloide a favore della causa di turno sono attesi e per questo trascurabili, strappano al massimo qualche like sui social, due applausi adolescenziali, depotenziati perché telefonati.
Appena più originale, nella premiazione andata in scena mercoledì sera, è stata la conclamata protesta antigovernativa, il pianto antico rinnovato per l’occasione sui denari che mancano e i fondi che latitano. E dunque ecco le dive e i mattatori pronti a solidarizzare con i picchetti delle maestranze in lotta. Ci si commuoveva quasi a vederli impegnati in questo melodrammatico ritorno agli anni Settanta, quando pure gli attori milionari dovevano atteggiarsi a compagni per non rischiare la scomunica. Tutti presi dalla verve militante, alcuni famosi ci hanno regalato emozioni irripetibili. Valeria Bruni Tedeschi, una che sempre giochicchia col ruolo della svampita, della sognante ingenua, si è lanciata in favore di obiettivo in un’analisi storico-politologica sfavillante. «C’è stato un periodo nella storia, in cui il cinema italiano è stato quasi messo sotto un coperchio dai regimi, quello fascista e da Berlusconi. Perciò è molto pericoloso questo, il cinema è fragile», ha zufolato dal tappeto rosso. Poi, sulla protesta delle maestranze ha aggiunto contrita: «Penso che avremmo potuto essere anche noi lì a protestare, avremmo potuto reagire diversamente a questo periodo. C’è stata una lettera che è stata scritta, che in parte è stata letta al Quirinale. C’è un movimento in cui le persone, che siano attori, registi, produttori, tecnici o tutti coloro che lavorano nel cinema, lanciano un allarme, perché il cinema se non c’è intelligenza adesso può essere in pericolo». Viene il vago - ma vago, eh! - sospetto che la Bruni Tedeschi non sappia di che cosa parla. Per cominciare, sotto il fascismo il cinema italiano è stato sostenuto come mai prima (e probabilmente dopo). Si devono al fascio la mostra del cinema di Venezia, Cinecittà, l’istituto Luce, il Centro sperimentale di cinematografia. Quanto a Berlusconi, al netto dell’improvvido paragone con il Ventennio, la brava attrice sorvola sui vari lungometraggi da lei interpretati (anche girati da sinceri sinistrorsi come Paolo Virzì) prodotti da Medusa, casa cinematografica berlusconiana. Certo la Bruni sarà capace a ricordare le battute, ma sul resto fatica un po’. In ogni caso, anche lei deve cedere il passo al cospetto della vera leonessa del cinema italico, l’attrice che tutti desiderano e che dà corpo e voce sensuale a tutte le eroine del metaverso progressista, ovvero Matilda De Angelis, premiata per un film ispirato a Goliarda Sapienza. Salita sul palco a ritirare il riconoscimento, ha prodotto una sorta di manifesto, un bignamino di ciò che l’artista impegnato deve dire, che lo pensi o meno. «Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento importante della cultura e mi spiace che si debba umiliare una categoria come quella dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema, che sono la mia famiglia», ha dichiarato. «Non capisco perché ci siamo fatti addomesticare. Il cinema deve tornare a essere sociale e politico come un atto d’amore. Io ho questa speranza e vedo questo futuro». Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale? E che significa? Ricorda un po’ le frasi della Bruni su «questo momento difficile». Che si riferiscano al fatto che c’è un governo di destra? È possibile. Del resto si sa: la destra è nemica della cultura per definizione.
Sorge tuttavia qualche domanda a proposito delle frasi della sublime Matilda. Primo: forse lei si riduce il compenso per aiutare le maestranze? Forse ha donato il premio ai «lavoratori del cinema»? E ancora: esattamente di quanti soldi avrebbe bisogno secondo lei lo spettacolo italiano? Dalle casse dello Stato arrivano circa 616 milioni di euro, più altri 20 in aggiunta appena promessi: non sembra che ci sia la fila di privati disposti a investire cifre analoghe, come mai? Forse perché molte pellicole non hanno alcun successo di pubblico? Anche su questo si potrebbe fare una riflessione. Quali trionfi ha ottenuto di recente il nostro cinema? Forse ha sbancato Cannes? Forse ha travolto gli Oscar? Non risulta. Se esiste un impoverimento culturale - ed esiste eccome - forse non è per colpa dei soldi pubblici, che non sono mai mancati. Forse la responsabilità è anche dei registi, attori e sceneggiatori che hanno prodotto un cinema ombelicale e stantio, che ha bisogno di Checco Zalone per respirare. Questo cinema in realtà non ha mai smesso di essere sociale e politico, e si vedono i grandi risultati. La politica o, meglio, il potere e l’ideologia hanno dominato per anni, rendendolo arido. Solo laddove queste incrostazioni sono state lentamente eliminate - anche grazie all’arrivo delle piattaforme - allora qualcosa di nuovo e buono è emerso. Ma il vero nodo, ormai, non è neppure ideologico. Il problema è il conformismo, l’appiattimento sulle logiche del potere ridicolo dei circolini culturali e artistici, la posa antagonistica esibita da chi, per status, non se la può permettere. Su un punto la De Angelis ha ragione: si sono fatti addomesticare. Ma non dalla perfida destra o dal capitale: si sono addomesticati fra di loro. Ed è con loro stessi che devono prendersela.
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Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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