Nel riquadro, il dottor Emanuele De Nobili (iStock)
Il medico Emanuele De Nobili: «Il cortisolo dev’essere alto al risveglio e basso a fine giornata. Io consiglio bagni di sole al mattino, attività fisica di ogni tipo, niente smartphone a letto. E del buon cioccolato fondente».
Emanuele De Nobili, specialista di medicina preventiva e autore di successo, ha appena pubblicato un nuovo libro dedicato a un tema che negli ultimi tempi è molto discusso: il cortisolo, l’ormone dello stress che fa dormire male e ingrassare. Per Giunti esce Il reset del cortisolo. Il metodo per controllare l’ormone dello stress e riequilibrare corpo e mente, che offre un programma di quattro settimane utile a tenere sotto controllo il cortisolo.
Dottore, cominciamo dalla definizione. Che cos’è il cortisolo?
«Ora questo ormone, il cortisolo, è sulla bocca di tutti, non dimentichiamo che sono però anni che noi specialisti ne parliamo. Il cortisolo è un ormone chiave, pivot, nel metabolismo del nostro corpo. È un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, soprattutto dopo l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA). Dal cervello parte un segnale che arriva all’ipofisi, a livello centrale, e poi a livello periferico le surreni producono questo ormone, un glucocorticoide».
Noto anche come ormone dello stress.
«Sì, spesso è chiamato ormone dello stress e alle volte anche con accezione negativa, sembra il cattivo di turno. Io spiego invece nel mio libro che ha una funzione molto più ampia, è un regolatore dell’energia, dell’adattamento e dei ritmi biologici, i cosiddetti ritmi circadiani».
A che cosa serve questo ormone?
«Al mattino è quello che ci dà quella spinta ad alzarci dal letto e ad affrontare la giornata. È quello che mobilizza lo zucchero nel sangue per farci avere energia a livello sia fisico, muscolare, sia livello anche cerebrale. È importante per le funzioni cerebrali: memoria, concentrazione, attenzione».
Quindi questo è ormone estremamente utile perché è una sorta di attivatore. Ma quali sono gli effetti negativi che può avere sul nostro corpo?
«Il cortisolo generalmente dovrebbe essere alto al mattino quando ci svegliamo e poi man mano durante la giornata andare a decadere. Ma quanto il ritmo è alterato per prima cosa va a influire sul sonno. Alterna il ritmo sonno-veglia, causa difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti durante la notte, soprattutto tra le 2 e le 4 di mattina. Può influire come dicevo prima sulla mente, sia sulle funzioni cognitive ma anche sull’umore, tende a dare una sorta di sindrome depressiva quando è alterato in maniera abnorme. E poi può andare a lavorare anche sull’appetito e sul metabolismo, è una delle cause principali della cosiddetta fame nervosa. Chiaramente quando abbiamo la fame nervosa di sotto siamo attirati verso cibi densamente calorici, ecco che allora il sovrappeso è dietro l’angolo. Poi può comportare delle tensioni a livello muscolare. E poiché è un regolatore del sistema immunitario può favorire, quando è alterato, infezioni ricorrenti».
Insomma quando è in eccesso causa tantissimi guai.
«Non solo. Bisogna fare attenzione: così come può essere perennemente alto, c’è anche il rischio che rimanga perennemente basso e questo è un segno di esaurimento, quello che viene definito in genere burnout, quando la persona ha, come dire, le batterie scariche».
Nel senso comune il cortisolo è associato allo stress e pure a un senso di pesantezza, al gonfiore, all’aumento di peso. Può procurare tutto questo?
«Ha anche questo tipo di effetti soprattutto quando è in eccesso. Abbiamo detto che il cortisolo dovrebbe avere un ritmo circadiano, cioè nell’arco delle 24 ore è più alto al mattino, verso le 6-7 di mattina, poi verso mezzodì dovrebbe diminuire fino ad arrivare ai valori minimi nelle ore serali. Se invece questo ritmo rimane alterato tutto il giorno e tende sempre verso l’alto, ecco che abbiamo questi sintomi di gonfiore, perché va a interferire anche con la digestione. Poi va a interferire anche con la flora batterica intestinale, in questo caso chiaramente siamo più soggetti ad avere gonfiore anche tardivo legato a una disbiosi, un’alterata funzione dei batteri buoni e cattivi nell’intestino. C’è una fermentazione che produce gas. E si accumula più grasso a livello soprattutto viscerale».
Quindi possiamo dire che è vero che il cortisolo fa ingrassare.
«Esatto, questi sono i sintomi: ritenzione, accumulo di grasso, gonfiore».
Prima abbiamo parlato di stress, ma così sembra un po’ generico. Quali sono gli indicatori, i segnali che ci avvertono che abbiamo davvero superato la soglia?
«Soprattutto il sonno. Se il cortisolo è alto alla sera impedisce al nostro corpo e in particolare alla ghiandola pineale, all’epifisi, di produrre la melatonina, di conseguenza avremo insonnia. Poi la stanchezza fisica, legata anche al fatto che dormiamo male. Il sonno è uno dei primi campanelli d’allarme assieme alla stanchezza cronica. Poi vanno valutate anche altre situazioni ma questi sono i due sintomi principali».
Altro?
«La difficoltà di perdere peso o l’aumento di peso che si verifica in maniera sconsiderata anche se non si modificano le proprie abitudini alimentari. Poi c’è il danno alla prestazioni mentali. Chiunque abbia un lavoro intellettuale fa molta più fatica a portare a termine i propri obiettivi giornalieri».
C’è una prova che si può fare in casa per capire se effettivamente si ha un problema legato al cortisolo in eccesso? C’è un test che si possa fare semplicemente?
«Sa che cosa faccio fare ai miei pazienti per essere certo che ci sia una problematica del cortisolo? Un esame che si può fare in parte a casa. Basta recuperare delle provette, 4 generalmente, e fare la raccolta salivare del cortisolo alle ore 8, alle 12, alle 16 e alle 22. A quale punto si porta tutto in laboratorio ad analizzare».
Perché questi orari?
«Perché dagli esami dovremmo trovare che alle 8 il cortisolo è alto, a mezzogiorno un pochino più basso, circa a metà, alle 16 inizia ad arrivare a valori bassi e alle 22 dovrebbe essere al minimo per favorire poi la melatonina. Quando si fanno questi test, il più delle volte nel soggetto che hai i sintomi che abbiamo definito prima il cortisolo è perennemente alto. Cioè non ha la curva a picco e poi decade, ma è sempre alto. Un’altra cosa che si può fare a casa è tenere un diario. Con diverse colonne dove segnare come va il sonno, il tipo di attività fisica che si fa, le abitudini ai pasti, l’ora in cui ci si corica, la stanchezza. Si segna tutto attribuendo dei valori che vanno da 0 10. Si tiene questo diario per un paio di settimane e poi si va a vedere dove sono i voti più bassi. Lì ci saranno le priorità su cui agire. Se trovate che avete il sonno disturbato, che fate poca attività fisica e che mangiate male, non andrete a modificare tutto e subito: questo diventerebbe fonte di stress».
Come si può fare rapidamente per abbassare i livelli di cortisolo? Qual è la cosa più efficace da fare nell’immediatezza?
«Di solito io faccio lavorare su una cosa banale: sull’esposizione alla luce, ovvero un bel bagno di sole al mattino. Non il sole dell’alba ma quello delle prime ore del mattino, e alla sera, di contro, invito a tenere tutto molto più sobrio, luci soffuse... La luce blu del mattino attiva il cortisolo e lo fa elevare nel momento corretto. Alla sera invece deve prevalere la luce arancione del tramonto».
Cosa che raramente succede.
«Certo, perché abbiamo la luce artificiale di casa, la rete di illuminazione blu di computer, telefonini e quant’altro... In questo modo si dà un continuo segnale ai nostri fotorecettori retinici che sono collegati all’ipotalamo. Si segnala in sostanza che è giorno o anche di notte, per cui si va ad alterare il ritmo circadiano. La cosa più semplice da fare per prima è dunque cercare di rispettare un po’ il ritmo luce/buio».
Quindi chi si mette a letto e comincia a scrollare sullo smartphone fa la cosa peggiore possibile.
«Esatto. Lo scrolling è la cosa più sbagliata perché non ti permette il recupero, non ti fa raggiungere il sonno di qualità di cui hai bisogno. Non è solo una questione di quantità: un sonno disturbato non ti permette di raggiungere la profondità necessaria, la cosiddetta fase 3 del sonno o la fase Rem, che è quella che ti fa recuperare energie. Rimani sempre in un sonno leggero, di dormiveglia, e questo non è un sonno riposante e ristoratore. Per cui: vietato alla sera fare lo scrolling sul telefonino, mandare i saluti agli amici e quant’altro».
Facile immaginare che anche l’esercizio fisico sia fondamentale e curativo.
«Sì, ai miei pazienti dico sempre che il movimento è medicina. Ho tanti pazienti con sindromi metaboliche, ipertesi, col colesterolo alto, col diabete... Dico a tutti di fare movimento ogni giorno. Non mi riferisco nello specifico alla camminata o alla palestra o all’aerobica o allo yoga e al pilates. Serve un po’ di tutto questo. Il nostro corpo ha bisogno della aerobica leggera, del sollevamento pesi, degli esercizi di flessibilità e di equilibrio. Ma non serve necessariamente iscriversi in palestra o in piscina, adesso che è estate, mettete scarpette, pantaloncini e maglietta e camminate in mezzo alla natura. Cosa che ha un doppio effetto: fa fare attività fisica e aiuta a rallentare un po’. Se poi sì va in compagnia c’è anche la parte sociale».
E dal punto di vista della dieta che cosa consiglia?
«Il vecchio adagio: colazione da re, pranzo da principe e cena da povero. Poi dipende dalle persone. Le divido in due categorie relativamente allo stress: lo stressato ipoattivo e lo stressato iperattivo. Allo stressato ipoattivo tendo a dare principalmente alla sera le classiche verdure e delle proteine ad alta digeribilità. Nello stressato iperattivo aggiungo anche un po’ di carboidrato che ha effetto calmante. Il carboidrato un po’ appaga, fa produrre più serotonina e dopamina che sono gli ormoni della felicità. Chiaro, per carboidrato non intendo il dolce, semmai del riso integrale, della pasta integrale, delle patate lesse in piccole quantità».
Esistono superfood che possano aiutare ad abbassare il cortisolo?
«Ci sono dei superfood, sono cibi che contengono un aminoacido, il triptofano, ad esempio la banana e il cioccolato fondente. Presi nel tardo pomeriggio, aiutano. Il triptofano è un precursore della serotonina, che a volta è un precursore della melatonina. Sono sostanze, come il magnesio delle mandorle, che ci aiutano a rilassarci sia a livello muscolare sia a livello cerebrale».
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Gatto Panceri
Il cantautore Gatto Panceri: «La mia “Vivo per lei” è la canzone italiana più venduta di sempre, ha superato “Volare”. Per la musica mollai il liceo. Il mio pseudonimo lo volle Baudo».
Con quaderno, penna e chitarra, da ragazzo si sedeva in una panchina in un parco di Monza. Scriveva canzoni, testo e musica. In questa panchina, ora dipinta di bianco e a lui ufficialmente dedicata, sono nati molti suoi evergreen, tra i quali Vivo per lei, cantata da Andrea Bocelli e Giorgia, il brano più venduto al mondo. Gatto Panceri ha firmato 12 album e ne sta per uscire un altro. Mina scelse un suo testo e ha composto per grandi nomi, da Leali a Mietta, da Morandi a Mengoni. Il suo talento fu precoce.
Luigi Giovanni Maria Panceri, Gatto. Come è nato il tuo nome d’arte?
«A scuola, quando facevo le medie. Durante un intervallo mi arrampicai su un albero e non riuscivo più a scendere. Prima di presentarmi a Sanremo 1992 con L’amore va oltre, alla Universal feci un incontro Patrick Dijvas, il mio primo produttore e Pippo Baudo che disse “questo nome è un po’ lungo”. Intervenne Dijvas: “A scuola lo chiamavano Gatto”. E Baudo “allora bisogna assolutamente chiamarlo così”, Gatto Panceri».
Sei nato a Monza. Come ti racconteresti da bambino?
«Ero un bambino che pensava di fare il calciatore nel Monza Calcio, avevo il motorino, cantavo con gli amici in cortile con la chitarra. A 14 anni la folgorazione. Quando ho incontrato la musica, la parte poetica, sopita, ha vinto su tutto il resto. Lasciai il liceo scientifico e feci il conservatorio a Milano».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella e un fratello, loro però hanno il dono del disegno, che io non ho».
Vivevi in una casa con giardino o in un appartamento?
«In un appartamento ma c’era la villa comunale adiacente, aperta al pubblico, un parco cittadino insomma. Andavo spesso lì a scrivere le mie canzoni e addirittura adesso in questo parco, a Concorezzo, due chilometri da Monza, c’è una panchina dedicata a me, bianca, proprio dove andavo, con il testo di Un qualunque posto fuori o dentro di te. Lì ho scritto la canzone per Mina, L’amore va oltre, Vivo per lei…».
Vivi in Brianza adesso?
«Sì, sempre vissuto in Brianza anche se non sono un campanilista perché quando fai questo lavoro ti senti a casa dappertutto. Mi piace per il verde e poi c’è ancora mia mamma, ha 95 anni, non la lascerei mai, sono figlio di ragazza-madre per cui… vive in una casa mia, qui a pochi chilometri, ci sono mia sorella, mio fratello e una persona che gli stanno un po’ dietro… Io parto, ritorno, riparto, è un po’ un casino, ma non mi sono mai spostato troppo da qui. Tutti siamo legati alla mamma ma quando la mamma è ragazza-madre fa anche da padre…».
Nel 1992 il tuo primo contratto discografico con la Universal. Fosti tu a proporti o ti scoprirono?
«No, è stato il destino. Non sono mai stato uno che si mette sotto la sede della casa discografica per sperare di incontrarne il presidente. A me le cose sono capitate. Ad esempio Dijvas della Pfm casualmente era in un locale a Monza nell’87 e io facevo parte di una band di giovani, suonavamo lì, mi disse che avevo del potenziale e sono andato avanti fino a che sentì 3-4 canzoni che ritenne giuste e facemmo dei provini».
Età della tua prima composizione?
«Dopo una settimana che iniziai a suonare la chitarra a livello amatoriale scrissi la mia prima canzone con gli accordi, avevo 14 anni».
Parlando di cantautori chi ascoltavi allora?
«Fondamentalmente tre. Cocciante perché aveva la voce che gli usciva dalla gola e la mia aveva un suono simile. L’altro era Bennato perché aveva un’energia fuori dal normale, e al primo posto Battisti, perché mi sorprendeva la varietà delle sue canzoni. Poi per le mie sonorità i Police sono stati fondamentali».
A Sanremo 1992 presentasti la tua L’amore va oltre. Bellissimo testo. «Marino e la sua carrozzella / sono inseparabili ormai / sorride, avanza con le braccia [...] Marino che al suo compleanno avrà trenta candele / Marino che da più di un anno / s’è innamorato di Adele / Adele che lo va a trovare / che lo fa appena può / che lotta contro il mal di testa / e poi si addormenta sul metrò / Adele si sta laureando in psicologia / l’amore la sta consumando come una malattia». Una storia vera?
«Assolutamente vera. Chiaramente il personaggio principale della canzone nella realtà non si chiama Marino, è un ragazzo che sta qui vicino a Monza. A 23 anni ebbe un incidente stradale. La sua reazione fu decisamente positiva, di amore per la vita, questa donna s’innamora di lui. La canzone parla dell’amore che dovrebbe andar oltre ogni disgrazia. È anche una bandiera per i portatori di handicap, non si parla di lui in maniera pietista. Avanza con le braccia, ama, ha coraggio, non può più giocare a pallone ma se ne fa una ragione».
Questa storia ha avuto una positiva continuazione?
«Procede tutto molto bene».
Canterò per te, scrivi testo e musica. Mina la sceglie per Ullallà.
«Era circa il ’91, in quel periodo gli editori facevano ancora gli editori. Sentivano i cantanti per capire quando avrebbero voluto fare un disco nuovo. Mi chiamò il mio per dirmi “ho saputo che Mina sta sondando per fare un possibile nuovo disco. Hai qualcosa?”. Avevo questa canzone che non era neanche tanto alla Mina. “Guarda, lei vuole cose nuove, diverse”. Così gliela mandai. Le piacque molto, era per il suo singolo. Mi chiamò sul telefono fisso perché voleva che cambiassi alcune frasi - la canzone l’avevo scritta per me - le cambiai, poi ci risentimmo all’uscita del disco».
Vivo per lei, interpretata da Andrea Bocelli e Giorgia, 45 milioni di copie vendute nel mondo.
«La musica è un collante, l’arte più divina per eccellenza che ci accompagna in tanti momenti, tristi o felici. Ho pensato fosse giusto scrivere un inno alla musica. Però la cosa bella di questa canzone è che se qualcuno vuole vedere questa “lei” in un altro modo lo può fare, può essere la racchetta se gioca a tennis, la medicina se fa il medico, la religione, la famiglia, la moglie, la figlia… È la canzone italiana più venduta di tutti i tempi nel mondo. Ha superato anche Nel blu, dipinto di blu»
In un’intervista hai detto che i diritti di questo brano ti garantiscono una buona rendita. Sarebbe il sogno di ogni cantautore…
«Se ti capita il destino e la fortuna di avere la firma su un titolo così venduto… I diritti d’autore mi consentono di vivere bene ma soprattutto di continuare a fare dischi, curandoli, di fare solo i concerti che mi piacciono. Mi sono fatto uno studio stra-professionale a casa mia essendomi stancato di andare da terzi. Basta che salga la scala…».
Abita in te, quando ci sentiamo attraversati dall’amore. «Oh mio Dio come lo senti / che abita in te questo amore»…
«Si sono fatti milioni di canzoni sull’amore, ma se ne potrebbe fare milioni di altre. L’amore abita in noi. Una volta a un concerto una ragazza incinta mi disse che la leggeva come rivolta al bambino che aveva in grembo».
Hai una cattedra alla Hope Music School di Roma. È vero che ti è stata affidata dalla Cei (Conferenza episcopale italiana)?
«Assolutamente sì. Tutto nacque da Wojtyla che nel 2001 ritenne che L’amore va oltre era la canzone giusta come sigla per la Giornata mondiale della famiglia. Da quel momento la Cei si accorse di Gatto, dei testi e dei contenuti, che sono pieni di valori e ne è nato un sodalizio, essendo figlio di una ragazza-madre ho anche fatto concerti pro ragazze-madri e da lì mi hanno detto “facciamo dei corsi per cantautori di ispirazione cristiana e sarebbe bello che tu venissi a insegnare come si scrivono”. Risposi “io vengo ma se non ci sono solo i cantautori di ispirazione cristiana ma anche gli altri che condividono determinati valori”. Per quella giornata papa Wojtyla scelse quella canzone dove non è che si parla della croce, di Maria eccetera, perché, intelligentemente, pensò “non posso evangelizzare solo con le preghiere”».
La tua Io, Maria, José e Gesù, la preghiera di un camionista. «La merito una soluzione, dimmelo tu Gesù / seppur da quella comunione non ci siam toccati quasi più / È una vita dura da guidare…». «Non dover mai più bestemmiare [...] Non dover più trasportare un camion di perché». Puoi cercare Dio ma c’è la vita là fuori, l’asfalto…
«È così, in questa canzone c’è la dicotomia tra il credere e nello stesso tempo il non credere, la religione ti dice che non devi metterne in discussione l’esistenza, se non si crede non si ha nessuno, se esiste ti chiedi “perché fa succedere certe cose?”. Questo camionista, come dici tu, non vede l’aiuto di Dio ma sogna di non bestemmiare».
Anche tu ti fai spesso queste domande?
«Me le faccio spesso ma non bestemmio mai. Penso di non avere uno scetticismo totale e per quello che mi è successo nella vita sicuramente ho avuto un aiuto dall’Alto».
Benefici di una vita gratificante. C’è qualcosa che ti manca?
«Una cosa cui terrei è poter fare qualche concerto in un palasport perché vorrebbe dire che la gente che mi segue aumenta. Nella vita privata mi manca avere un figlio ma si sa che i maschi fino a 70 anni e più questa possibilità ce l’hanno. Sto bene, ho un cavallo, un’asina, due cani, ringrazio per quello che ho. Ci tengo al disco nuovo che sta per uscire, Vertigine, 12 canzoni completamente nuove, e poi in vista c’è un’autobiografia particolare, fatta di racconti, Vita da Gatto».
Pensi che animali abbiamo un’anima?
«Penso di sì. A un cane che ho avuto e che non c’è più ho dedicato una canzone, Super, l’ho fatto cremare e le sue ceneri sono sul mio comodino. Ora c’è una legge che consente di far mettere le ceneri dei tuoi animali nella tua tomba».
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Protesta sotto la stazione di Polizia di Rotherham (Uk) dove negli anni oltre 1.400 minori sono stati abusati (Getty Images)
Per decenni nel Regno Unito migliaia di bambine sono state violentate e picchiate da bande di pachistani, mentre i nostri intellettuali discettavano di asterischi. Tacere per non essere accusati di razzismo non è più possibile. La collera è più morale della finta bontà.
Vengo da una civiltà che ha messo l’uomo al centro, che ha costruito gli uliveti e i campanili, che ha inventato l’ospedale, l’università, il diritto romano, la perizia notarile, la sentenza motivata, la libertà di studiare e la libertà di sbagliare, una civiltà che adesso, in piedi davanti allo specchio, finge di non vedere il proprio cadavere. 250.000 bambine e bambini britannici, cristiani per nascita o per cultura, di 8, 10, 11, 12 anni, stuprati per decenni, in 149 distretti del Regno Unito, da bande organizzate di uomini maomettani, in stragrande maggioranza pachistani. Lo dice il rapporto Lowe, lo confermano in scala minore il rapporto Casey, l’inchiesta Jay su Rotherham con le sue 1.400 vittime in una sola città, le sentenze di Rochdale, Telford, Oxford, Newcastle, Oldham, Bristol, Derby, Keighley. Bambine date in pasto, drogate, prostituite, marchiate a fuoco con stampi di ferro arroventati, picchiate, ingravidate, costrette ad abortire, costrette a convertirsi all’islam, chiamate kuffar, chiamate white trash, spazzatura bianca. Anche bambini. E le bambine talvolta partorivano e poi sparivano, e i loro figli sparivano con loro, e le madri delle bambine venivano arrestate dalla polizia mentre i carnefici delle figlie venivano scortati a casa, dalla stessa polizia inglese, quella che adesso si occupa di acchiappare quelli che scrivono cose sgradevoli sull’islam su Facebook.
Viene arrestato chi scrive la verità: gli stupratori, come i terroristi, come le bande che uccidono e terrorizzano sono figli sani del Corano, sono eroi della loro comunità, hanno eseguito l’ordine coranico di umiliare gli infedeli, ucciderli, mutilarli. Ho raccolto questi ordini che tutti devono conoscere nel libro Islam senza veli, e spiego come sia indispensabile che ogni funzionario pubblico che abbia a che fare con maomettani conosca i versi che prescrivono la persecuzione violenta degli infedeli come ordine di Allah, e ponga un questionario dove si chiede ai maomettani di dissociarsene. I maomettani potrebbero mentire, certo, ma il punto è questo: costringere il funzionario a prendere atto di quei versi, così che non sia più possibile quello che è successo.
È successo che per trent’anni tutti hanno taciuto: l’accusa di islamofobia vuol dire morte sociale, perdita del lavoro, processo e prigione. Tutti hanno taciuto, perché parlare era razzismo. Hanno taciuto, e intanto le bambine venivano stuprate, le loro vite distrutte dalle torture, dalle umiliazioni, dagli aborti. Le loro vite sono state distrutte per decenni, mentre i salotti discutevano di pronomi e di privilegio bianco, perché la superbia è quella, sentirsi buoni e superiori proteggendo criminali e stupratori. Dove sono le femministe, le penne raffinate che firmavano appelli per qualunque boiata? The Closing of the Muslim Mind (La chiusura della mente musulmana) di Robert R. Reilly, è il testo che spiega che i problemi dell’islam sono due: la violenza del Corano e la paralisi dello sviluppo intellettuale. Nei primi secoli dell’islam, con la conquista dei territori bizantini e sassanidi, l’islam incontrò la filosofia greca. Nacque una scuola, i mutaziliti, che insegnò una cosa semplice e gigantesca: Dio è ragionevole. Dio non può essere ingiusto. Dio non può contraddire la ragione, perché la ragione è parte della Sua natura. Il mondo, di conseguenza, è intelligibile. L’uomo può conoscerlo, può deliberare. L’uomo è libero. L’islam poteva essere una religione feroce e intelligente e l’intelligenza avrebbe stemperato la ferocia prescritta da Corano. Ma poi accadde il disastro. Vinse l’altra scuola. Vinsero gli ashariti, vinse al Ghazali, vinse l’idea che Dio è puro arbitrio, pura volontà, puro capriccio. Dio non è vincolato dalla ragione: Dio è oltre la ragione. Il bene è ciò che Dio comanda. Il male è ciò che Dio vieta. Questo rende i versi violenti del Corano armi puntate sempre contro ognuno di noi. L’omicidio del maomettano è male perché Dio lo dice, non perché spegne una vita; l’omicidio dell’infedele è bene perché Dio lo dice. La causalità non esiste: non esistono cause seconde, esiste soltanto la volontà di Dio. Questo vieta la filosofia, blocca ogni progresso. L’islam è una religione feroce e irrazionale. Averroè provò a rispondere, e i suoi libri furono bruciati a Cordova nel 1195. Chi crede di curare una patologia spirituale figlia di una deformazione teologica feroce e irrazionale che ha generato una cultura disfunzionale con i sussidi, con le borse di studio, con i corsi di integrazione, con le buone maniere e i ditini alzati, è un pericoloso idiota, in realtà un collaborazionista, che fingerà di non vedere un quarto di milione di bambine stuprate. Il problema è teologico, filosofico, spirituale. Il problema è che una civiltà che ha abolito la ragione non può che produrre ferocia organizzata. Stiamo importando una teologia che ci odia e che ha abolito la ragione, e pretendiamo che produca cittadini con cui convivere. A una bambina di 11 anni stuprata da venti uomini in una notte, sulla sua terra, non si risponde con un convegno. Si risponde con la collera, con la giustizia spietata di una civiltà che si ricorda di sé, una civiltà che ricordi di avere ulivi, sale, Tommaso e Galileo, Dante e Manzoni, e a difendere tutto questo Carlo Martello, Giovanni d’Austria, e Giovanni Sobieski che hanno guidato la cristianità alle vittorie di Poitier, Lepanto e Vienna. L’undicenne che ha avuto la vagina spaccata dai venti pachistani che l’hanno stuprata per tutta la notte si è trovata di fronte squadre di medici e infermieri che non hanno denunciato e hanno taciuto. Episodi atroci come questo si sono verificati in molte guerre, da parte dell’esercito vincitore contro le donne degli sconfitti. I giapponesi trattavano così le donne manciù dopo aver sconfitto militarmente la Manciuria. Il Pakistan non ha mai sconfitto la gran Bretagna. L’islam non ha mai sconfitto militarmente l’Europa. La ragazzina è diventata il disprezzato giocattolo sessuale di uomini che non hanno mai sconfitto militarmente il suo popolo.
Nel suo geniale libro Il morbo Paolo Gambi intuisce che alla base del suicidio della civiltà occidentale c’è l’inversione dell’archetipo dell’eroe. Si passa dall’eroe che combatte, si sacrifica per la propria gente, all’archetipo del ribelle, cioè qualcuno che combatte contro la civiltà che lo ha generato. La base dell’archetipo del ribelle è la superbia. Del primo ribelle della storia, l’Angelo ribelle, è la superbia la tentazione irresistibile, non il denaro o il potere. L’archetipo dell’eroe che combatte per la propria gente è stato sostituito dall’archetipo del ribelle che combatte contro la propria gente, sempre dalla parte di qualcun altro. Il marxismo ha creato un sottotipo di archetipo ancora più deforme che è l’archetipo dello sconfitto. Non importa avere torto marcio, l’importante è essere sconfitti. Noi abbiamo creato cultura, scienza arte, pensiero filosofico: siamo forti, quindi cattivi a prescindere. Gli aguzzini della ragazzina undicenne, come quelli che arrivano con i barconi, sono mantenuti da sussidi di disoccupazione, provenienti da Paesi in cronico sottosviluppo economico, che non producono né premi Nobel né pensiero scientifico, sconfitti dalla storia, per le ragioni spiegate da Reilly. Che la loro civiltà sia disfunzionale cozza contro il dogma del marxismo idiota che tutte le civiltà si equivalgono, che tutte le religioni si equivalgono. Più i maomettani sono terroristi e stupratori, più ci dobbiamo scusare con loro, scambiati per vittime della società occidentali da un branco di corrotti idioti, resi collaborazionisti dai fiumi di petrodollari che dal 1974 corrompono politici e intellettuali (o cosiddetti tali). Più le aggressioni dei maomettani sono gravi, più i «buoni» li amano, spiegano che il problema siamo noi, che non li abbiamo amati abbastanza, non li abbiamo integrati. Per prima cosa dobbiamo liberarci dei «buoni», levare dalle loro mani scuole e televisioni, ridurli all’opposizione per sempre. O le nostre ragazzine finiranno come quelle di Birmingham
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 giugno 2026. Gianni Alemanno ci parla dell'emergenza carceraria in Italia e del generale Vannacci.







