Anche Bankitalia prende a sberle il Jobs act
ANSA
Lo studio impietoso: la legge non ha promosso le politiche attive, e un settimo di chi riceve gli assegni di disoccupazione è inattivo Peggio al Nord. In poche parole, tra chi riceve i sussidi c’è un tasso di inattività sballato. La priorità è riformare ammortizzatori e centri per l’impiego, o il reddito di cittadinanza sarà solo assistenzialismo. Esiste ancora «un numero troppo elevato di persone che percepiscono gli assegni e non sono nei fatti immediatamente disponibili a lavorare». Il governo di Matteo Renzi non aveva previsto alcuna exit strategy in caso di sconfitta del Sì al referendum del 2016.

Non c’è solo la bocciatura della Corte costituzionale sui criteri di rimborso, Il Jobs act ha tendenzialmente fallito pure in tema di politiche attive. A scriverlo sono i ricercatori di Bankitalia in un documento appena reso pubblico e dedicato alle indennità di disoccupazione. La riforma del 2012 (legge Fornero) e quella del 2015 (governo Renzi) hanno profondamente cambiato il sistema degli ammortizzatori «rendendoli», si legge nel paper di Palazzo Koch, «universalistici con una copertura più ampia in caso di perdita di posto di lavoro e trattamenti di base più generosi ancorati alla pregressa storia contributiva» oltre al fatto di prevedere un maggior ricorso (sulla carta) alle politiche di attivazione.

La prima parte dell’obiettivo, la distribuzione dei sussidi, è stata pienamente centrata, scrive Bankitalia. La seconda no. Esiste ancora «un numero troppo elevato di persone che percepiscono gli assegni e non sono nei fatti immediatamente disponibili a lavorare». In poche parole, tra chi riceve i sussidi c’è un tasso di inattività sballato. Al di là delle problematiche legate alle offerte spesso economicamente svantaggiose che ingessano il mercato del lavoro, lo Stato, secondo i ricercatori, si trova nella necessità di tirare le fila e valutare una completa riorganizzazione delle politiche attive e passive del lavoro. A oggi, infatti, una persona su sette su quante ricevono un sussidio di disoccupazione o di mobilità non cerca alcun impiego, con picchi in Lombardia e nelle regioni del Nord. Un settimo può sembrare una fetta di poco rilievo. Invece non va sottovalutata sia in termini di spesa pubblica sia di ottimizzazione delle risorse. Basti pensare che agli ammortizzatori nel 2008 si dedicavano in tutto poco più di 10 miliardi di euro di budget. Nel 2016 la cifra è più che raddoppiata passando a 21,3 miliardi di euro. Il motivo è duplice: esplosione della crisi economica e al tempo stesso allargamento della platea. Prima delle due riforme (Fornero e Jobs act) la percentuale dei destinatari non superava il 10% del totale dei senza lavoro. Oggi si arriva al 26% con una copertura temporale media passata (vedi Naspi) addirittura da 142 giorni a 184.

Il dato sul quale riflettere è però che in tutti questi anni la fetta degli inattivi e al tempo stesso sussidiati non è cambiata a livello percentuale. Il che porta Bankitalia a lanciare un alert. Nel 2016 lo Stato ha speso circa 1,7 miliardi di euro che sono finiti nelle tasche di chi si è rivelato un destinatario irregolare. Ha buttato soldi che andrebbero chiesti indietro e destinati ad altri obiettivi. Lo studio dei ricercatori di Ignazio Visco è a doppia lama. Da un lato, come appare chiaro, boccia il Jobs act e dall’altro lancia già un allarme sul reddito di cittadinanza, sebbene la riforma che tanto sta a cuore al vicepremier Luigi Di Maio sia il convitato di pietra del paper.

I dati in ogni caso impongono l’apertura di un tavolo che una volta per tutte riorganizzi tutti gli ammortizzatori e soprattutto abolisca il grande malinteso delle politiche attive. I centri per l’impiego sono rimasti a metà del guado. Il governo di Matteo Renzi non aveva previsto alcuna exit strategy in caso di sconfitta del Sì al referendum del 2016. Di conseguenza gran parte delle politiche attive sono ora in mano alle Regioni mentre quelle passive allo Stato. Senza che le due parti abbiano trovato un modo lineare per comunicare. Se i gialloblù decidessero di riformulare l’intero sistema, tenendo conto degli errori del Jobs act, e poi chiamare il tutto «reddito di cittadinanza» potrebbero portare a casa un risultato concreto. Per prima cosa risparmierebbero quel miliardo e 700 milioni che viene elargito a chi non ha diritto e potrebbero investirlo in formazione o allargare la platea degli aventi diritto.

A dire che non si può più rimandare un riforma definitiva degli ammortizzatori sono i dati Istat. Quelli divulgati lo scorso lunedì. In Italia lavorano 17 giovani under 24 su 100. In Spagna 21, in Germania 45 e in Danimarca 58. Chi difende a spada tratta la riforma Fornero non vuole ammettere che l’intervento del governo Monti ha inevitabilmente spinto l’occupazione nella direzione degli over 50.

Non è un caso che, mentre il tasso di disoccupazione complessivo ad agosto è sceso ai minimi dal 2012, quello degli under 34 è schizzato al 31%. Al di là del precariato (sono ormai 3,15 milioni gli assunti a tempo) è sui giovani che si devono concentrare le politiche attive del lavoro. Rivedere la Fornero non significa automaticamente creare nuovi posti di lavoro, ma lasciare tutto come è porterà soltanto a una cristallizzazione dei problemi.

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