L’afa è un ricordo. Dopo il Veneto sotto la grandine oggi altre allerte
Ansa
  • Tetti e alberi divelti, Luca Zaia estende lo stato d’emergenza. Allarme in Lombardia.
  • L’agenzia che snobbò le cure domiciliari adesso esalta una ricerca sul molnupiravir

Lo speciale contiene due articoli

Hanno tanto parlato di siccità e invece è arrivata la tempesta. Sono all’incirca le otto di sera, il Veneto è nella morsa del caldo afoso, quello torbido, quello che fa mancare l’aria. La temperatura segna i 36°, quella percepita per l’umidità è di 38°. Qui lo sanno cosa vuol dire convivere con l’umidità che ti si incolla addosso, quando prendi i giornali la mattina e si bagnano. Lo sanno cosa vuol dire convivere con l’afa. È sempre stato così. L’afa quando è troppa, porta tempesta e grandine. È il buio e la luce.

Mercoledì sera l’afa ha iniziato a diminuire. Lo senti quando diminuisce, si forma una brezza leggera che sembra dolce ma per chi vive qui, preannuncia l’Apocalisse. Bastano pochi minuti e il vento prende forza, 7 nodi che diventano 8, 9, 10. Durante la tempesta Vaia nel 2018, sempre qui, i venti soffiarono fino a 200 chilometri orari. L’altra sera di Vaia ce n’è stata quasi un’altra. La gente ha iniziato a chiudere tutto, le auto che erano per strada hanno cercato riparo, tutto dentro casa con le finestre aperte ha preso a volare, a sbatacchiare, a rovesciarsi. Le zaffate di vento erano così forti che parevano onde ciclopiche. E tutto intorno erano fulmini, lampi, tuoni. Qui l’8 luglio 2015, lungo la riviera del Brenta, nel veneziano, a dieci minuti da chi scrive ora, ci fu un tornado, un F4, con venti a 300 chilometri orari.

La gente lo sa bene cosa vuol dire trovarsi la casa scoperchiata da un minuto all’altro. Fu l’apocalisse che spaccò in due il cielo. Dove il tornado passò non lasciò nient’altro che distruzione e disperazione.

E mercoledì sera scorso, in alcune zone del Veneto, le tegole sono venute giù come carte da gioco mosse da un soffio, il vento aveva una tale furia che ha sradicato alberi, piegato pali della luce, alcuni parevano staccarsi da terra, stroncarsi, pareva l’inferno. I chicchi di grandine hanno iniziato a cadere come palle dal cielo. Erano grandi quanto quelle da tennis. Colpite in particolare le province di Treviso, Padova, Belluno e Vicenza.

Gli alberi sono caduti in strada come tanti stuzzicadenti, le strade si sono riempite in un baleno di acqua e melma. Le lamiere delle case sono finite in mezzo alla strada. E nella zona di Cortina d’Ampezzo si sono registrate raffiche di vento superiori a 140 km/h. Nel padovano le palle di ghiaccio si sono scagliate sulle serre, sugli orti, sulle colture. Per la grandine ci sono stati 110 feriti. E il presidente della regione Veneto Luca Zaia ha esteso lo stato d’emergenza, che già aveva decretato martedì scorso per la tempesta in Cadore.

«Sale a 110 il numero delle persone ferite con traumi determinati dalla grandine» , ha detto Zaia, «da cadute e da rotture di vetri. La grandine caduta è assolutamente fuori dal comune, con chicchi di ghiaccio che hanno raggiunto in alcuni casi diametri superiori ai 10 centimetri». Tempestiva la macchina dei soccorsi, oltre 350 le chiamate ai vigili del fuoco nella notte. Ma il maltempo è iniziato già martedì pomeriggio, dove una tromba d’aria è passata sopra i boschi del Cadore, del Comelico e dell’Ampezzano nel bellunese.

E la tempesta si è abbattuta anche in Trentino Alto Adige. Un forte vento ha sfiorato i 100 chilometri orari e ha sradicato diversi alberi, spezzando i rami, scoperchiando edifici. A Tonadico di Primiero (Trento) è stato scoperchiato il tetto della centrale elettrica.

Per oggi è prevista l’allerta arancione su Lombardia. Quella gialla invece su Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, province di Trento e Bolzano. Anche a Trento i chicchi di grandine parevano palle da tennis, noci, albicocche.

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