Il governo giallorosso in frenata. Ieri la chat del portavoce di Nicola Zingaretti, Andrea Cappelli, sempre piena di rassegna stampa, note e opinioni, preziosa per capire gli umori Nazareni, diffondeva in bella evidenza una intervista di Emanuele Macaluso all’Huffington Post. Una chiacchierata al vetriolo contro Matteo Renzi e contro la prospettiva di una alleanza con il M5s: «Anche Renzi è stato espressione di questa crisi. È stata», spiegava il grande vecchio del Pd, «un’altra faccia del populismo: il disprezzo per i sindacati e l’amore per il padrone della Fiat, l’antieuropeismo di quando tolse la bandiera dell’Europa della presidenza del Consiglio, la gestione plebiscitaria del referendum, la cultura del capo. Populismo, appunto».
E poi, subito dopo, barricate contro il governo giallorosso: «Ho visto che il segretario Zingaretti sta tenendo la barra, ma è evidente che è scattato un riflesso governista che impedisce di cogliere appieno la portata della crisi verticale del grillismo che apre spazi alla sinistra nel Paese. E che si colloca ancora dentro la crisi della politica», sostiene Macaluso, «dimostrando di non essere un partito, ma un aggregato elettorale a servizio del leader ai tempi di Renzi, e ora di un insieme di personalità».
Basterebbero queste due rasoiate per dare l’idea di come il barometro del governo di «lungo respiro» oggi in casa Pd tende al brutto e, ufficialmente precipita proprio per questo stato di guerra civile che agita il partito, nello scontro sempre più spietato fra maggioranza e minoranza: «Ma come puoi pensare», mi dice per farmi capire uno degli uomini più vicini al segretario, «che noi facciamo un governo appeso a uno o due voti di maggioranza al Senato, sapendo che 20 di quei senatori sono controllati da Renzi? Come possiamo fidarci sapendo che», dice ancora il più fidato degli zingarettiani, «la cosa più probabile è che quando Renzi lo decide, stacca la spina e noi finiamo suoi ostaggi?».
Cosa ha cambiato i rapporti di forza e cosa ha abbattuto le quotazioni del patto rispetto a ieri? Sicuramente ha avuto un peso l’offensiva mediatica di Carlo Calenda: è l’effetto domino che innesca. Calenda continua a minacciare fuoco e fiamme in caso di una convergenza sul governo giallorosso: «Elezioni subito», dice l’ex ministro, «o farò un altro partito». Una cosa è avere a che fare con un dissenso, altro è affrontate un rischio scissione. È interessante quello che Calenda dice in un’intervista al Foglio per motivare la sua posizione: «La direzione nazionale ha preso una linea, se il governo cade per noi ci sono solo le elezioni». E poi ammonisce: «Se la linea cambierà, farò quello che ho sempre detto, al contrario di molti altri. Passi lunghi e ben distesi». In un altro tweet Calenda fa una proposta: «Fossi Gentiloni metterei su una squadra: Boeri, Carofiglio, Cottarelli, Minniti, Zanchini, Tinagli, Ricciardi, Rossi Doria, Spicola, Bentivogli, Bombassei, Parisi e direi al Paese: questa è la squadra di governo. E poi pedalare ma non allearsi con i fascisti per battere i fascisti». Perché le parole di Calenda sono importanti, malgrado il suo peso esiguo nei gruppi parlamentari?
Per due motivi, schiettamente politici. Il primo. Fino a ieri Calenda è stato il leader centrista a cui Zingaretti si è appoggiato per combattere Renzi. Il secondo: se Calenda fa una scissione del Pd al centro usando come pretesto l’ostilità contro il M5s, anche lo spazio di manovra di Renzi si restringe, perché deve tenere conto di questo concorrente. E infatti sembra che l’uomo di Rignano in queste ore si stia giocando il suo momento di gloria con un senso di urgenza quasi disperato: solo ieri ha rilasciato interviste, infatti, a El Pais, Frankfurter Allgemeine, Observer e Les Echo. Cogli l’attimo. E il segretario? Dopo il comizio di Cecina, Nicola Zingaretti aspetta il discorso di Giuseppe Conte per fare la sua mossa. Ma il tono dei suoi ultimi interventi è decisamente «pompieristico». Dice il segretario: «Personalmente non ho contatti con i 5 stelle su nessuna ipotesi di governo». Il che non vuol dire che altri non stiamo tenendo i contatti, ma di certo raffredda molto il clima. Manca un rapporto diretto tra i leader, molto distanti per cultura e carattere. Un rapporto diretto con Matteo Salvini – via sms – come sappiamo invece c’è stato, per trovare una intesa sul voto subito. Zingaretti in questi giorni è stato sarcastico con il suo grande avversario, Renzi, non nominandolo direttamente ma descrivendolo in modo chiaro: «Fino a 22 secondi prima diceva che io ero il traditore e volevo fare accordi con il Movimento 5 stelle, ma questo è il passato. Adesso è il tempo dell’unità e dei contenuti. Vediamo il 20 agosto», annuncia Zingaretti, «quello che succede al governo».
È un intrico che si può spiegare bene, ma solo alla luce delle dinamiche interne del Pd. Il che, se da un lato ha una sua ferrea logica, dall’altro rende il Pd sicuramente meno «sicuro» per una moglie – il Movimento – che deve scegliere un nuovo partner prima di abbandonare il vecchio marito.
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