Cresce l’uso della moneta cinese. Due ostacoli impediscono il «sorpasso» degli Usa. Pechino dovrebbe ribaltare il proprio modello economico, liberalizzare il mercato e assorbire i surplus commerciali di altri Stati. Intanto l’euro debole resta in balia degli eventi.

Da giorni si parla di de-dollarizzazione, cioè del processo di affrancamento dal dollaro americano quale valuta di riserva prevalente, a favore della moneta cinese, lo yuan. Le reali possibilità che ciò possa accadere, però, sono assai remote, tanto che il dibattito stesso appare poco fondato.

L’idea che l’influenza del dollaro sull’economia mondiale sia in calo non è nuova. È vero che le riserve mondiali di valuta in dollari sono passate dal 70% del totale nell’anno 2000 al 59% circa nel 2022 (dati Fmi). Ma a quella data il resto delle riserve di valuta erano in euro per il 20%, in yen giapponese per il 5.5%, in sterline per il 5% e in yuan per il 2,7%. Euro a parte, in vent’anni dunque non è successo granché.

È anche vero che alcuni indici mostrano una crescita dell’uso della moneta cinese. Ad esempio, lo scorso marzo lo yuan è stata la valuta più utilizzata per gli scambi transfrontalieri cinesi, superando il dollaro per la prima volta. I flussi in yuan sono saliti a un controvalore record di 549,9 miliardi di dollari a marzo, rispetto ai 434,5 miliardi di dollari del mese precedente, secondo i calcoli di Reuters. Lo yuan è stato utilizzato nel 48,4% di tutte le transazioni internazionali cinesi, mentre la quota del dollaro è scesa al 46,7% dal 48,6% del mese precedente.

Non basta questo per dire che il dollaro è destinato a perdere il suo ruolo primario, legato a quello che negli anni Sessanta fu chiamato, da Valéry Giscard d’Estaing, allora ministro delle Finanze francesi, «l’esorbitante privilegio». Il privilegio consisterebbe nella possibilità, per gli Stati Uniti di mantenere bassi i tassi di interesse sostenendo, così, l’economia senza per questo subire deflussi di capitali, poiché la domanda di dollari americani è praticamente rigida. Ciò permette al governo americano di finanziare il deficit a tassi bassi. Questo privilegio ha, però, una contropartita non da poco, come vedremo. La discussione in corso, notiamo, ignora l’euro, non considerandolo un’alternativa possibile al dollaro. Ciò può essere dovuto a due fatti: la strumentalità del dibattito attuale, che indica lo yuan cinese quale alternativa al dollaro americano a fini di propaganda, o l’instabilità connaturata alla moneta unica europea.

In effetti, l’euro resta un punto debole del mercato valutario mondiale perché rappresenta un insieme di economie tra di loro spesso divergenti e con differenziali notevoli di inflazione tra Stati. Il fatto, poi, che il livello politico di Bruxelles abbia avviato una politica industriale inflazionistica (il Green deal) fa a pugni con il mandato della Bce, che resta quello di mantenere l’inflazione attorno al valore obiettivo del 2%. Il pilota automatico con cui l’Unione europea pretendeva di guidare la Bce si è rotto diverso tempo fa, ma la moneta unica, per come è costruita, resta un fattore di instabilità. Così, mentre mercoledì scorso il presidente della Federal Reserve americana Jerome Powell, ha riportato in positivo i tassi reali in Usa, Christine Lagarde ieri, pur alzando il tasso di riferimento di 25 punti base, resta con tassi reali ancora negativi (tassi nominali a 3.75% contro il 7% di inflazione) e prospettive di inflazione ancora lunga.

Il primo ostacolo a una crescita dello yuan come valuta di riserva sta nel fatto che, per ottenere tale risultato, il governo cinese dovrebbe liberalizzare i mercati finanziari, rinunciando al controllo dei capitali. Gli operatori finanziari dovrebbero poter entrare e uscire dalla Cina, come oggi fanno negli Usa, non solo riguardo agli scambi ma anche riguardo agli investimenti. Il dollaro, infatti, resta la valuta più utilizzata negli scambi commerciali perché gli Stati Uniti hanno i mercati finanziari più accessibili, liquidi, flessibili, meno costosi e meno regolati del mondo. La liquidità del dollaro è tale per cui, spesso, per cambiare valute (per esempio euro in yen), conviene passare attraverso il dollaro.

Pechino, però, nonostante i proclami di sostegno allo yuan, non sembra intenzionata politicamente ad aprire al mondo il proprio mercato finanziario e a rinunciare a un elemento essenziale del sistema di governo del Partito comunista. Servirebbe un quadro giuridico di trasparenza impraticabile a Pechino.

Il secondo problema è il contraltare del «privilegio» di cui abbiamo parlato. La domanda di dollari è sostanzialmente rigida, nel senso che gli Stati Uniti accettano e sono in grado di assorbire anche enormi deficit commerciali con l’estero. Di fatto, gli Usa sono i compratori di ultima istanza dei surplus commerciali altrui. Germania, Giappone e Cina hanno potuto crescere accumulando costanti avanzi commerciali anche perché c’erano gli Usa a importare. Chi accumula surplus lo fa tenendo bassi i salari e i consumi interni, come sta facendo l’Europa su modello tedesco e come fa la Cina. Se gli Usa smettessero di accumulare deficit per permettere i surplus altrui, chi assumerebbe questo ruolo? La Cina, che è cresciuta grazie alle esportazioni? Dovrebbe ribaltare completamente il suo modello, fermando così il suo sviluppo e, paradossalmente, avvantaggiando gli Usa, che potrebbero iniziare a crescere.

Troppi elementi mancano perché lo yuan possa anche solo avvicinarsi a essere una reale alternativa al dollaro quale valuta di riserva prevalente. Nulla è impossibile, ma la discussione sembra nascere, oggi, da motivazioni politiche che hanno a che fare più con il tentativo propagandistico di accreditare la Cina come potenza globale che non con una seria analisi della realtà.

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