Ore 12. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si metterà a tavola con Ursula von der Leyen, alle prese con la delicatissima composizione della nuova Commissione Ue. Il vertice informale fa parte del tour europeo dell’ex ministro della Difesa del governo Merkel IV, e al pranzo guarderanno con attenzione tanto i titolari dei dicasteri italiani quanto Lega e Movimento 5 stelle.
Sul piatto ci sono almeno tre partite internazionali, più una rappresentata dalle conseguenze delle prime tre. Primo: i tratti programmatici del governo dell’Europa. Malgrado la rapidamente sbandierata vittoria delle «forze europeiste», non solo il blocco socialisti-popolari non è più sufficiente a esprimere la Commissione, ma anche l’allargamento all’Alde macroniana non ha risolto i problemi. Le tre famiglie politiche sono spaccate al loro interno, tanto che alla von der Leyen sono risultati decisivi persino i 14 voti del Movimento 5 stelle, chiesti espressamente da Conte facendo andare su tutte le furie il Carroccio, che era arrivato a un passo dall’abbattere sul nascere la Commissione assieme a tutte le forze di opposizione.
In realtà la forza di Conte può poggiarsi su un solo elemento, lo stesso giocato facendo saltare la prima tornata di nomine apparecchiata dall’asse francotedesco: l’interdizione. La fragilità della nuova presidente è data infatti dall’essere costretta ad accontentare tutti. Lo sfilacciamento dell’esecutivo italiano, con Luigi Di Maio e Matteo Salvini mai così distanti dal premier, rende difficile rispondere alla domanda: quali priorità indicherà Conte su bilancio comunitario, linee d’azione sull’immigrazione, riforma del Mes, unione bancaria? Con chi le concorderà?
Secondo tema, ovviamente collegato al primo: il portafoglio italiano, la vicepresidenza e il nome. Un ruolo di peso (con i galloni di numero 2) fa in teoria parte dell’ok dell’Italia alla stessa von der Leyen, ma nulla è scontato. Anche perché la spaccatura tra premier e Carroccio ha provocato la rinuncia – secondo quanto risulta alla Verità – a esprimere un uomo di peso, a cominciare ovviamente da Giancarlo Giorgetti che si è chiamato fuori. Una volta fallito l’obiettivo di far saltare la von der Leyen, Salvini si sarebbe convinto a «mandare al macero», per usare l’espressione di un addetto ai lavori, una figura non troppo importante, in modo da poter conservare un atteggiamento bellicoso nei confronti della Commissione stessa. Cosa molto più difficile se ne facesse parte un pezzo grosso del partito. Per questo le quotazioni di un profilo alla Domenico Siniscalco non sono cadute. Chi, dunque? Il nome di Enzo Moavero Milanesi è molto caldeggiato dal Colle e dal diretto interessato, mentre la «promozione» del collega Giovanni Tria è più complicata, anche se pare spinta dal M5s (in via XX Settembre andrebbe Massimo Garavaglia). Qualora – ma non è detto – si muova un ministro dell’attuale governo, Conte dovrebbe provvedere a un rimescolamento molto delicato: di fatto un rimpasto, magari rinfocolando il progetto mai dismesso in casa leghista di mettere le mani sul ministero delle Infrastrutture o della Difesa.
Terzo tema: il Fondo monetario. Non è assolutamente chiaro quale sia la posizione con cui il Tesoro giocherà la partita della successione a Christine Lagarde, destinata a occupare l’Eurotower che Mario Draghi lascerà entro fine anno. Anche qui, la scelta di Tria sarà prevedibilmente presa in grande autonomia, per usare un eufemismo, rispetto alle forze politiche. Non a caso, questo è un altro dei fronti di frizione tra il ministro e la Lega, che di recente gli ha rinfacciato una certa opacità sul tema. Qualora Germania e Francia dovessero supportare il nome di Jeroen Dijsselbloem, l’Italia potrebbe un’altra volta finire stiracchiata tra Usa e Ue. Per la prima volta infatti l’amministrazione Trump si trova alle prese con il rinnovo del Fondo monetario, ente internazionale che per tradizione ha una «testa» europea (sei direttori su 12 sono stati francesi) malgrado il «corpo» sia americano. Non è detto che la Casa Bianca sia disposta a proseguire la tradizione, e se ci fossero screzi con i Paesi guida dell’Ue l’Italia potrebbe tornare utile come grimaldello.
Tutti motivi per cui il pranzo di oggi potrebbe andare per le lunghe. In ogni caso, alla sua conclusione sono previste dichiarazioni alla stampa: si capirà molto anche del prosieguo del governo italiano, oltre che di quello europeo.
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