- Forniture assicurate ancora per 10 giorni, ma se Hormuz resta bloccato avanza l’ipotesi di misure per ridurre la domanda di carburanti. Lo stesso vale per il gas: gli Usa non riusciranno a compensare l’assenza del Qatar.
- Federconsumatori: spostamenti frenati dal boom dei costi nei trasporti. Gite in pullman +72% in un anno. Pieno salito del 4% per le auto a benzina e del 26% per quelle a gasolio.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre i prezzi dei futures petroliferi Brent e Wti restano fermi o salgono di poco, la sensazione è che l’entità dello shock energetico generato dalla guerra in Iran non sia ancora pienamente visibile nei prezzi e nei consumi.
L’impatto della guerra in Iran sul sistema energetico globale non si è ancora tradotto, in Europa, in una percezione di scarsità. Questo perché il petrolio e i prodotti raffinati che oggi alimentano i consumi mondiali sono in larga parte quelli già spediti prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Si tratta di un ritardo temporale determinato dai tempi di navigazione e anche dalla presenza di riserve lungo la filiera. C’è stato anche un importante rilascio di scorte da parte dei Paesi che fanno parte dell’Iea. Questo polmone sta però per sgonfiarsi e molte analisi convergono sul mese di aprile come momento in cui la riduzione dell’offerta diventerà evidente.
Sappiamo che l’Asia è il maggior importatore di greggio e di prodotti dal Golfo. Circa 12 milioni di barili al giorno (mb/g) sui 20 che uscivano da Hormuz prima della guerra finivano in Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In Europa, dal Medio Oriente via mare, normalmente arrivava meno di 1 mb/g, ma questo rileva solo fino a un certo punto, perché nel momento in cui vengono a mancare circa 20 mb/g (tra greggio e raffinati), tutto il mondo si mette in competizione per ricevere petrolio e prodotti. Così, anche carichi che normalmente sarebbero diretti in Europa possono cambiare destinazione.
J.P. Morgan Commodities Research e la società di consulenza Kpler hanno mappato la distribuzione globale delle esportazioni di petrolio via mare dal Golfo Persico verso i principali hub commerciali mondiali. Gli analisti hanno stimato le date approssimative di consegna indicate per regione, in modo da riflettere l’arrivo delle ultime spedizioni dal Golfo, quelle precedenti il 28 febbraio (giorno dell’attacco di Israele e Usa all’Iran). Secondo questa analisi, la maggior parte delle consegne dal Golfo in Africa, Asia orientale e India si interromperà entro domani, in Europa entro il 10 aprile, negli Usa entro il 15 aprile e in Australia entro il 20 aprile. Ipotizzando che dallo Stretto di Hormuz non siano uscite altre petroliere, quello sarà il momento in cui ciascun continente si troverà senza nuove forniture dal Golfo. Esistono però alcuni stratagemmi. Ad esempio, Arabia Saudita ed Emirati riescono, per vie alternative, ad inviare circa 6 mb/g all’estero, il rilascio delle scorte ha dato fiato per 2 mb/g fino a fine aprile e ci sono circa 2 mb/g di petrolio russo sanzionato per un paio di mesi. Inoltre, alcune petroliere iraniane sono passate, dirette in Cina, e alcuni carichi di Gpl sono arrivati in India.
Questi interventi hanno contribuito a contenere l’impatto nella fase iniziale ma il rilascio di scorte ha una capacità limitata nel tempo e le consegne con il contagocce in Cina non risolvono il problema. Mancano all’appello sempre 10 mb/g circa e soprattutto mancano i prodotti raffinati, diesel e benzina.
La struttura delle importazioni europee è più diversificata rispetto a quella asiatica, ma il sistema resta esposto al mercato globale dei prodotti raffinati. Il diesel rappresenta un punto di attenzione particolare per il ruolo che svolge nel trasporto e nella logistica. Secondo alcuni dati di tracciamento delle navi, nei giorni scorsi ci sono state deviazioni delle rotte di alcune petroliere che trasportavano gasolio dagli Usa verso l’Europa e che ora sono dirette in Africa e Asia.
È proprio questo il segnale che le forniture subiscono una riallocazione su base competitiva, in funzione dei prezzi.
Le conseguenze della fine dei flussi mediorientali sono già visibili nei mercati asiatici. La domanda si è ridotta di circa 2 milioni di barili al giorno nel corso delle ultime settimane, mentre i prezzi dei prodotti raffinati, in particolare diesel e carburante per aerei, hanno registrato forti aumenti. Alcuni Paesi hanno introdotto misure di contenimento dei consumi e restrizioni alle esportazioni di prodotti energetici e petrolchimici. In Australia sono state segnalate carenze presso numerosi distributori, in Thailandia si registrano difficoltà di approvvigionamento, mentre altrove si osservano cancellazioni di voli e riduzioni dell’attività industriale.
Da aprile le carenze fisiche inizieranno a manifestarsi concretamente e si va dunque verso una distruzione della domanda non voluta ma imposta. Poiché la coperta è corta, il rischio è di una salita dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio e prodotti, innescando una rincorsa che porterebbe i prezzi a livelli difficilmente sostenibili.
In tutto ciò, il silenzio dell’Unione europea appare preoccupante. A parte la usuale litania sulle fonti rinnovabili, che comunque senza una elettrificazione dei consumi servono a ben poco, non pare esserci una strategia di reazione alle possibili carenze che si prospettano a breve. Al di là di un generico monitoraggio, non risultano vi siano allo studio opzioni su eventuali razionamenti. L’attivazione di misure di questo tipo dipenderà dall’evoluzione dei flussi globali nelle prossime settimane, dal livello delle scorte e soprattutto dall’andamento della guerra. Ma il tempo scorre e abbiamo già visto nel 2022 che la distruzione della domanda energetica si trasforma in deindustrializzazione.
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