Stavo cercando sui quotidiani di oggi la notizia del giorno. Sul Corriere in prima pagina non c'è. Sulla Stampa neppure. Su Repubblica e Messaggero un tassellino piccolo piccolo. L'ha trovata sulla Verità: dopo giorni di allarme razzismo scopriamo che il padre di uno dei lanciatori di uova contro Daisy Osakue è un consigliere dem.
Stavo cercando sui quotidiani di oggi la notizia del giorno. Sul Corriere in prima pagina non c'è. Sulla Stampa neppure. Su Repubblica e Messaggero un tassellino piccolo piccolo. L'ha trovata sulla Verità: dopo giorni di allarme razzismo scopriamo che il padre di uno dei lanciatori di uova contro Daisy Osakue è un consigliere dem.Leggi l'articolo di Francesco Borgonovo cliccando qui
Marina Calderone (Ansa)
Il ministro del Lavoro Marina Calderone: «Con la retribuzione non inferiore ai contratti più rappresentativi eliminiamo gli accordi pirata. L’IA si gestisce soltanto trasformando le competenze».
Passato il Primo maggio, incardinato il decreto da un miliardo circa per sostenere soprattutto donne e giovani al lavoro, ministro Calderone è già tempo di consuntivi. Ci dice di cosa va particolarmente fiera rispetto a quanto fatto per l’occupazione?
«La scelta più significativa è aver introdotto il principio del salario giusto. Una scelta di sistema, non ideologica. Non ci siamo limitati a discutere di salario minimo. Abbiamo affermato che il salario giusto ha un valore almeno pari, e sottolineo almeno, a quella prevista dai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative. Questo significa valorizzare il lavoro delle parti sociali e, allo stesso tempo, decidere di rendere il sistema più trasparente e verificabile attraverso sistemi di monitoraggio. Abbiamo visto crescere l’occupazione stabile, con più donne e più giovani in attività, ma il lavoro non è mai un risultato definitivo: serve continuità».
C’è invece un rimpianto, qualcosa che è rimasto in sospeso? Un provvedimento che proprio avrebbe voluto fare e che invece non è riuscita a portare a casa?
«Avrei voluto fare di più sulle competenze, accelerando ancora gli investimenti. Solo con il Fondo Nuove Competenze 3 abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro nell’ultimo anno e credo si debba continuare su questa strada».
Landini dice: il governo ha stanziato 930 milioni a favore delle aziende, non c’è invece nulla per i lavoratori. È così?
«È una lettura che non condivido. Le imprese che assumono generano reddito per i dipendenti. Non c’è contrapposizione tra sostegno alle aziende e tutela dei lavoratori, se gli incentivi sono legati a occupazione vera e di qualità. Ed è proprio così: gli incentivi scattano solo con un incremento occupazionale reale e se vengono applicati i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale. Nessun sostegno a chi sfrutta o sottopaga. Quest’ultimo decreto, quindi, è parte di una strategia complessiva e va letto in quella cornice. Per esempio ricordandosi che solo nella ultima legge di bilancio abbiamo destinato due miliardi direttamente ai lavoratori».
Dal decreto è saltata in extremis la norma che prevedeva gli aumenti contrattuali retroattivi. Sarebbe stata una bella scossa per i salari e un incentivo a firmare i contratti non rinnovati. Cos’è successo?
«Abbiamo scelto di non sostituirci alle parti sociali: la contrattazione resta il luogo naturale per decidere come rivedere il contratto. Abbiamo però inserito un correttivo: dopo 12 mesi di vacanza contrattuale scatta un adeguamento forfettario dei compensi pari al 30% dell’indice dei prezzi al consumo. È un aiuto mirato, che accompagna la dinamica negoziale ma non la sostituisce. Il senso del decreto è proprio questo: creare un patto di responsabilità condivisa».
Ritiene che sia sufficiente? Non pensa che nel decreto manchi qualcosa che incentivi i rinnovi contrattuali?
«Il messaggio è chiaro: i contratti vanno rinnovati nei tempi. Il governo sta investendo nel creare le condizioni migliori per promuovere e accompagnare la contrattazione. Siamo sempre stati coerenti sul ribadire che la contrattazione collettiva per noi è lo strumento più efficace per intervenire sulle retribuzioni. Il concetto del salario minimo è facile da comunicare ma troppo alto è il rischio di un effetto contrario, di un peggioramento delle retribuzioni complessive e di una diminuzione delle garanzie contrattuali».
Uscendo dalla teoria, può farci un esempio concreto?
«Il rinnovo del contratto metalmeccanici. A giugno dello scorso anno abbiamo fatto un incontro al ministero su una trattativa bloccata: l’istituzione ha facilitato il dialogo tra le parti sociali, offerto assistenza tecnica, ma ha lasciato quello spazio necessario di confronto che ha portato al buon risultato raggiunto. Ecco, questa è la linea da seguire. La stiamo sostenendo con strumenti concreti, come la tassazione al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi prevista dalla legge di bilancio per il 2026. Ci aggiungiamo due ulteriori leve: l’autonomia delle parti chiamate a stipulare i contratti e la clausola di adeguamento automatico dopo 12 mesi. Il decreto passa ora nelle mani del Parlamento che, in fase di conversione, potrà ulteriormente rafforzare questi elementi».
Che peso hanno avuto in questa decisione Confindustria e le parti sociali?
«Il confronto nelle ultime settimane è stato ampio, ma il metodo è sempre lo stesso: ascolto e decisione nell’interesse generale. Dal dialogo sono emerse indicazioni importanti, inserite nel decreto Primo maggio. Soprattutto, sono emersi i presupposti per lavorare insieme e costruire un mondo del lavoro ancora più inclusivo: in questo periodo storico di profondi cambiamenti, il dialogo sociale e la collaborazione possono fare la differenza su molti fronti, compreso quello retributivo. Noi abbiamo dato un perimetro chiaro e sostenuto il lavoro di qualità, riservando a sindacati e associazioni datoriali il tempo di portare avanti il loro confronto sulla rappresentanza. È un equilibrio che, a mio avviso, rappresenta un risultato senza precedenti».
Il salario giusto è la vostra risposta al salario minimo invocato dalle opposizioni. Perché con il primo gli italiani ci guadagnano?
«Perché è più ampio e valorizza il complesso delle tutele offerte dai contratti. Il salario minimo rischia di semplificare troppo e di comprimere sistemi complessi. Il salario giusto, invece, considera il trattamento economico complessivo: non solo la paga oraria, ma anche istituti contrattuali come il welfare, le mensilità aggiuntive, il Tfr. Valorizza la contrattazione, contrasta l’uso dei contratti pirata e collega gli incentivi pubblici al rispetto dei lavoratori. È una risposta più completa e più rispettosa della qualità del lavoro».
Il problema del Paese, non certo da adesso, è la retribuzione media che soprattutto nelle grandi città e al Nord non è sufficiente per garantire un tenore di vita adeguato. Impressionanti i dati della Meloni sui 13 metri quadri che si riescono ad acquistare a Milano investendo il 30% dello stipendio per stipulare un mutuo a 30 anni. Cosa riuscirete a fare nell’ultimo anno di legislatura per migliorare questa situazione?
«Il sostegno del potere d’acquisto è una priorità che non abbiamo mai messo in discussione. Negli ultimi tre anni i salari medi sono cresciuti di circa quattro punti, con un’accelerazione nell’ultimo anno intorno al 2,8%, soprattutto grazie al rinnovo dei contratti. Ma è chiaro anche che non basta intervenire su una singola voce per avere effetti realmente percepiti dai cittadini. Soprattutto quando crescono le spese che le famiglie devono affrontare per via della situazione internazionale e degli impatti sui costi dell’energia».
Quindi?
«Serve quindi un mix di interventi: taglio del cuneo fiscale, detassazione dei premi di produttività, welfare aziendale, fino al piano casa e al taglio delle accise esistono già ma continueremo a valutare quali misure rafforzare o introdurre. La stabilità del governo ci consente di intervenire con continuità. Ed è un fattore decisivo».
Altro grande tema del presente e del futuro: l’intelligenza artificiale. Lei giustamente ha detto che chiudersi ed «evitare» i progressi tecnologici non si può. Cosa state facendo per evitare un’ecatombe di posti di lavoro?
«Il punto non è fermare l’innovazione, ma governarla. La nostra direzione mette l’uomo al centro sapendo che la vera sfida, più che tecnologica, è quella che riguarda le persone. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che, entro il 2030, risulterà trasformato il 22% dei posti di lavoro. La parola chiave di questo processo è quindi “trasformazione”. Per questo stiamo lavorando su due fronti: monitoraggio degli impatti sul mondo del lavoro e formazione continua delle competenze. L’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro del ministero (in via di composizione) sarà la cabina di regia, mentre investiamo sulle competenze digitali con progetti trasversali e digitali dedicati alla formazione delle persone».
Avete stilato un elenco dei settori più a rischio?
«Insieme all’Inapp, stiamo studiando quali siano le figure professionali maggiormente esposte. È un monitoraggio continuo che ha un suo primo riflesso in un elenco pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nella parte riservata all'Osservatorio sull'impatto dell’IA (ancora in versione beta). Lo stesso elenco indica però anche quali siano le professioni che restano meno esposte agli impatti dell’IA e verso quali lavori orientarsi. Il punto non è difendere ogni singola mansione, ma accompagnare le persone nella transizione».
Ci sono invece delle nuove professioni collegate all’Ia che potrebbero garantire un adeguato ricambio?
«Ci sono segnali chiari: crescerà la domanda di competenze tecnico-scientifiche, digitali e nei settori legati alla sostenibilità. Stiamo osservando qualcosa che già il Rapporto Draghi aveva individuato, richiamando come nodo critico la carenza di competenze in quelle aree. Ed è proprio questo il nodo: colmare il gap di competenze. Una questione che inciderebbe anche sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, per cui le previsioni di assunzioni trimestrali si aggirano su 1,5 milioni di ingressi ma quasi un lavoratore su due è considerato “di difficile reperibilità».
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Elly Schlein (Ansa)
Antonio Padellaro si interroga su un’anomalia italiana. Com’è possibile, si chiede l’ex direttore del Fatto Quotidiano, che il governo Meloni, il peggiore del Dopoguerra, brutto sporco e cattivo, possa iscriversi nel Guinness dei primati per la durata?
Tutto parte da un titolo di Repubblica, con cui si riferisce che l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia è il secondo più longevo nella storia della Repubblica. Benché l’opposizione (politica e mediatica) accusi il premier di ogni nefandezza, ‘sto disastro - osserva Padellaro - resiste da 1.288 giorni e si appresta ad avvicinarsi al record storico detenuto da Silvio Berlusconi: 1.412 giorni. E qui arriva una domanda per Elly Schlein, Giuseppe Conte e per i gemelli siamesi di Avs, Bonelli e Fratoianni: com’è che ’sta iattura resiste? È possibile che, nonostante i fallimenti denunciati dalla sinistra, i sondaggi continuino a segnare il centrodestra poco sotto o poco sopra il campo largo? Quella dell’ex direttore del Fatto, nella rubrica che tiene sul giornale diretto da Marco Travaglio, è un’ottima domanda. E ancor meglio è la risposta che fornisce lo stesso Padellaro, secondo il quale se il governo di Giorgia Meloni gode ancora di ampio seguito fra gli italiani è perché - uso le sue parole - una crisi dell’attuale maggioranza «farebbe trovare il fronte progressista nelle classiche brache di tela». Senza un leader, senza un programma, privo di un’idea di futuro e solo dotato di un armamentario di improperi da scagliare contro chi sta a Palazzo Chigi. Basta per candidarsi a governare un Paese di 59 milioni di abitanti e tra le principali potenze economiche del pianeta? La risposta, implicita fin dalle prime righe della domanda formulata sul Fatto, è no. Padellaro, oltre a riconoscere la mancanza di un’alternativa credibile all’attuale maggioranza, si spinge anche oltre e ipotizza che i primi ad augurarsi che l’esecutivo di centrodestra duri fino al 2027 siano proprio gli esponenti del campo largo. Anzi, l’ex direttore parla di «assoluta necessità» che l’esecutivo regga fino alla scadenza della legislatura, per evitare di far emergere lacune e divisioni del fronte progressista.
Il commento è stato pubblicato proprio nel giorno in cui Elly Schlein, su Repubblica, dava conto della pochezza dell’opposizione. In un’intervista a tutta pagina, la segretaria del Pd spiegava qual è la sua ricetta per il futuro. E a parte le critiche a Meloni le indicazioni sulle cose da fare sono davvero poche. Per colei che si candida a guidare la coalizione di centrosinistra (ammesso e non concesso che vinca l’opposizione di Giuseppe Conte), il modello è Pedro Sánchez. Peccato che, per quanto riguarda occupazione e crescita, ma anche sviluppo energetico, il premier spagnolo mostri dati peggiori di quelli italiani. Quanto al resto, Schlein non sa fare altro che parlare di Israele e Flotilla, come se i problemi italiani si risolvessero a Tel Aviv o con una crociera nel mar Egeo?
È difficile dare torto a Padellaro. L’esecutivo di centrodestra ha un suo naturale alleato nell’opposizione e nella pochezza dei suoi leader. Al momento, la sinistra non ha chi sia in grado di parlare a nome di tutti i partiti che ne fanno parte e allo stesso tempo non esiste un programma comune che possa essere opposto a quello del centrodestra. L’attuale maggioranza ha visioni diverse sulle nomine o su alcuni singoli provvedimenti, ma alla fin fine su tasse, sicurezza, immigrazione e posizionamento internazionale non ha divisioni. Al contrario, il campo largo è sempre più un campo minato. C’è chi è a favore della patrimoniale e chi no. Chi invoca misure assistenziali tipo reddito di cittadinanza e chi le contrasta. Chi vorrebbe dare più potere alle forze dell’ordine e chi le vorrebbe disarmate. Chi vuole più opere pubbliche e chi le avversa. Perfino sul leader non c’è unità. Conte sogna di fare le scarpe a Schlein e la segretaria del Pd si confronta con le Louboutin di Silvia Salis, la sindaca di Genova che Renzi e compagni vorrebbero al suo posto come candidata premier.
La verità è che, nonostante le promesse, il fronte progressista non è affatto unito. Del resto, se Meloni ha buone possibilità di passare alla storia della Repubblica come la prima premier che è riuscita tagliare il traguardo dell’intera legislatura, la sinistra può opporre un passato in cui nessun governo è mai riuscito ad arrivare fino in fondo. Romano Prodi è caduto dopo due anni e Massimo D’Alema, che lo sostituì, fu costretto a farsi votare due volte la fiducia prima di gettare la spugna lasciando il posto a Giuliano Amato. Poi sono venuti Enrico Letta e Matteo Renzi, quindi Paolo Gentiloni. In 12 anni otto governi e sette presidenti del Consiglio. In qualche caso, neanche il tempo di abituarci che era già arrivata l’ora del successivo. Per questo, secondo Padellaro, il governo regge. Mentre la sinistra al massimo «pigola».
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Ansa
Il Pd tratta a nome degli antagonisti di Torino. A dire no al party ci pensa la prefettura.
«È iniziato l’assedio, è iniziata la guerriglia. Sono ancora in giro i ragazzi di Vanchiglia». Venerdì Primo maggio gli antagonisti di Askatasuna hanno annunciato al microfono l’apertura delle ostilità con le forze dell’ordine. Un momento accuratamente preparato e con tutta probabilità ampiamente desiderato.
Gli antagonisti hanno deliberatamente deciso di trasformare il corteo in una marcia verso lo stabile di viale Regina Margherita da cui sono stati sgomberati mesi fa, e il risultato non poteva che essere un ruvido confronto con le forze dell’ordine.
A scontri avvenuti, i militanti hanno rivendicato con fierezza tutto quanto, tramite un articolo uscito su Infoaut, il loro sito Web di riferimento. «A fronte di un imponente dispositivo di forze dell’ordine, una breccia è stata aperta, il cancello del giardino di via Balbo è stato aperto. Tantissime le persone che inondavano le vie di un quartiere ferito, che in questi mesi ha dato prova di resistenza e di voglia non solo di curarsi le ferite ma di costruire qualcosa di più forte, di nuovo, di vero. Al grido di Askatasuna vuol dire libertà, nonostante cariche, lacrimogeni e idranti, i giovani e i meno giovani di questa città hanno espresso una necessità: tornare in uno spazio che dev’essere popolare».
Non mancano, nell’articolo autocelebrativo, i consueti toni minacciosi nei riguardi dei nemici politici. «Maurizio Marrone, probabile candidato a sindaco fascista alle prossime elezioni, ha avuto la faccia tosta di presentarsi e fare un pezzo di sfilata con le istituzioni», scrivono gli antagonisti rivolti all’assessore di Fdi che li ha fatti sgomberare.
Deliri da esaltati rossi, si dirà. Ed è vero. Il problema è che questi tronfi soggetti che hanno collezionato denunce e condanne e che ancora picchiano, devastano e minacciano godono - chissà perché - di coperture istituzionali e appoggi da parte dei partiti di sinistra. Poco prima degli scontri del Primo maggio, non a caso, abbiamo assistito all’ennesimo episodio di gentilezza del Comune guidato da Stefano Lo Russo del Pd nei riguardi di Askatasuna. I militanti si fanno ora rappresentare da una sorta di comitato di quartiere che per loro conto richiede spazi e autorizzazioni. Tramite questa associazione, Aska aveva chiesto di utilizzare il giardino del centro sociale per la tradizionale grigliata.
Fortunatamente il Comitato provinciale torinese per l’ordine e la sicurezza pubblica, riunito in prefettura, ha dato parere non favorevole allo svolgimento della grigliata. Ed è difficile dargli torto visto quello che è accaduto dopo. Ma ecco il punto. Sapete chi ha cercato di trattare a nome degli antagonisti per concedere loro di cucinare salamelle? Ovvio: il vicesindaco pd di Torino, Michela Favaro, che - come ha scritto anche il Corriere della Sera, «si era fatta portavoce della proposta avanzata dall’associazione Vanchiglia».
È piuttosto ridicolo condannare scontri e violenze dopo che sono avvenuti, quando fino al giorno prima si è tentato di coprire o spalleggiare gli antagonisti. Delle due l’una: o si sta con i violenti o contro. «Quando un vicesindaco va in prefettura, mettendo la faccia dell’istituzione che rappresenta, a chiedere di autorizzare il sedicente comitato di quartiere fondato da Aska per organizzare la tradizionale grigliata antagonista nel cortile del centro sociale sgomberato e poi quegli stessi militanti forzano il cancello assaltando le forze dell’ordine, il problema dell’appiattimento totale del Pd sui violenti di estrema sinistra diventa un problema di tutta la città », dice Marrone alla Verità. «La regolarizzazione tentata dalla giunta comunale ha un importante risvolto di business per Askatasuna, che avrebbe ancora altri immobili a disposizione, ma ha bisogno della struttura storica in zona universitaria per lucrare su eventi e ristorazione in nero. Non stupisce quindi che in questo ultimo anno lo spezzone antagonista del corteo del Primo maggio non abbia tentato l’abituale aggressione allo striscione del Pd. Il messaggio che lanciano ai dem sul loro giornale online, invece, è che se gli lasciassero più briglia sciolta potrebbero impedire a me di partecipare al corteo dei sindacati, nonostante sia assessore al lavoro in Regione Piemonte, attuando così l’“antifascismo dal basso”. Ma grazie allo sgombero del dicembre scorso non gli resta che prendersi qualche scarica di idrante dalle forze dell’ordine». Scarica che però non sembra aver calmato i bollenti spiriti dei militanti. I quali continuano a puntare sulla rioccupazione e dichiarano: «Ciò che viene sottratto con la forza bruta va restituito e, se necessario, va riconquistato».
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Jovanotti (Getty Images)
Tre indagati per inquinamento ambientale dopo l’evento del 2022 sulla battigia a Barletta.
Un concerto sul litorale, con migliaia di spettatori in delirio per la star Jovanotti, si è trasformato in un caso ambientalista con tanto di intervento della magistratura e tre indagati.
Stiamo parlando della performance del cantante, il Jova Beach Party, che si è svolto il 21 luglio 2022 sulla litoranea di Ponente di Barletta. È stato uno dei concerti con maggior affluenza, circa 30.000 spettatori, della sua tournée estiva. Ma quello che avrebbe dovuto essere un evento da calendario del periodo dell’anno più gettonato del cartellone estivo della Puglia, è balzato sulle cronache dei media della Regione perché è finito al centro di un’inchiesta della Procura di Trani. Sono passati tre anni e ora, secondo quanto riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, tre persone risultano indagate con l’ipotesi di reato, a vario titolo, di inquinamento ambientale colposo e abuso edilizio di area protetta.
Sotto i riflettori degli investigatori, sollecitati dagli esposti di alcune associazioni ambientaliste tra cui Legambiente e da esponenti locali, sono finiti i lavori di allestimento del grande palco sulla spiaggia. Questa struttura, secondo «i tutori della natura», avrebbe modificato in modo significativo l’assetto naturale della costa, alterando, sostengono, 16.000 metri quadrati di arenile in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico, danneggiando le dune e la vegetazione del litorale e rompendo l’equilibrio naturalistico della zona compresa nell’area protetta della foce del fiume Ofanto. La Procura di Trani si è mossa e ha aperto un fascicolo affidato al procuratore Renato Nitti e al sostituto Michele Cianci e con il coinvolgimento dei carabinieri forestali di Bari.
In particolare, sotto la lente degli investigatori è finita la struttura di circa 7.700 metri cubi di sabbia movimentata per una profondità circa di mezzo metro che avrebbe trasformato l’arenile e, di conseguenza, alterato l’equilibrio delle dune. La zona non è sottoposta a un vincolo assoluto ma, poiché si trova vicino al Parco naturale del fiume Ofanto, rientrerebbe nell’ambito degli interventi di riqualificazione delle dune e della loro vegetazione.
Risultano indagati il dirigente comunale ai lavori pubblici, Francesco Lomoro, l’allora amministratore unico della Barsa, l’azienda multiservizi del Comune, Michele Cianci e il progettista incaricato dall’organizzazione del concerto, Mario Luigi Dicandia. Secondo quanto riferisce la Gazzetta, nell’indagine la Procura di Trani contesta, a vario titolo, i reati di inquinamento ambientale colposo e abusivismo edilizio in zona protetta, oltre che il falso ideologico a carico del progettista delle opere. Lomoro, secondo l’accusa, sempre come riporta la Gazzetta, avrebbe firmato gli atti relativi all’affidamento dei lavori di preparazione dell’area del concerto poi affidati alla Barsa, senza rilascio di permesso edilizio sul falso presupposto che si trattava di strutture temporanee non sottoposte ad autorizzazione paesaggistica.
Già all’epoca dell’organizzazione del concerto, le associazioni ambientaliste avevano contestato la scelta della location per il Jova Beach Party, sulla litoranea di Ponente, nel timore che avrebbe rischiato di compromettere l’ecosistema della spiaggia, ricco di dune. Alcune segnalazioni erano arrivate alla Regione e al ministero dell’Ambiente affinché intervenissero con delle verifiche. La difesa respinge le accuse sottolineando che l’organizzazione dell’evento ha seguito in modo corretto l’iter amministrativo.
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