Una valchiria punta il dito contro il woke
Sophie Cunningham (Getty Images)

Chi sostiene che la penna ne uccida più della spada, trascura l’importanza delle dita. Le dita accusano, salvano, esaltano. Sono un’estensione della nostra personalità, un modo di conoscere il mondo. Che cosa non si deve mettere tra moglie e marito? Il dito!

Uno degli episodi più intensi del Vangelo di Giovanni racconta dell’apostolo Tommaso e della sua incredulità sulla resurrezione del Cristo, superata proprio dopo aver messo un dito nella piaga del costato. La verità è sia fede appassionata in un evento disvelante, sia umano accertamento del fatto. Trust, but verify. E che dire della Scuola di Atene dipinta da Raffaello? L’indice di Platone punta il cielo, quello di Aristotele la terra, quasi a dire: benissimo la metafisica, ma essa viene «dopo i libri di fisica». Passando al profano, come dimenticare La mia storia tra le dita di quel forsennato di Gianluca Grignani, inno un po’ Millennial, un po’ Gen-Z? L’innamorato piantato in asso rievoca i bei momenti vissuti imbrigliandone lo strascico tra le mani. Sarà anche per questo che la cestista americana Sophie Cunningham ha spopolato sui social di mezzo mondo. Il suo «finger point», dito puntato per venti secondi sull’avversaria DeWanna Bonner, ha reso la Wnba (la lega di basket femminile americana) arcinota pure tra chi di pallacanestro non ne capisce niente; ha attirato le speculazioni della Casa Bianca, che dal profilo ufficiale ne ha pubblicato una foto facendone un’eroina anti dem, e le femministe, pronte a esaltarla come un’Atena che difende la polis. Ma spieghiamo chi sia, la biondissima Sophie.

Nata nel repubblicano Missouri nel 1996, alta 185 cm, ha i capelli da valchiria, il portamento di amazzone e il cuore di cerbiatta. Porta in dote un pensiero, esercita lo spirito critico, non le manda a dire e non fa calcoli di convenienza nel dirle: Ennio Flaiano in veste d’atleta. È una bella ragazza, ma la bellezza è una ciliegina sulla torta se c’è la sostanza della torta. Lei è pure tosta. A sei anni si guadagnava la cintura nera di tae-kwon-do: Zlatan Ibrahimovic in versione modella-fit. Fuori dal campo disegna vestiti per una sua linea di abbigliamento, posa per riviste come Sport Illustrated, e però in campo lotta, mena, vanta 111 canestri su azione come record di stagione. Lo scorso giugno, in una partita tra le sue Indiana Fever e le Phoenix Mercury, si è conquistata fama planetaria. Una sua compagna, Caitlin Clark, bersagliata da scorrettezze delle avversarie persino sotto forma di pugni, subisce un fallaccio. Capita. La Clark è la playmaker più dotata del torneo, ha un caratterino mica da ridere, e dicono sia malvista dalle giocatrici di origine afro del circuito – circa il 70% delle atlete complessive – o perché bianca o perché non affiliata a correnti woke (diatribe diffuse nel sostrato cultural-sportivo americano che tende, per storia e costume, a categorizzare tutto). A quel punto la Cunningham, silenziosa e ieratica, si avvicina alla fallosa Bonner e la indica. «Non puntarmi il dito contro!», s’infuria quella. Scalpita, fa casino, le compagne faticano a trattenerla, mentre Sophie rimane imperturbabile nella statuaria posa di sdegno. Rimarrà così, col «dito de dios» (semicit. Maradona) puntato per 22 secondi netti, un’eternità. Una Bonner destabilizzata sbaglierà i canestri, la vittoria arriderà alle Fever e il giorno dopo i meme di Sophie e del suo indice giustiziere spopoleranno. La battezzano l’angelo vendicatore, c’è chi ne esalta l’autocontrollo, il mantenersi leggiadra come una farfalla, pungente come un’ape, muta come un pesce.

Ma la definiscono pure «Barbie-Maga» per il suo aspetto e per le simpatie conservatrici sfoderate con garbata riserva. Lei si definisce «right-in the middle», giusto nel mezzo, e la sua non è moderazione dorotea: «Oggi si cerca di trasformare le persone in estremisti, ma io non sono affatto così. Ho le mie idee e posso essere sia d’accordo, sia in disaccordo con gli schieramenti». Tradotto: può condividere dei principi, non delle scempiaggini. Il dettaglio (infrequente oggigiorno) la rende quasi più europea che americana, se ci si riferisce all’Europa quando non era contagiata da posture social oltranziste. Nel podcast Show me something condotto con la popstar West Wilson, la Cunningham ammicca al gusto per le sfumature, alle idee che possono conciliarsi col buon senso senza aderire acriticamente a un dogma; non tutto è bianco o nero, non tutto è «mi piace» o «non mi piace» e subordinato a esigenze utilitaristiche di visibilità effimera. Dopo la vicenda, i vestiti della sua linea sono andati a ruba. Poi però si è infilata in un altro ginepraio. Interpellata a proposito dell’opportunità di schierare atlete transgender nelle competizioni sportive femminili – argomento controverso negli Usa – ha espresso la sua contrarietà con un’esternazione: «Penso sia una scelta di buon senso tutelare le atlete da differenze fisiche incolmabili». Il putiferio, come prevedibile, si è scatenato in forme curiose: c’è chi la Cunningham l’ha insultata platealmente, apostrofandola come odiatrice seriale, e chi – una sequela di adolescenti sportive agoniste dei college, ma pure Martina Navratilova – l’ha ringraziata sui social per «aver preso le nostre difese».

Qui Sophie si è smarcata dal fuoco purificatore della scomunica: «Non odio nessuno, da parte mia c’è amore per chiunque e alla mia tavola sono benvenuti uomini, donne, persone non binarie, chiunque. Il punto della questione non riguarda la sfera umana e sociale, ma tutelare le prestazioni sportive nelle categorie biologiche d’appartenenza». Tradotto: ognuno autodetermini sé stesso come crede, ma sul parquet da basket, se per paradosso LeBron James e Giannis Antetokounmpo si percepissero al femminile e giocassero nella Wnba, non potrebbero essere contrastati nemmeno da Supergirl. È una differenza biologica dettata da statura, ossatura, produzione ormonale, muscolarità.

Oltreoceano, in questi giorni, il dibattito sta infuriando ed è sfizioso osservare come, nel momento in cui la polarizzazione rischia di esplodere come pentola a pressione, sia sempre la Cunningham a intervenire abbassando i toni. La si immagina sdraiata su una nuvoletta di un empireo personale, col suo dito puntato, mentre ricorda a tutti il senso del limite, che è tendere verso qualcosa, volontà di potenza e non di onnipotenza, confine tra desiderio creativo, possibilità concreta e mediazione razionale. Right in the middle.

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