- Ha voluto con sé l’amico di sempre, i doriani Alberigo Evani e Attilio Lombardo, gli iridati Daniele De Rossi e Gabriele Oriali più Gianni Vio, ex impiegato re degli schemi
- Il campionato ha prodotto 37 gol su 131 totali. CR7 capocannoniere, atalantini favolosi
Lo speciale contiene due articoli
Da Wembley a Wembley, il viaggio lungo 29 anni di due nani diventati giganti. Roberto Mancini era Cucciolo, Gianluca Vialli era Pisolo e il regno della favola interrotta era la Genova della Sampdoria, che proprio nello stadio simbolo del football perse in finale la Champions contro il Barcellona: un missile di Ronald Koeman nei supplementari, un malore del presidente Paolo Mantovani ricoverato in infermeria e l’entusiasmo si trasformò in paura. Attraverso una vita di porte girevoli quei due ragazzi si ritrovano ancora qui, sulla stessa erba, ad abbracciarsi e a piangere (questa volta di gioia) per il trionfo dell’Italia.
È la storia di due amici, è lo stile di un club che Mancini ha voluto trapiantare in Nazionale. Come se quel Dna di allegria e spensieratezza potesse fare la differenza e trasformare 26 atleti di oggi con gli AirPods nelle orecchie (Post Malone e Justin Bieber) e gli occhiali di Gucci in altrettanti campioni d’Europa. Contano le manone di Gigio Donnarumma, l’esperienza di Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, i chilometri di Marco Verratti e Nicolò Barella; contano il fosforo di Jorginho, la classe di Federico Chiesa e Lorenzo Insigne. Di loro sappiamo tutto. Meno di chi li ha plasmati giorno dopo giorno e attraverso una rara mutazione genetica ottenuta in omeopatia, li ha resi prima guerrieri sognanti e poi invincibili.
Sono i magnifici sette (più un marziano). Alcuni, ex calciatori di quella Samp che Vujadin Boskov allenava e i due nani atomici nel 1991 portarono allo scudetto. Il vero capolavoro di Mancini è l’aver creato il suo staff pescando nei ricordi del passato. Vialli capo delegazione è una mossa decisiva: l’ex campione della Juventus e del Chelsea, poi commentatore di Sky, ha da poco vinto la battaglia con un tumore aggressivo. La sua presenza ha un significato enorme: la forza che va oltre la malattia è un esempio quotidiano. Uomo di carisma, per tutto il torneo è stato costretto a far finta di perdere il pullman che portava l’Italia allo stadio. È successo prima della sfida con la Turchia, l’autista ha frenato e riaperto la porta per farlo salire. Visto che portava bene, la gag è stata ripetuta ogni volta fra le risate generali.
Lo spirito di gruppo è anche questo. Vice allenatore e uomo di fiducia della federazione è Alberigo Evani detto Bubu come l’amico dell’orso Yoghi. Lo era già con Giampiero Ventura, ha vissuto la vergogna di San Siro e la mancata qualificazione al mondiale russo. Capello a tendina e baffo a triangolo, faticatore ruggente nello stratosferico Milan di Arrigo Sacchi, nel novembre scorso ha sostituito in panchina il Mancio (contagiato dal Covid) contro Estonia, Polonia e Bosnia. Da giocatore sfiorò il Mondiale nel ’94 a Pasadena. Allora i rigori li sbagliarono due fenomeni: Franco Baresi e Roberto Baggio. Evani ha sempre avuto paura di volare e si faceva sedare col sonnifero. Detesta a tal punto il soprannome da avere intitolato la sua autobiografia: Non chiamatemi Bubu.
Gli assistenti sono tre, tutti col passaporto di quella Samp: Attilio Lombardo detto Popeye per la pelata di mare, è stato vice di Mancini al Manchester City e al Galatasaray. Giocava esterno, è l’esperto degli schemi sulle fasce. Poi Giulio Nuciari, eterno portiere di riserva, un manuale vivente di pazienza e consigliere del tecnico alla Lazio e all’Inter. Ha fatto crescere in personalità Donnarumma con il preparatore Massimo Battara, altro doriano doc. Il terzo assistente è Fausto Salsano, che 30 anni fa perse lo scudetto perché aveva preferito passare alla Roma. «Se mi avesse trovato al telefono quando voleva comunicarmi la decisione l’avrei convinto a rimanere», ripete oggi Mancini. E a chi allora gli chiedeva quale fosse il premio scudetto più bello rispondeva: «Vorrei che Mantovani facesse tornare Salsano».
Alcuni dei sette nani, 30 anni dopo. A quel tempo si ritrovavano il giovedì sera da Edilio Buscaglia (Biancaneve), proprietario del ristorante accanto a Marassi. Eolo era il terzino Moreno Mannini, Dotto il dirigente saggio Paolo Borea. Che clima, e la domenica che partite. Ma non si vive solo di ricordi, e allora il team manager è Gabriele Oriali, campione del mondo dell’82, una vita da mediano nell’Inter e nella canzone di Ligabue. Impeccabile nel gestire il rapporto fra squadra e staff, ammortizzatore naturale di tensioni, prezioso per l’ultimo scudetto di Antonio Conte. Angelo custode e pure portafortuna. Il settimo assistente è Daniele De Rossi, che si è ritirato da poco, è l’unico filo rosso con i campioni mondiali del 2006 e soprattutto fu il vero capitano nello spogliatoio della magica Roma di Francesco Totti. Fare squadra non è solo un concetto da workshop.
Infine c’è il marziano con la cravatta. Gianni Vio, bancario con 4.400 schemi per i calci di punizione e i calci d’angolo nel computer. Lavorava nella filiale Unicredit di Mestre e la sera allenava il Quinto di Treviso (Serie D). Aveva in squadra due gemelli che utilizzava per creare scompiglio nelle difese avversarie sui calci da fermo. Quando scrive un libro con lo psicologo Alessandro Tettamanzi dal titolo Più 30 per cento, Walter Zenga lo legge, rimane folgorato e lo ingaggia. A Catania, su 44 gol della squadra, 17 arrivano da palla inattiva. Il Vio pensiero in sintesi: «Quando la palla è ferma puoi decidere dove attaccare e con quanti uomini farlo. Allora costringi l’avversario a fare scelte obbligate e tutto diventa una partita a scacchi». Il gol di Matteo Pessina al Galles è firmato da lui. Un ragioniere campione d’Europa, forse è questo il vero miracolo.
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