Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
- Il generale spiega la sua uscita: «Su armi all’Ucraina e legge Fornero il Carroccio si è contraddetto. Non si può essere un giorno identitari e l’altro progressisti». Il nodo dei fondi e l’ipotesi di correre a Milano e Roma.
- Altre difficoltà per il nuovo soggetto politico: il nome Futuro nazionale era già stato depositato nel 2011. Per usarlo bisognerà chiedere il permesso ai proprietari.
Lo speciale contiene due articoli
È sceso dal taxi e, ora, va a piedi. Roberto Vannacci risponde a tutto tondo alle accuse che gli hanno mosso i suoi detrattori all’indomani del suo addio alla Lega. Da un hotel della periferia di Modena, dove 20 anni va ha fatto l’Accademia militare, ha spiegato il perché della sua uscita: «La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali. Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità. Io non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina».
E ora? Il giorno dopo l’addio, dentro la Lega, di conti se ne devono fare parecchi. «Non ho preoccupazione su eventuali conseguenze negative per il centrodestra», liquida questa storia Matteo Salvini. Eppure, qualche conseguenza ci sarà. E anche bella grossa. Intanto, l’ex generale si tira dietro i primi adepti. Anche se sarà difficile, per ora, creare un gruppo parlamentare. Ieri il presidente di Mondo al contrario Guido Giacometti ha mandato una mail agli iscritti: «Ognuno di voi è chiamato ad interrogarsi e a decidere da che parte stare. Le prossime fasi non ammettono improvvisazione». «Lo seguirò perché il suo progetto va molto oltre le vecchie categorie politiche. Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano», annuncia su Facebook il deputato misto Emanuele Pozzolo, espulso da Fdi e entrato nel Misto dopo la condanna a un anno e tre mesi per lo sparo di Capodanno a una festa dove fu colpito un uomo. Già pronta a imbarcarsi Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci Milano, definendosi «il suo fedelissimo araldo». Il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «La maggioranza degli italiani lo seguiranno». Appoggerà Vannacci anche un altro leghista arrugginito, Mario Borghezio, nonché i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana (unico eletto del Carroccio, che quindi sparisce dall’assemblea toscana) e Stefano Valdegamberi in Veneto. La deputata leghista Elisa Montemagni è un’altra indiziata, nonché i leghisti Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa sulla remigrazione, Edoardo Ziello e Rossano Sasso che si è riservato di decidere nei prossimi giorni: «C’è una riflessione in atto».
Vannacci sistema anche Salvini: «Io sleale? È stato Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti va in un’altra direzione. Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare». Nella Lega «non mi è stata data la possibilità di essere incisivo dal punto di vista politico». Conclusione: «È Salvini che ha tradito le promesse in qualche modo».
E rivolgendosi a Luca Zaia, che non lo ha mai sopportato, dice: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come proponeva il documento di Zaia». È una delle ragioni per cui ha scelto di lasciare la Lega. «Non è possibile», ha aggiunto, «i giorni pari fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina. Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e se vuole anche inasprita».
La fuoriuscita di Vannacci potrebbe essere un problema anche per i conti della Lega in termini di consensi visto che alle Europee 2024 gliene aveva fatti guadagnare oltre mezzo milione. «500.000 voti suoi? Ne ha presi tanti perché lo abbiamo sostenuto noi. Da solo ne varrà 80.000», ribatte Salvini. Ma, in cuor suo, la Lega teme un’emorragia e pure che in scia con il generale si mettano altri esponenti del partito insoddisfatti. Vannacci potrebbe erodere, da destra, parte del gruzzolo di voti della Lega. Forse non molti, ma comunque in grado di indebolire il partito all’interno di una maggioranza che già male digerisce le sparate di Salvini.
Ma Vannacci ha la soluzione anche per questo: «Voglio rendere la coalizione di destra ancora più forte. Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse qualcuno se n'è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro. Forse l’offerta politica non soddisfa più. Non è un problema di persone o partiti, ma di valori e principi». E se gli si chiede se tutto ciò non sia un assist alla sinistra lui la mette sull’ironico. «Bisogna avere una certa fantasia».
Sulla sua idea di destra per il nuovo soggetto Futuro Nazionale, aggiunge: «È una destra vera, il contrario di moderato non è estremo, ma è forte. Perché dovrebbe essere una destra nera? È vera». E sul sondaggio di YouTrend che lo darebbe già al 4,2% commenta: «Mica male come rampa di lancio per qualcosa che ancora non esiste». Si sussurra poi che Vannacci potrebbe correre alle comunali di Roma o Milano per testare il suo peso elettorale. In molti si chiedono chi finanzierà Futuro Nazionale. Qualcuno ipotizza un sostegno dal mondo Maga, a cui il generale sarebbe molto vicino (previsto un suo viaggio a breve negli Usa per incontrare l’ultradestra Steve Bannon). Nell’orizzonte dell’ex parà c’è anche l’avvicinamento a Alternative für Deutschland, al quale si ispira. A Strasburgo Vannacci confluirà, al momento, nel gruppo Misto, visto che il gruppo dei Patrioti lo ha messo subito alla porta, ma potrebbe presto entrare nel gruppo di Afd. A chi gli chiede se lascerà l’Europarlamento risponde che «non conoscete la Costituzione. Il mandato è in capo all’eletto, non al partito».
Al taxi sembra aver preferito un carro armato.
Il marchio registrato da un ex M5s
Le prime grane per il generale sono già arrivate. Il simbolo del nuovo movimento, un’ala (o fiamma) tricolore su fondo blu, con la scritta «Futuro Nazionale» e «Vannacci» era stato depositato il 24 gennaio presso l’Ufficio Brevetti europeo. Ma quel nome risulta già registrato nel 2011 e il logo è al centro di una contestazione. Roberto Vannacci non potrà utilizzare liberamente la denominazione del suo nuovo partito politico, «Futuro Nazionale». Il nome, infatti, come riportato da Open, risulta appartenente a Riccardo Mercante, ex consigliere regionale dell’Abruzzo, scomparso nel settembre 2020.
Il marchio «Futuro Nazionale» è stato depositato a settembre 2010, quando Mercante svolgeva l’attività di promotore finanziario a Giulianova (in provincia di Teramo). Negli anni successivi, Mercante era entrato in politica, venendo eletto nel consiglio regionale d’Abruzzo tra le fila del Movimento 5 stelle, di cui ha ricoperto anche il ruolo di capogruppo. Dopo la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro tra la motocicletta che guidava e un’automobile, i diritti sul marchio sono passati alla compagna e ai due figli. Saranno dunque gli eredi a detenere la titolarità del nome, ai quali Vannacci dovrà obbligatoriamente chiedere il via libera per qualsiasi eventuale utilizzo.
Ma non è tutto. La questione del marchio non rappresenta l’unico fronte problematico. Anche il logo associato a «Futuro Nazionale» è oggetto di contestazione. Francesco Giubilei, collaboratore del Giornale, direttore di Historica edizioni e Giubilei Regnani editore, ha infatti presentato una diffida, sostenendo che la grafica adottata richiamerebbe in modo indebito quella della sua associazione «Nazione Futura».
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza» dice Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci. Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura». «Non si può nemmeno pensare ad una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Il 16 febbraio è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’associazione Mondo al Contrario. La raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista» è arrivata a quasi 100.000. Per il nome della creatura si dovranno attendere i responsi del tribunale.
E il programma? Dalla scuola di Trisulti passerebbe l’idea di infiltrare l’Ue, come previsto da «Project 25», il manuale teorizzato dal think thank Heritage Foundation cui in parte si ispira la seconda presidenza Trump e la versione apocrifa della «Strategia americana di sicurezza» della Casa Bianca che punta ad allontanare Italia, Austria, Polonia, Ungheria dall’Unione. E Vannacci potrebbe essere l’apostolo del trumpismo in Italia.
Prima però deve fondare un partito, con un nome che non sia già registrato e che non sia nemmeno copiato e poi dovrà pensare un modo per raccattare voti. Perché, a parte la fantapolitica, al momento il 4,2% nei sondaggi è un po’ pochino.
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Una scena tratta dal film «I peccatori» (Warner Bros)
Nell’horror «I peccatori», un manipolo di succhiasangue del Kkk dà la caccia ai neri. Ha più candidature agli Oscar di «Ben-Hur».
Qualche sera fa, senza saperne niente, ho visto su Sky cinema I peccatori, Sinners in originale, «un film scritto diretto e coprodotto da Ryan Coogler», autore di cui ignoravo la precedente produzione (Prossima fermata Fruitvale station, sulla storia di un ragazzo ucciso dalla polizia a Oakland a Capodanno 2009, Creed - Nato per uccidere, uno spin off di Rocky e Black panther I e II).
L’unica cosa che sapevo era che con 16 candidature agli Oscar, da miglior film a miglior regia fino a sonoro ed effetti visivi, questo suo quinto lungometraggio ha stracciato tutti i record, distanziando opere come Eva contro Eva, Titanic e La La Land che ne hanno avute 14, mentre Ben-Hur si fermò a 12.
Con questi numeri era ovvio che la curiosità fosse un filo acuminata e dunque fate pure la tara all’eccesso critico, resistente anche ai super incassi mondiali (360 milioni di dollari, mentre in Italia ha raccolto solo 1,3 milioni di euro).
Va aggiunto che il numero delle categorie per le quali un’opera può concorrere, da quest’anno, con l’aggiunta del miglior casting, è di 24. Perciò, tolte quelle dalle quali si autoesclude in partenza non essendo né un cortometraggio né un film d’animazione né un documentario, praticamente I peccatori è in lizza per tutte le statuette in palio. Curioso, no? Guardandolo, è inevitabile chiedersi perché l’Academy of motion picture arts and sciences (Ampas), 10.000 fra produttori registi attori sceneggiatori eccetera, abbia nominato così massicciamente al premio più ambito della cinematografia mondiale un film di genere e di un genere insolito per le preferenze hollywoodiane.
Siamo nel 1932, in piena epoca proibizionista, e i due gemelli monozigoti neri Stake e Smoke, interpretati entrambi da Michael B. Jordan (attore feticcio di Coogler), tornano nel delta del Mississippi dopo anni di intensi traffici a Chicago. Acquistano da un suprematista bianco un’ex segheria che riempiono con il carico di alcol rubato nientemeno che ad Al Capone e lo trasformano in un juke joint dove la comunità nera potrà suonare, ballare e ubriacarsi. Per la serata inaugurale raccattano dalla piantagione di cotone il cugino Sammy (Miles Caton e il vero Buddy Guy), un talento alla chitarra, strapagano il virtuoso dell’armonica Delta Slim (Delroy Lindo), convincono la cantante Pearline (Jayme Lawson) e una coppia di cinesi che si occupa del cibo. Mentre la festa decolla sulle note del blues e sull’eros delle danze, tre bianchi che canticchiano filastrocche irlandesi pretendono di entrare per unirsi alla bolgia sebbene il locale sia per soli colored. Il rifiuto prepara lo scontro finale. «Se continui a ballare con il diavolo, un giorno il diavolo ti seguirà fino a casa», aveva messo in guardia Sammy, il padre pastore. Dietro i loro modi gentili, i tre bianchi sono vampiri del Ku Klux Klan e si può intuire la piega che prende tutta la faccenda, nonostante le fatture della sciamana, moglie di Smoke (Wunmi Musaku), e l’alba imminente.
I peccatori è un horror antirazzista, potente e suadente, che mescola musical e politica, e ha nella perversione dei bianchi l’emblema del male e nella sensualità della musica nera l’elemento antisegregazionista e redentivo. Un film di buona fattura, senza troppe sofisticherie autoriali. Ma mentre il ricordo va rapidamente a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, George Clooney Quentin Tarantino e Salma Hayek nel cast, rimane il mistero delle famose 16 nomination, arrivate, secondo Mariarosa Mancuso sul Foglio, «a dispetto dei critici italiani».
Sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti ha recensito con tre stellette e mezza su cinque il film di Coogler che «compie il salto di qualità inventando l’horror intertemporale, erotico, solidaristico: tutti uniti contro il demonio (e le discriminazioni razziali)… La ricerca spasmodica del brivido, della spettacolarizzazione compiaciuta e l’inevitabile retorica dello zombie qua e là distraggono Coogler, che però riesce a tenere in pugno la storia anche nelle sequenze più spigolose e splatter, quando il film assume una dimensione lunare, funesta, spaesata. Da fumetto cimiteriale». Su Dagospia, Marco Giusti è, come sempre, molto diretto: «Ma che bel film che è I Peccatori… Totalmente anti cattolico, anti trumpiano, anti muskiano, si avvia a diventare un caso in America», aveva preconizzato all’esordio nelle sale, aprile 2025, quando Donald Trump regnava da soli quattro mesi. Più militante il commento alle candidature: «Faranno storia le 16 nominations per Sinners, il numero più alto mai raggiunto da un film, inoltre da un film horror e da un film quasi interamente interpretato, scritto e diretto da neri. Vincerle sarà un’altra cosa. Ma per Sinners queste 16 nominations sono già una vittoria». Adesso, il demonio contro cui coalizzarsi è ben più evidente perciò, comunque vada, sarà un successo. Perché il caso ci sia tutto lo spiega Piera Detassis, papessa della critica nostrana, cogliendo la metafora dell’«infezione bianca, il veleno nel morso, la soluzione finale di una comunità segregata. Sembra l’Ice e questo Mississippi è lo specchio di un’America profonda tendenza Maga, e Hollywood, benché sottosopra, come sempre vede lungo».
Tutto chiaro, no? Da che parte stia l’Academy è noto. Non sempre la massiccia semina delle candidature si tramuta in un raccolto altrettanto copioso. Ma stavolta qualcosa fa pensare che la notte dei The winner is… una certa proporzione sarà rispettata.
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(iStock)
Per Robert R. Redfield, ex direttore dei Cdc Usa, la rappresentazione della crisi come «pandemia di non vaccinati» è stata deliberatamente fuorviante. Il siero «non previene l’infezione». Il contrario dei diktat di Mario Draghi.
A distanza di anni dalla fase acuta della pandemia da Covid 19, ciò che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto la complessità dell’evento sanitario, ma il fallimento sistemico della sua gestione politica, comunicativa e regolatoria. Sempre che si sia trattato di un fallimento, di una incapacità. Sono stati imposti protocolli sbagliati: Tachipirina, vigile attesa, niente vitamina D e niente vitamina C, antibiotico solo quando è tropo tardi, per pura incapacità o per un mostruoso disegno, per creare l’emergenza indispensabile a buttare sul mercato farmaci con tempi di sperimentazione ridicoli, due mesi.
I protocolli sbagliati sono stati blindati dagli ordini dei medici, che non si sono risparmiati nell’azzannare in faccia i colleghi che davano le cure corrette e che osavano anche segnalarle, ma anche dai social, per preciso ordine dell’amministrazione Biden, sono arrivate censure. Tutte le volte che davo il protocollo corretto la mia pagina veniva bloccata. Il protocollo era talmente sbagliato da essere prudentemente anonimo: continuiamo a ignorarne l’autore, che evidentemente si vergogna troppo per dichiararsi. Ricordiamo la faccia schifata con cui Pierpaolo Sileri, prima viceministro poi sottosegretario alla salute, in televisione tappava la bocca ai medici che curavano e guarivano.
Ora Sileri, che è anche medico, dichiara candidamente di non sapere chi sia l’autore del protocollo sbagliato, che quindi è stato imposto senza che nessuno, nemmeno un viceministro laureato in medicina, si prendesse il disturbo di chiedere: «Scusate, chi ha scritto questa roba? È stata scritta da qualcuno seduto alla scrivania mentre consultava letteratura scientifica, o è stata scritta sul taccuino in attesa del treno, o durante la pausa caffè? L’autore è almeno laureato in medicina?». Un «fallimento» che è stato attivamente coperto da una narrazione dogmatica, impermeabile al dissenso scientifico, impenetrabile al buon senso e alla logica: le malattie infiammatorie si curano con gli antinfiammatori; le malattie coagulativa si curano con gli anticoagulanti, eccetera, le cure per i coronavirus sono state messe a punto nel 2013 e prevedono aspirina, idrossiclorochina eccetera.
La narrazione dogmatica è stata sostenuta da un’informazione allineata come non mai al potere con uniche eccezioni il quotidiano La Verità e la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano. In questo quadro, le dichiarazioni di Robert R. Redfield, ex direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), assumono il valore di una vera e propria accusa dall’interno dell’apparato sanitario. «Credo che i vaccini a mRna causino più danni di quanto la gente pensi», ha affermato Redfield. Non un opinionista marginale, non un attivista ideologico, ma il massimo responsabile della sanità pubblica statunitense durante una parte cruciale della pandemia.
Ancora più grave è la sua denuncia della sistematica disinformazione operata dalle istituzioni: la rappresentazione della crisi come «pandemia dei non vaccinati», secondo Redfield, non solo era scientificamente scorretta, ma deliberatamente fuorviante. «Il vaccino non previene l’infezione», ha dichiarato, smontando retroattivamente il pilastro retorico su cui sono state costruite politiche di esclusione, discriminazione e obbligo. I primi ad applicarle sono stati i presidenti degli ordini dei medici. O non erano capaci di capire che le schede tecniche non dichiaravano i farmaci capaci di bloccare la malattia, oppure lo avevano capito e hanno eseguito ordini. Entrambe le ipotesi sono inquietanti, per usare il sinonimo più mite tra tutti i possibili. Il vaccino non previene l’infezione.
Per favore, rileggete due o tre volte questa frase e poi ripensate alle affermazioni di Mario Draghi, «chi non si vaccina muore e fa morire», di Sergio Mattarella sulla libertà che non vaccinati non hanno il diritto di invocare. Riascoltate la lunga serie di insulti e maledizioni contro coloro che hanno resistito e hanno rifiutato un farmaco che non serviva a fermare l’epidemia e che aveva effetti collaterali sconosciuti. Questi insulti e queste maledizioni li legge nel suo spettacolo Schiavi, Max Del Papa, giornalista e uomo danneggiato dal vaccino, che alza la sua voce a difesa di tutti coloro che sono stati calpestati, che hanno sviluppato effetti collaterali devastanti, se non addirittura mortali, in seguito all’inoculazione di un farmaco che non evitava la trasmissione e non salvava nessuno dal contagio.
L’ammissione di Redfield rende politicamente e moralmente insostenibili le misure adottate in molti Paesi occidentali, Italia inclusa. Se un prodotto non previene l’infezione né interrompe la trasmissione, viene meno qualsiasi giustificazione scientifica per imporlo come requisito per lavorare, studiare o partecipare alla vita sociale. Gli obblighi vaccinali e i sistemi di certificazione non appaiono più come strumenti di sanità pubblica, ma come atti di coercizione fondati su presupposti che non erano solo deliberatamente semplificati, erano semplicemente falsi. È particolarmente grave che la Corte Costituzionale abbia ritenuta sensata e quindi non contraria alla Costituzione tutta la narrazione pandemica, con le libertà più elementari calpestate, inclusa la libertà a non ammalarsi e a non morire per effetto collaterale di un farmaco obbligatorio.
La responsabilità non ricade solo sui decisori politici. Una parte significativa della comunità medico-scientifica e dell’informazione mainstream ha agito come cassa di risonanza acritica, delegittimando ogni voce dissenziente e trasformando il dibattito scientifico in una questione morale. Chi sollevava dubbi su efficacia, sicurezza, proporzionalità e persino sulla somministrazione a donne incinte e bambini veniva etichettato come pericoloso, ignorante o nemico della scienza. Oggi, molte delle affermazioni allora censurate coincidono con quanto dichiarato da un ex direttore dei Cdc.
Particolarmente grave è la questione degli effetti a medio e lungo termine dei vaccini a mRna, che Redfield stesso riconosce come ancora ignoti. Nonostante ciò, la vaccinazione è stata estesa a fasce di popolazione a bassissimo rischio, in assenza di una valutazione rischio-beneficio individualizzata. Nonostante tutto questo la vaccinazione sta continuando, non più coatta, certo, ma sostenuta da affermazioni che ne minimizzano gli effetti collaterali.
In questo momento in Italia ci sono persone che stanno continuando a farsi iniettare questo farmaco. Questa scelta non è stata il frutto di un consenso scientifico maturo, ma di una strategia politica che ha privilegiato l’uniformità e l’obbedienza rispetto alla prudenza e al metodo. Il risultato è un danno che va oltre il piano sanitario, peraltro gravissimo. È stato compromesso il rapporto di fiducia tra cittadini, medicina e istituzioni; è stato normalizzato l’uso della menzogna «a fin di bene»; è stato creato un precedente pericoloso in cui l’emergenza giustifica qualsiasi sospensione del pensiero critico e dei diritti fondamentali. Le parole di Robert R. Redfield obbligano oggi a una resa dei conti. Non è più accettabile archiviare tutto come errore inevitabile o chiedere di «non parlarne più». Parlare di vaccini, oggi, significa parlare di responsabilità politiche, scientifiche e mediatiche. E il silenzio, a questo punto, non è prudenza: è complicità. Cardiologi e oncologi ci dicono che le loro sale d’aspetto sono strapiene e che l’età dei pazienti si è abbassata di almeno 15 anni.
Ogni giorno qualcuno viene ucciso da un arresto cardiaco, vezzosamente chiamato malore improvviso, evidentemente da miocardite da vaccino. Queste morti sono sempre accompagnate da moltissimo cordoglio e mai seguite da autopsie. Continua a essere difficilissimo, se non impossibile, riuscire a convincere il proprio medico a segnalare gli effetti avversi da vaccino. Persone rese invalide, continuano a essere senza risarcimento. La battaglia non è finita, è solo all’inizio.
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Dalle ricerche sul peso dell’esperienza nel valore aziendale al modello di 50yet, che punta sui senior expert: in un’economia in trasformazione, la competenza accumulata nel tempo si conferma una risorsa chiave.
Il valore di un’azienda non sta solo nei bilanci o negli asset finanziari. Sempre più spesso, dicono le ricerche, sta soprattutto nell’esperienza delle persone che ci lavorano. In un’economia in cui la tecnologia accelera tutto, il vero vantaggio competitivo resta ciò che non si può replicare con un algoritmo: l’esperienza accumulata nel tempo.
I numeri raccontano un cambiamento profondo. La fascia over 50, che rappresenta circa il 24% della popolazione mondiale, nel 2020 ha generato il 34% del Pil globale, pari a circa 45 trilioni di dollari. Entro il 2050 questa quota è destinata a salire fino a circa 118 trilioni. È una trasformazione strutturale dell’economia, non una tendenza passeggera.
Secondo McKinsey, tra il 40% e il 46% del valore del capitale umano di un’azienda deriva direttamente dall’esperienza. Un dato che sposta il dibattito su innovazione e competitività: non si tratta solo di investire in tecnologie, ma anche di saper valorizzare chi ha già attraversato cicli, crisi e cambiamenti.
Il contributo dei senior non è soltanto qualitativo. Studi citati da OCSE e Harvard Business Review mostrano che le aziende in cui collaborano generazioni diverse sono il 70% più propense ad aumentare la quota di mercato e il 45% più inclini a entrare in nuovi mercati. Anche l’ambiente di lavoro conta: la ricerca Best Workplaces for Senior 2025 di Great Place To Work Italia sottolinea che trattenere e motivare i profili più esperti significa investire nella sostenibilità e nella memoria organizzativa delle imprese. L’esperienza, inoltre, ha effetti concreti sulle decisioni. Riduce i rischi, accelera i processi e accorcia i tempi di arrivo sul mercato. Secondo l’AARP, i team con una forte presenza di senior garantiscono maggiore stabilità operativa e scelte strategiche più rapide. In questo scenario, la competenza diventa una vera e propria «valuta»: un capitale che produce un impatto misurabile.
Il tema pesa anche nei passaggi generazionali delle imprese familiari. Alcuni studi, tra cui quelli dell’Università Bocconi, indicano che l’ingresso di manager esterni qualificati può essere decisivo per assicurare continuità e crescita nelle fasi di transizione. È in questo contesto che si inserisce l’esperienza di 50yet, una piattaforma dedicata all’inserimento di senior expert nei settori fashion, luxury, beauty, sport e lifestyle. Nel suo primo anno di attività, la startup ha registrato un customer success rate superiore al 98%, chiudendo con un EBIT positivo e una crescita interamente autofinanziata, senza capitali esterni. Un percorso controcorrente rispetto a un ecosistema spesso segnato da valutazioni gonfiate e burn-rate elevati.
A gennaio 2026 la community conta oltre 700 esperti qualificati, tutti con almeno 20 anni di esperienza e un track record verificabile. Il modello non è quello del classico head hunting: si basa su una soluzione «fractional», on-demand e flessibile, attivabile per missioni a termine o per obiettivi, con attenzione all’impatto misurabile e all’allineamento strategico con l’azienda cliente. Dopo la selezione, i candidati vengono suddivisi tra Marketplace e Club, dove entra solo il top 2% di ogni settore. Pesano la reputazione e le referenze, ma prima di ogni proposta viene valutata anche la coerenza con i valori e la cultura dell’azienda che richiede la collaborazione. L’accesso è solo su invito. Finora, più di un esperto su quattro ha già ricevuto una o più offerte di missione.
L’idea di fondo è semplice quanto radicale: l’esperienza senior non è un costo da ridurre, ma un asset produttivo subito utilizzabile. In altre parole, una vera e propria moneta dell’economia reale.
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