Si sgretola il mito del Recovery fund. Madrid e Lisbona rifiutano i prestiti
Spagna e Portogallo (ma è tentato persino Emmanuel Macron) temono le condizionalità, che includono piani di spesa dettagliati e «sorveglianza»: opteranno per i sussidi. E ora anche Roberto Gualtieri è orientato a chiedere meno soldi.

Il Mes è morto, Marx pure, e anche il Recovery fund non si sente tanto bene. Dopo la clamorosa rinuncia della Spagna al prestito da 70 miliardi previsto dal Next generation Eu (NgEu), di cui ha dato notizia ieri il quotidiano El País, appare questa la sintesi migliore per comprendere lo stato di avanzamento della tanto agognata solidarietà europea.

Ma il governo guidato da Pedro Sánchez non è stato il solo a far trapelare una simile volontà. Infatti anche il portoghese António Costa è stato ancora più esplicito dichiarando pubblicamente che il suo Paese richiederà i sussidi, ma ricorrerà ai prestiti solo se strettamente necessario. Il governo Macron pare intenzionato a seguire la stessa strada: sussidi sì, prestiti no.

Cade così in poche ore la retorica dell’Europa solidale pronta a correre rapidamente ed efficacemente in soccorso dei Paesi più duramente colpiti dall’emergenza sanitaria per il Covid. Settimana scorsa avevamo rilevato la evidente lentezza nell’erogazione dei fondi; oggi abbiamo la conferma – da altri Paesi che fanno semplicemente i conti, non aderendo a posizioni ideologiche – che tali fondi saranno pure pochi e perciò poco efficaci per tirarci fuori dai guai.

Almeno tre i motivi di questa scelta, che elenchiamo da tempo. Il mercato del debito pubblico è dominato dalla massiccia presenza della Bce che, a dispetto dell’iniziale e goffa dichiarazione di Christine Lagarde del 12 marzo («Non siamo qua per ridurre gli spread»), promette di acquistare quasi tutte le emissioni nette di debito pubblico italiano almeno fino al termine del 2021 e ha riportato il rendimento dei Btp a livelli storicamente mai così bassi. Inoltre, così come riporta anche El País, le condizioni che regoleranno tali prestiti sono oscure («brumosa condicionalidad») e invitano a tenersi lontano da questo strumento. Infine, ci sono dubbi sulla enorme capacità amministrativa necessaria per gestire i progetti ed i fondi. Se l’Italia fatica a spendere 10 miliardi l’anno del bilancio ordinario Ue, com’è possibile spenderne 205 in 6 anni?

Comincia ad apparire evidente che gli stessi motivi che domenica sera il presidente Giuseppe Conte ha addotto per giustificare il rifiuto del prestito del Mes, risultano validi anche per i prestiti del NgEu. Quale Paese vorrà infatti ammettere di essere costretto a richiedere quei prestiti per coprire spese altrimenti finanziabili emettendo titoli su un mercato gonfio di liquidità e alla caccia di rendimenti anche negativi ma certamente superiori al -1%, con cui la Bce finanzia generosamente le banche? Il cosiddetto effetto stigma colpirebbe immediatamente l’incauto Paese richiedente.

Ma anche il nostro Paese, potenziale beneficiario di 127 miliardi di prestiti, manifesta perplessità sull’utilizzo di questi fondi. Infatti nella Nadef, il ministro Roberto Gualtieri ipotizza di richiederne solo un terzo nel periodo 2021-2023 e i restanti due terzi nel triennio successivo. Inoltre, gli 11 miliardi previsti nel 2021 saranno in gran parte destinati a coprire spese previste a legislazione vigente e quindi già incluse nel deficit, con uno stimolo aggiuntivo alla crescita del PIL praticamente nullo.

Se e quando chiederemo quei prestiti, essi saranno solo uno strumento alternativo rispetto ai Btp, ai fini della copertura di un fabbisogno del bilancio statale già previsto in base alla legislazione vigente. L’eventuale decisione di utilizzarli a copertura di spese aggiuntive, farebbe ulteriormente aumentare il deficit e, in ogni caso, il debito pubblico e questo va in direzione esattamente opposta al percorso di rientro del debito/Pil che la Commissione ci richiederà a breve e sul quale Gualtieri si è già impegnato nella Nadef.

È difficile credere che le decisioni trapelate dal palazzo della Moncloa di Madrid siano un fulmine a ciel sereno. Infatti la bozza di regolamento del dispositivo per la ripresa (Rrf, il cuore del NgEu) che è sul tavolo dal 7 ottobre per il negoziato tra le istituzioni Ue è simile a un percorso di guerra che terrebbe lontano anche il governo più temerario. Tale bozza riprende quella iniziale proposta dalla Commissione il 28 maggio e la integra con le risultanze dell’accordo politico del Consiglio Europeo del 21 luglio e, osservando le modifiche apportate, si capisce perché tutti scappino via.

Prima di tutto viene sottolineato che i prestiti saranno concessi a fronte di «maggiori» esigenze di spesa rispetto a quelle finanziate dai sussidi; sarà quindi necessario presentare progetti che esauriscano prima il plafond dei sussidi e dopo accedere a quello dei prestiti. Ne parlano chiaramente il considerando 29 e l’articolo 12. Inoltre, dopo le correzioni, incombe dappertutto la parola «sorveglianza» (monitoring).

Se, da un lato, è legittimo che il creditore sorvegli il proprio debitore, quale Stato sovrano intende cacciarsi in un ginepraio di rendiconti, stati di avanzamento intermedi, rispetto della coerenza con le raccomandazioni Paese, per contrarre debiti, quando c’è la Bce che crea denaro con un click e compra Btp, promettendo di tenerli nei suoi bilanci per un periodo molto lungo e a costo zero?

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