«Gli imputati Profumo e Viola erano pienamente consapevoli della falsa contabilizzazione delle operazioni Alexandria e Santorini fin dal loro ingresso in Mps, per la dirimente ragione che furono chiamati a sostituire il precedente vertice – consigliato da Banca d’Italia di farsi da parte –, proprio per far fronte a questa situazione potenzialmente letale per Mps». Il sostituto procuratore Massimo Gaballo non va tanto per il sottile. E ieri, di fronte ai giudici della seconda sezione della corte d’appello di Milano, ha chiesto la conferma della sentenza di condanna di primo grado per gli ex vertici di Mps, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola (presente in aula), nel processo di appello sulle presunte irregolarità in relazione alla contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria. Il 15 ottobre 2020, l’ex presidente e l’ex ad di banca Mps, erano stati condannati a sei anni di reclusione ciascuno per i reati di aggiotaggio e false comunicazioni sociali (in relazione alla prima semestrale 2015 della banca con riferimento all’operazione Alexandria).
È durissima la requisitoria di Gaballo. Non risparmia bordate nemmeno alla sentenza di secondo grado (dopo la condanna in primo) che lo scorso anno aveva assolto l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’allora direttore generale Antonio Vigni (e a cui le difese di Viola e Profumo si erano appigliate). «[…] una sentenza a mio avviso grottesca», spiega Gaballo, «attualmente gravata da ricorsi per Cassazione del mio ufficio e della Consob – che in estrema sintesi dice che andava tutto bene anche col precedente management». Al contrario, la sentenza di primo grado di Viola e Profumo, è «autoreggente, nel senso che non avrebbe neppure bisogno del mio apporto […]», precisa Gaballo, innescando così la vera e propria bomba che cova da anni sotto Rocca Salimbeni, quella del petitum (i contenziosi extragiudiziali), ovvero le richieste di risarcimento danni giunte negli anni a Montepaschi e che potrebbero concretizzarsi dopo la conferma di condanna in secondo grado che potrebbe arrivare nel giugno 2023. Non a caso ieri il gruppo Caltagirone ha annunciare di aver chiesto un risarcimento danni complessivo di 741 milioni di euro a Mps.
Nel settembre del 2022 l’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio aveva spiegato durante l’assemblea straordinaria di aver scelto un approccio «conservativo rispetto ai rischi legali». E che le richieste erano pari a 2,2 miliardi di euro, ridotte da 4,7 miliardi, proprio dopo la pubblicazione delle motivazioni a ottobre della sentenza di assoluzione degli ex vertici, Mussari e Vigni. «La banca ha adeguata copertura nel suo bilancio per queste cose», aveva detto Lovaglio. Ma ora la situazione potrebbe cambiare. Anche perché si calola che il totale delle richieste danni comunicate da Mps con i risultati 2022 sia pari a 5,8 miliardi di euro, di cui 4,1 miliardi legate all’informativa finanziaria. Un tesoro che fa gola.
Del resto, secondo Gaballo anche gli avvocati di Viola e Profumo avevano provato a cavalcare «spavaldamente la sentenza di assoluzione». Ma, dice il procuratore generale, se andava tutto bene «perché intentare cause risarcitorie miliardarie nei confronti del vecchio management e delle controparti estere Nomura e Deutsche Bank fondate proprio sul presupposto della natura di derivati?». Gaballo si è soffermato sulla consapevolezza dei due imputati. E ha sottolineato come sia del tutto «inverosimile che il nuovo vertice dell’istituto […] fosse tenuto all’ oscuro della situazione per risolvere la quale era stato nominato». Anche perché le segnalazioni erano arrivate dalla Banca d’Italia (2012), dalla Bce (2014) e persino dalla Bafin in una lettera alla Consob . A lato dei destini di Viola e Profumo, con il secondo alle prese con la scadenza del mandato in Leonardo, andrà capito quindi quali saranno le conseguenze sui conti della banca senese. Come detto, il gruppo Caltagirone chiede un risarcimento di 741 milioni di euro, legato all’impatto sugli investimenti in azioni effettuati tra il 2006 e il 2011, «sul presupposto che tale danno sia collegato direttamente alla condotta asseritamente illecita posta in essere» da Mps per effetto della «diffusione di informazioni price sensitive erronee fin dal 2006».
L’immobiliarista romano Francesco Gaetano Caltagirone, però, che è stato vice presidente di Mps dall’aprile 2006 al gennaio 2012, sembra avere la memoria corta. Va ricordato che l’8 novembre 2007 – quando proprio Mussari propose al consiglio di amministrazione l’acquisto subordinato alle indispensabili autorizzazioni al prezzo di 9 miliardi di euro del 100% di Antonveneta con l’esclusione di Interbanca da Banco Santander -, Caltagirone si lamentò del finanziamento dell’operazione. Ma dopo votò a favore dell’acquisto di Antonveneta che venne approvato all’unanimità.
Nel 2020 c’è chi aveva provato a fare causa a Mps per riavere i soldi persi dopo la sottoscrizione di azioni durante l’aumento di capitale del 2014. Ma A.S, difesa dall’avvocato Riccardo Martucci, si era vista respingere la richiesta (pari a 14.000 euro), anche perché la perdita dei soldi non era «causalmente connessa alle carenze informative denunciate ma all’oscillazione del valore delle proprie azioni […] di cui l’investitore assume specificamente il rischio». Certo, una sentenza non fa giurisprudenza, ma potrebbe comunque essere tenuta in considerazione. E a quel punto afferrare il tesoretto sarebbe difficile.
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