2023-03-06
Ucraina, reportage dal fronte di Bakhmut nel «Centro dell’invincibilità» di Chasiv Jar
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Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina. Da una parte Silicon Valley e le grandi piattaforme private. Dall'altra il modello cinese, fortemente sostenuto e controllato dallo Stato. Esiste però una terza via che sta emergendo con crescente forza e che l'Europa farebbe bene a osservare con maggiore attenzione. È quella dell'India.
Negli ultimi dieci anni Nuova Delhi ha costruito il più grande ecosistema digitale pubblico esistente al mondo. L'identità digitale Aadhaar, il sistema dei pagamenti UPI, DigiLocker, ONDC e le piattaforme dedicate alle lingue indiane rappresentano un'infrastruttura sulla quale l'intelligenza artificiale può essere sviluppata e utilizzata su scala nazionale.
L'India non punta semplicemente a produrre nuovi modelli linguistici. Sta costruendo un modello di sviluppo dell'intelligenza artificiale capace di rispondere ai bisogni di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, operando in decine di lingue diverse e affrontando problemi concreti nei settori della sanità, dell'agricoltura, dell'istruzione, della finanza e della pubblica amministrazione.
Questa impostazione rende l'India un interlocutore naturale per l'Europa e, in particolare, per l'Italia.
Il nostro Paese rappresenta una delle principali potenze manifatturiere del continente. Possiede eccellenze nella robotica, nell'automazione industriale, nell'aerospazio, nella meccanica di precisione, nelle scienze della vita e nella ricerca universitaria. L'India offre invece una disponibilità unica di competenze informatiche, sviluppo software, capacità di elaborazione dei dati e un mercato sufficientemente vasto da trasformare rapidamente l'innovazione in applicazioni concrete.
Le due economie sono complementari.
È proprio questa complementarità che dovrebbe trasformare l'intelligenza artificiale in uno dei pilastri del partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi.
La cooperazione potrebbe svilupparsi su numerosi livelli.
Le università potrebbero creare laboratori comuni dedicati all'intelligenza artificiale affidabile, trasparente e spiegabile. Le imprese italiane potrebbero integrare le competenze software indiane nelle proprie produzioni manifatturiere, aumentando produttività e competitività senza rinunciare alla qualità che contraddistingue il Made in Italy.
Particolarmente interessante sarebbe il coinvolgimento delle piccole e medie imprese.
L'economia italiana è costruita proprio sul tessuto delle PMI, che spesso dispongono di eccellenze tecnologiche ma non delle risorse necessarie per sviluppare autonomamente soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. La collaborazione con partner indiani potrebbe consentire una rapida diffusione dell'AI all'interno del sistema produttivo italiano, senza dipendere esclusivamente dalle grandi piattaforme americane o cinesi.
Anche la cooperazione nel settore della difesa assume una rilevanza crescente.
L'intelligenza artificiale è destinata a trasformare la logistica militare, la cybersicurezza, la manutenzione predittiva, i sistemi autonomi e la protezione delle infrastrutture critiche. In un momento nel quale Italia e India stanno rafforzando la loro cooperazione nell'Indo-Pacifico e nel Mediterraneo, la dimensione tecnologica diventa parte integrante della sicurezza nazionale.
Esiste poi una prospettiva ancora più ampia.L'Italia, attraverso il Piano Mattei, intende rafforzare la propria presenza nel continente africano. L'India vanta da decenni relazioni consolidate con numerosi Paesi del Sud globale. Una cooperazione italo-indiana sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate all'agricoltura, alla sanità, all'istruzione e alla pubblica amministrazione africana, offrendo un'alternativa concreta sia al modello tecnologico americano sia a quello cinese.
L'intelligenza artificiale sarà probabilmente la tecnologia che definirà i rapporti di forza del XXI secolo.
Per questa ragione il partenariato tra Italia e India non dovrebbe limitarsi all'interscambio commerciale o agli investimenti industriali. Dovrebbe evolversi verso una vera alleanza tecnologica.
L'India ha dimostrato di possedere il capitale umano, le infrastrutture digitali e la capacità di innovazione necessari per diventare una delle grandi potenze mondiali dell'intelligenza artificiale.
L'Italia dispone dell'eccellenza industriale, della ricerca scientifica e della capacità manifatturiera per trasformare questa innovazione in valore economico.
Se sapranno unire queste rispettive eccellenze, Roma e Nuova Delhi potranno contribuire non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma anche a definirne le regole, gli standard e la visione democratica in un mondo sempre più dominato dalla competizione tecnologica.
Dentro l’aula, prima della sentenza, c’è già qualcosa che non torna. È il 12 maggio. Nel palazzo di giustizia di Roma si celebra l’udienza preliminare del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale. Davanti al giudice ci sono gli ex dirigenti del ministero della Salute: Raniero Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino (nel frattempo deceduto).
L’accusa è di omissione di atti d’ufficio. Il procedimento si chiuderà con un «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione». Ma oggi il caso non riguarda la prescrizione. La vicenda è arrivata sul tavolo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con un’interrogazione parlamentare depositata alla Camera e al Senato da Fratelli d’Italia. I meloniani chiedono «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale». La richiesta, come anticipato ieri dalla Verità, nasce dai rilievi trasmessi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, presieduta dal senatore Marco Lisei, dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid #Sereniesempreuniti. Il punto di partenza è il verbale dell’udienza. Un verbale redatto con il sistema della fonoregistrazione e successiva trascrizione. Ed è proprio qui che si nota la prima crepa.
Il documento si apre alle 10.48. Ma il giudice Alessandra Boffi esordisce così: «Da questo momento parte con la trascrizione. D’accordo? Vuole formulare la questione avvocato di nuovo? Abbia pazienza, perché abbiamo acceso...». L’udienza, quindi, almeno in parte, era già cominciata. La registrazione no. Tanto che a un avvocato viene chiesto di ripetere la questione. È un dettaglio? Forse. Ma nelle aule giudiziarie i dettagli spesso diventano sostanza. Soprattutto quando, più avanti, proprio la pubblicità dell’udienza diventa terreno di scontro. A un certo punto prende la parola l’avvocato Augusto Sinagra, che rappresentava alcune delle parti civili costituite. Sta spiegando perché, dopo quello che dice di aver visto, aveva deciso di non mettere più piede in un’aula di giustizia penale.
Il giudice lo interrompe. Non per il merito. Per una persona seduta in fondo all’aula. «Mi perdoni. Può chiedere chi è quel signore, lì in fondo, quello in fondo. Mi perdoni, chi è lei? Mi scusi, perché la vedevo... va bene. Prego, mi perdoni avvocato». Sinagra riprende. Ma non lascia passare l’episodio. Lo trasforma nel cuore politico e processuale del suo intervento. Dice al giudice: «Lei ha chiesto l’accertamento dell’identità della persona, adesso. Giudice, sappiamo tutti quanti che questo zelo, questa precisione, chiamiamola così, questa accuratezza nel tenere presente che la Camera di Consiglio non è aperta al pubblico, non è di tutti i giorni, non è di tutti i giudici. Lei con attitudine generosa direi, e anche sincera, stamattina ci ha comunicato che era stato raccomandato di fare queste verifiche». L’avvocato attribuisce alla giudice una precedente comunicazione: quei controlli sarebbero stati «raccomandati».
E proprio qui il ritardo iniziale della fonoregistrazione diventa un elemento che non può essere liquidato come una formalità. Sinagra insiste: «Questa verifica non ha lo scopo di rendere ossequio alla norma del codice, ha lo scopo di dare il minimo della pubblicità possibile quando si parla di queste cose». E ancora: «Non basta che il giudice sia imparziale... lei certamente lo è! Occorre che appaia anche imparziale, ma per apparire imparziale occorre che ci sia un pubblico». Ma proprio quando le parti civili stanno per chiedere che il capo d’accusa venga trasformato in uno più grave, quello di epidemia colposa, c’è un secondo colpo di scena. L’udienza viene interrotta, questa volta per un inconveniente tecnico. Dal verbale risulta che «è partito un videocollegamento in aula». Dagli altoparlanti parte la voce di qualcuno che non è presente. Uno strano e sospetto cortocircuito. Il giudice si accorge che qualcosa non funziona: «Scusate... non credo che sentano, no! Sospendiamo 5 minuti e risolviamo questo problema». Qualcuno, a quel punto, si è chiesto se ci fosse stato un collegamento con l’esterno. Secondo quanto riportato nel materiale trasmesso alla Commissione Covid e ripreso da Fratelli d’Italia, il giudice avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze». È una ricostruzione politica, non giudiziaria. Ma quel passaggio è stato ritenuto di una gravità tale da finire in un’interrogazione al Guardasigilli.
Nell’interrogazione le «condotte processuali» vengono definite «gravi» e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». I firmatari sostengono che «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, e che ciò rappresenterebbe «una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura».
Di certo sull’apertura dell’udienza al pubblico c’era molta tensione. Al punto che alle precisazioni dell’avvocato Sinagra il giudice lo interrompe: «Ma non ho capito, ma lei sta facendo un appunto?». L’avvocato replica: «No...», ma viene nuovamente fermato. Ne nasce un breve botta e risposta. E a quel punto il giudice spiega il senso del proprio intervento: «Mi sembra solo che insistesse troppo sul fatto che io abbia richiamato... è mio dovere, perché mi hanno invitato... a contenere il numero delle persone». Una frase che si collega a quanto sostenuto pochi istanti prima da Sinagra, secondo cui il giudice aveva comunicato che era stato «raccomandato di fare queste verifiche». Proprio attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni nell’interrogazione parlamentare.
Ma mentre attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni dell’interrogazione parlamentare, il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, chiede che l’ex premier Giuseppe Conte, invece di «intralciare i lavori» della Commissione Covid, «si faccia audire» e «racconti quello che sa riguardo a ciò che sta emergendo come il più grande scandalo della storia della Repubblica». Ovvero l’acquisto per «1 miliardo 251 milioni di euro» da «consorzi cinesi sconosciuti» di mascherine «rivelatesi farlocche».
All'aeroporto di Roma Fiumicino è andata in scena Hybrid Threat, l'esercitazione antiterrorismo organizzata nell'ambito del programma periodico del Dipartimento della pubblica sicurezza. Il test ha messo alla prova la capacità di risposta del sistema di sicurezza aeroportuale e l'efficacia del Piano "Leonardo da Vinci", verificando il coordinamento tra Polizia di frontiera, Questura, Prefettura e gli altri uffici coinvolti.
Lo scenario ha previsto una doppia minaccia: inizialmente un attacco hacker ai sistemi di check-in e imbarco, con conseguente blocco dei voli e affollamento del Terminal 5; successivamente un commando composto da cinque finti terroristi, armati di coltello, ha fatto irruzione nell'area, simulando il ferimento di alcuni passeggeri e il sequestro di diversi ostaggi. L'esercitazione è servita a testare le procedure operative e la capacità di intervento delle forze impegnate nella sicurezza dello scalo.

