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Dario Fabbri (Imagoeconomica)
L’analista geopolitico Dario Fabbri: «Iran e Israele hanno vinto e continuano con i bombardamenti. Hormuz adesso è una ferita per Trump che, per aprirlo, pensa a un’occupazione».
«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi».
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.
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Nel riquadro, Sandro Bottega (IStock)
L’imprenditore Sandro Bottega: «L’intesa Ue ci penalizza, invece lo Champagne è tutelato. Servono sgravi per far fronte allo stop delle spedizioni».
Da Verona scrutando il mercato. Potrebbe essere questo l’orizzonte di Sandro Bottega, mister Prosecco, ma anche uno dei distillatori più importanti d’Europa. Lunghissima tradizione di famiglia che ha dovuto assumere su di sé giovanissimo per la scomparsa del padre Aldo. Passione autentica per tutto ciò che è vino, ma anche una sorta di piacere alchemico nel far funzionare alambicchi e colonne. Da cui, ecco la novità, fa uscire tre whisky italiani, anzi meglio veneti. Vigne nei territori più vocati d’Italia e un’idea di italianità che porta nel mondo con i suoi wine bar ed esportando in 148 Paesi. Cerchiamo con lui di capire dove e come va il vino italiano.
Vinitaly partito, con quali prospettive per il vino italiano?
«Malgrado l’anno difficile non solo per il vino, ma per l’intera economia italiana ed europea, il Vinitaly 2026 parte con il consueto interesse da parte di consumatori e operatori. Le prospettive sono legate alla situazione internazionale, tuttavia il mondo del vino può incidere con una comunicazione mirata sulla valenza del prodotto come status symbol. Chi beve vino ha cultura e lo consuma in momenti unici».
Mentre quasi tutti vendono il Prosecco al miglior offerente lei punta a farlo esser un vino premium. È vincente?
«Con il progetto Prosecco Vintage Premium Collection mi sono prefisso di dimostrare concretamente che il Prosecco, se di qualità, non ha nulla da invidiare ai migliori Champagne. Le nostre annate premium sono caratterizzate da peculiarità uniche di questo vino spumante, che ha origine da uve coltivate in singoli vigneti nelle parcelle più vocate tra le Colline Patrimonio Unesco. L’affinamento in nuove autoclavi “orizzontali” e i lunghi tempi di fermentazione (fino a 12 mesi, laddove il Prosecco arriva normalmente a un mese circa) ci consentono di ottenere vini con espressioni organolettiche differenti (eleganza, complessità, varietà aromatica) a seconda delle singole annate e dei diversi cru. Insomma, una qualità al vertice nel mondo enologico e prezzi fino a 250 euro a bottiglia, per vini che non hanno nulla da invidiare ai diversi Metodo Classico e agli Champagne. Da un’attenta analisi comparativa è risultato inoltre che i costi di produzione del Prosecco, nelle zone ad elevata vocazione con colline dalle pendenze estreme, sono di ben tre volte più alti rispetto a quelli dei Metodo Classico e degli Champagne. Il Prosecco con queste caratteristiche diventa uno status symbol alla pari dello Champagne».
Tutti s’interrogano sul perché non si vende e non si beve più vino. È vero?
«Si bevono circa 30 miliardi di bottiglie di vino ogni anno e questo è un dato di fatto. Aggiungo che il trend dell’export del vino italiano è positivo in America Latina, Africa, India e in quasi tutta Europa. Un leggero calo dei consumi di circa 1% o 2% l’anno è strutturale nel corso degli ultimi 50 anni ed è legato al diverso tenore di vita. Il vino non è più un alimento energetico, ma un piacere che si abbina a quello per la buona tavola. Pertanto si bevono meno i vini di bassa qualità, mentre i vini premium sono in crescita. Il consumatore vuole sentirsi importante e quindi richiede più informazioni sul territorio di produzione, sulle caratteristiche del vino, sulle modalità di consumo. I giovani preferiscono l’informalità a pranzi o cene strutturate. I nuovi momenti di consumo coincidono con Happy hour o aperitivi “mangiati”, nel corso dei quali il vino ha trovato un suo spazio. Il successo delle bollicine rispetto ai vini fermi è motivato anche dal fatto che gli spumanti si prestano meglio ad essere consumati sul bancone o in piedi, in accompagnamento a finger food e a conversazioni più o meno effimere».
Il presidente dell’Uiv Frescobaldi ha esultato per il Mercosur, lei ha invece duramente protestato per l’accordo con l’Australia che sdogana il falso Prosecco. L’Ue sta penalizzando il vino?
«L’accordo con il Mercosur mi vede pienamente favorevole. Ho invece manifestato grandi perplessità riguardo all’accordo di libero scambio tra Ue e Australia che prevede una riduzione di dazi per i vini italiani, in cambio della possibilità per gli australiani di produrre e vendere Prosecco, prodotto appunto localmente. Inoltre, per 10 anni lo potranno esportare, non è chiaro se senza considerare che il marchio Prosecco è di proprietà esclusiva italiana e in particolare del consorzio. L’Italia sta dimostrando debolezza anche nei confronti della Francia, che non permette di produrre Champagne o Bordeaux in Australia. In caso di conferma dell’accordo si creerebbe inoltre un precedente con il rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco».
Restiamo dalle parti di Bruxelles. Lei e anche uno dei massimi distillatori italiani che ne pensa delle crociate anti alcol?
«Sono sempre partito dal presupposto che la moderazione rappresenti il corretto approccio al mondo del vino e dei distillati. Ho sempre invitato il consumatore a bere meno e a bere bene, in quanto la qualità si apprezza a piccole dosi. Detto questo è in corso una demonizzazione tout-court dell’alcol, che non fa distinzioni tra chi beve moderatamente e occasionalmente e chi cerca solo ed esclusivamente gli eccessi. La storia ci insegna che il proibizionismo ha raggiunto risultati opposti a quanto si prefissava. Non facciamo distinzioni di facciata tra alcol e vino, ma prendiamo in esame le diverse modalità di consumo, considerando che i superalcolici sono largamente utilizzati nei cocktail».
Il contesto economico di certo non aiuta chi fa vino o spiriti. Che cosa serve per sostenere questi comparti?
«Propongo innanzitutto di riconoscere il valore storico e culturale delle cantine e delle distillerie, che sono espressione dei territori e della tradizione ad essi collegata. Riguardo al sostegno, propongo di applicare alle nostre imprese adeguati sgravi fiscali per recuperare i danni per gli extra costi subiti e per la riduzione delle vendite dovute al blocco delle spedizioni negli ultimi due mesi. È impellente la riduzione del cuneo fiscale, non solo per una questione di equità, ma anche per incentivare le persone al lavoro».
Ha scommesso sul whisky italiano dopo aver rilanciato la grappa. C’è uno spazio di mercato?
«Abbiamo deciso di investire sul whisky, perché è un distillato che gode nel mondo di una grande popolarità e perché, come hanno dimostrato ottimamente i giapponesi, si presta ad essere interpretato, acquisendo le tipicità del territorio di produzione. Un investimento di 1,5 milioni di euro ha reso possibile l’apertura e l’avviamento di una nuova distilleria interamente dedicata. La sfida principale è stata dare una connotazione italiana al whisky. Va sottolineato che non abbiamo riconvertito gli alambicchi da distillazione della grappa, ma investito nell’acquisto di un apposito impianto, analogo a quelli che vengono impiegati per gli Scotch whisky. Una sfida ulteriore sta nel definire la categoria del “whisky italiano” che si caratterizzi per un proprio stile identitario, differenziandosi dallo Scotch whisky e da quello Made in Japan, oltreché dal whiskey irlandese e dal Bourbon americano. Il nuovo Whisky Alexander è un single malt che si caratterizza perché viene prodotto esclusivamente con malti inglesi e italiani e perché viene aggiunta acqua delle Alpi. L’affinamento in botti, che hanno precedentemente ospitato Brunello di Montalcino, Amarone o altri grandi vini rossi, regala al distillato una connotazione italiana».
Con i Bottega wine bar porta l’immagine del vino e dell’Italia nel mondo partendo dagli aeroporti. È un investimento che vale la pena fare?
«Bottega Prosecco Bar è un concept ideato con la finalità di esaltare le eccellenze del nostro Paese e gratificare il palato del consumatore tipo. Nello specifico viene riproposta la filosofia del bacaro veneziano, ovvero di un’osteria informale, dove i cibi vengono presentati sia come “cicheti”, ovvero stuzzichini da consumare al bancone, sia come piatti più strutturati da servire ai tavoli. La maggior parte dei nostri Prosecco Bar si trovano all’interno dei principali aeroporti internazionali (Dubai, Venezia, Istanbul, Londra Stansted, Nizza, Birmingham, Praga, Abu Dhabi, Basilea, Budapest, Bologna) e rappresentano un eccellente veicolo di visibilità per l’immagine della nostra azienda e per quella del vino italiano. Dopo oltre 12 anni (il primo Prosecco Bar è stato aperto nel 2014 in Scandinavia sulla nave Cinderella del gruppo Viking) siamo pienamente soddisfatti».
Ha legato il vino al concetto di eccellenza italiana partendo da una sorta di modello veneto o ancor meglio dall’attrattore Venezia. Funziona?
«Il Veneto rappresenta il retroterra culturale della nostra azienda, pertanto attingo sempre a questi valori per presentare nel mondo l’azienda Bottega e i suoi prodotti. Questa regione è espressione dell’eccellenza italiana, che spiegata all’estero è declinata nelle sue molteplici declinazioni territoriali. Venezia è una vetrina straordinaria, conosciuta ovunque nel mondo. Alle atmosfere veneziane ho legato il packaging che mi ha consentito di valorizzare il Prosecco e le grappe. Dalle bottiglie dorate, che evocano i mosaici, a quelle in vetro soffiato, ideate per la grappa, che si rifanno all’arte del vetro di Murano».
La cucina italiana diventata patrimonio Unesco serve a vendere il resto?
«La cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è sicuramente una buona notizia per il mondo del vino e può contribuire ad attrarre turismo qualificato. È un forte valore aggiunto per l’immagine del nostro Paese, ma è necessario che i nostri ristoratori e i nostri brand ambassador in Italia e nel mondo salvaguardino comunque la qualità degli ingredienti impiegati. Vanno protette da una parte le denominazioni d’origine dei cibi italiani, che stanno alla base dei nostri piatti, e dall’altra l’originalità delle nostre ricette. La tradizione è parte integrante della nostra identità culinaria. Una pizza o un tiramisù preparati con ingredienti inadeguati o con ricette fantasiose sono un danno per la reputazione della nostra cucina».
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La rappresentanza del governo all'apertura di Vinitaly 2026 (Ansa)
- Aperta la kermesse chiave del settore a Verona. Tajani: puntiamo a 700 miliardi di export. Zoppas: 10 dal vino. Gesmundo (Coldiretti): bisogna però liberarsi da 2.000 pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari.
- Generali Italia è presente alla 58esima edizione della manifestazione, con la sua holding vitivinicola Leone Alato. Il ceo Fancel: «Soluzioni innovative per una crescita sostenibile».
Lo speciale contiene due articoli.
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
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