Un pastrocchio sulla prescrizione. E agli imputati garanzie farlocche
  • La riforma Cartabia tratta diversamente reati puniti allo stesso modo: si rischia l’incostituzionalità. Troppa discrezionalità su indagini preliminari e azione penale. E sono saltate le misure utili a velocizzare i processi.
  • Sgambetto al referendum leghista. Matteo Salvini scrive a Viminale e Anci denunciando «lentezze burocratiche» e pasticci con i moduli nei Comuni. Intanto arrivano altre adesioni Vip: Giovanni Toti e i figli di Giulio Andreotti.

Lo speciale comprende due articoli.

La confusione tra processo rapido e processo giusto. La mancanza di coraggio sulle impugnazioni dei pm per mero puntiglio. L’ipocrisia dell’azione penale «obbligatoria» ma lasciata all’arbitrio delle Procure. Il cavillo diabolico di inserire l’associazione a delinquere semplice (contestata su reati tenui solo per mettere cimici e trojan) tra le scuse per allungare la prescrizione. L’evidente incostituzionalità di trattare più duramente i sospettati di corruzione, pur di soddisfare le esigenze della propaganda grillina. Altro che «Italia patria del diritto». Anche questa volta, nella riforma approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il catalogo degli orrori giudiziari è lungo.

Che un processo debba durare «il giusto», non per un’esigenza di rapidità della macchina giudiziaria o di economia dello Stato sui tempi, ma per non infierire sull’imputato è un principio che ancora una volta è rimasto fuori dalla porta. Anche con il Guardasigilli Marta Cartabia, che pure aspira alla presidenza della Repubblica e a un ruolo da supremo garante della Costituzione e della democrazia. Le nuove norme fissano in due anni i tempi di durata massima del giudizio di appello e di un anno per la Cassazione. Se i termini vengono sforati, la sanzione è di natura processuale ed è la improcedibilità, che non estingue il reato ma blocca la macchina giudiziaria. Se però i reati sono contro la Pubblica amministrazione, i termini salgono a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Così, gli imputati di reati come la corruzione vengono di fatto trattati con maggiore severità rispetto a quelli di altri reati puniti allo stesso modo. Il rischio di incostituzionalità è fortissimo.

Lo stesso ampliamento a quattro anni e mezzo di processo in totale (tra appello e Cassazione), scatta non solo per la corruzione, ma anche per i reati da ergastolo, di mafia, di traffico di stupefacenti, per le estorsioni, le rapine, i sequestri di persona e pure il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In questo modo, devono aver ragionato in via Arenula, tutti i partiti di governo possono stare tranquilli. E invece, a leggere bene l’elenco, spunta perfino l’associazione a delinquere «semplice», che già di per sé è un reato fumoso, ma che in sede di indagini preliminari viene contestato a mani basse dai pm a caccia di notorietà perché consente di intercettare telefoni e computer anche per reati poco gravi e permette di andare avanti con le famose «intercettazioni a strascico», nella speranza di trovare qualcosa di più grave.

Sempre sul fronte del giudizio di secondo grado, è saltata dalla riforma l’unica proposta sensata in tema di deflazione, ovvero l’impossibilità per il pm di fare appello di fronte a sentenze di assoluzione. Un mal costume spesso dettato solo dall’orgoglio di tenere il punto e perché tanto una nuova sconfitta, all’accusa, non costa nulla. Mentre il cittadino deve pagarsi altri avvocati.

Facendo un passo indietro alla fase delle indagini preliminari, ecco altre delusioni e criticità. Le indagini possono durare, a seconda della gravità dei reati, fino a sei mesi, un anno, o un anno e mezzo. Il termine scatta dalle iscrizioni sul registro degli indagati. In caso le indagini siano particolarmente complicate, come per il terrorismo internazionale, il pm può chiedere altri sei mesi. Qui, le previsioni sembrano di buon senso, ma sono le omissioni a indicare la qualità ben poco coraggiosa e garantista della mediazione DraghiGrilloCartabia. Ovvero, non è stata introdotta l’inutilizzabilità in processo delle indagini tardive condotte dal pm. Non è stato consentito al giudice delle indagini preliminari di verificare in concreto che l’iscrizione dell’indagato sia stata tempestiva e neppure di retrodatare «d’ufficio» le iscrizioni furbette. Ci si è dimenticati di obbligare il pm, quando chiede una proroga d’indagini, almeno a depositare gli atti compiuti fino a quel momento, per consentire alla difesa di prenderne visione e farne copia.

Se poi si vuole toccare con mano come lo scandalo Palamara venga inghiottito e digerito dal «sistema giustizia», basta andare a vedere alla voce «obbligatorietà dell’azione penale». Com’è noto, si tratta di una grande ipocrisia, ma è pur sempre in Costituzione. E allora ecco che nella riforma, dove non si spettinano minimamente le correnti dei magistrati e il loro strapotere nel Consiglio superiore della magistratura, spetta alle varie Procure individuare le priorità in modo trasparente e predeterminato, in modo da organizzare gli uffici e sottoporne il funzionamento al Csm. Il Parlamento quindi non individuerà le priorità nella lotta ai vari reati, ma solo dei «criteri generali» per individuarle. Come si vede, è un’evidente finzione al quadrato. Si limita in parte l’obbligatorietà della repressione penale, ma demandando la faccenda alle toghe e alle loro correnti, anziché alle Camere (soluzione sicuramente più trasparente e democratica).

Certo, bisognerà vedere con attenzione il testo definitivo, ma non sembra che si siano fatti molti progressi rispetto allo scadente piano Bonafede. Se si fosse voluto veramente limitare la durata dei processi in generale, e delle vie crucis dei singoli in particolare, si sarebbe dovuto accogliere almeno alcune delle richieste di buon senso del’Unione camere penali, come l’ampliamento dei patteggiamenti e della possibilità di chiedere l’abbreviato, e una responsabilità disciplinare vera per il pm che «dorme» su un fascicolo senza prendere alcuna decisione. Ma i diversi protagonisti del processo sembrano destinati a rimanere a dignità (e responsabilità) variabile.


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