- Copenaghen equipara il virus cinese alle altre malattie respiratorie e dice addio a tamponi e isolamento, fidandosi del buonsenso dei cittadini. Imitiamoli, prima che protocolli obsoleti blocchino ospedali e Paese.
- Giuseppe Conte difende Domenico Arcuri: «Lo nominerei 100 volte». Il leader del M5s rivendica l’investitura del manager a commissario all’emergenza.
Lo speciale comprende due articoli.
«Il Covid è un’influenza come tante, non c’è più bisogno di stare isolati a casa»: l’avanguardia più laica sul Covid è, ancora una volta, nordeuropea. In questo caso è partita dalla Danimarca, dove da giovedì scorso si è deciso di porre fine ai protocolli che hanno rallentato o bloccato l’attività dei cittadini per oltre due anni: il National Board of Health (Sst) di Copenaghen ha infatti decretato che il coronavirus deve essere ormai equiparato alle altre malattie, e non raccomanda più l’auto-isolamento in caso di test positivo.
Stop a tamponi, quarantene, isolamenti, basta soltanto un po’ di buon senso: «Se si è malati, bisogna stare a casa, indipendentemente dal fatto che si tratti di Covid, influenza o altra infezione respiratoria», ha dichiarato l’Autorità Sanitaria danese. L’etichetta sanitaria che conoscevamo anche prima del Covid, insomma: chi ha l’influenza, di solito, resta a casa.
L’Sst è stato molto chiaro: «Ora possiamo avviarci verso una situazione di normalità rispetto alla gestione del Covid, sia nella società che nell’assistenza sanitaria», ha dichiarato Line Raahauge Hvass, capo unità ad interim dell’agenzia, chiarendo che «non c’è più bisogno di linee guida specifiche contro il Covid riguardo le altre malattie, né che le persone con tampone positivo si isolino per almeno quattro giorni».
La decisione fa seguito ad altre prese di posizione molto nette adottate a Copenaghen, come quella di non raccomandare più i richiami vaccinali agli under 50 – chi vuole farli, dovrà pagarli di tasca propria – né la vaccinazione ai minori, perché l’estensione del programma di vaccinazione ai bambini è ormai considerata, in Danimarca, inutile: «In retrospettiva, non abbiamo ottenuto molto», ha dichiarato, già a giugno scorso, Soren Brostrom, direttore generale dell’Autorità sanitaria.
Un’inversione notevole rispetto a Paesi come l’Italia, dove i protocolli, a due anni e mezzo dal deflagrare della pandemia, sono ancora al palo. Anzi, spesso (e specialmente in alcuni presunti setting di contagio, come la scuola ad esempio), si constata amaramente che siamo rimasti ancora al 2020, e pazienza per chi continua, soprattutto al nord, a dover portare mascherine FFP2 e restare a casa in caso di positività, perché quattro-cinque giorni di segregazione, in Italia, non si negano neanche agli asintomatici. Il modello, alla fine, rimane quello di inizio pandemia, a dispetto delle evidenze scientifiche più conclamate.
Qualcuno ha provato a discostarsi e agire in autonomia: in Abruzzo, ad esempio, i ricoveri d’ora in poi saranno gestiti sulla base delle necessità clinico-assistenziali del paziente e non della positività al Covid, così come predica Matteo Bassetti: «Continuare a rincorrere il Covid con regole vecchie è un errore», ha dichiarato il direttore Malattie infettive del San Martino di Genova. «Tamponare tutti quelli che entrano in Pronto soccorso è un errore che sta mettendo in ginocchio gli ospedali. Non è normale – ha spiegato Bassetti – che chi entra con l’influenza venga messo insieme con altri pazienti, anche immunodepressi, con tutti i rischi che sappiamo, e chi invece entra con tampone positivo a Covid, ma asintomatico, venga messo in un bunker. Sono più preoccupato dall’influenza che dal Covid. La gestione è tutta sbagliata: basta tamponi agli asintomatici. Il rischio è che, se non si cambiano le regole, a Natale il sistema salti in aria».
Ed è proprio per questo che in Danimarca queste regole sono state soppresse: chi è ricoverato d’urgenza in ospedale non deve più essere sottoposto a tampone, indipendentemente dai sintomi. L’SST sconsiglia inoltre alle partorienti di prendere precauzioni speciali per prevenire l’infezione, con buona pace di quei ginecologi che, in fase di travaglio e parto, ritengono «auspicabile» l’uso della mascherina (in Danimarca ormai consigliata al solo personale sanitario, e soltanto se la donna incinta o il suo partner presentano sintomi d’infezione alle vie respiratorie).
Il cambio di passo in Danimarca avviene nonostante ci sia un numero relativamente alto di persone ricoverate con Covid negli ospedali, vista anche la stagione invernale: i contagi aumentano, insomma, eppure i protocolli si allentano. Resta, come è giusto che sia, la raccomandazione di proteggere gli anziani e i fragili, per i quali anche una banale influenza può causare complicazioni, come avveniva anche prima del Covid.
La tendenza, però, non è soltanto danese: anche in Finlandia, ad esempio, si sta a casa soltanto se ci si ammala, e i tamponi fai-da-te sono accettati. «Chi è positivo raramente è messo in quarantena o isolamento ufficiale», si legge nelle linee guida. Stesso discorso nel Regno Unito, dove l’isolamento è ormai un lontano ricordo, così come in Svezia. Nei Paesi laici, insomma, l’obiettivo non è terrorizzare i cittadini o colpevolizzarli in vista del Natale, ma, banalmente, consigliarli. E far funzionare il Paese.
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