Immuni parte male: pochi utenti ed è inutile
Donato Fasano/Getty Images
  • Il ministro Paola Pisano e il commissario Domenico Arcuri fanno festa per il milione e mezzo di persone che l’hanno scaricata, una cifra effimera. L’applicazione non va su alcuni telefoni e manca il coordinamento con i tamponi. Il virologo Andrea Crisanti: «L’impatto è troppo basso».
  • ll giallo dell’App siciliana «doppione» ideata dall’ex sponsor di Matteo Renzi. Polemiche contro la Regione che nega tutto: «Il sistema lo gestisce la Protezione civile».

Lo speciale comprende due articoli.

Proprio nei giorni in cui un’applicazione per il tracciamento sarebbe stata più che mai necessaria, data la fine del lockdown in tutta Italia, Immuni continua a creare problemi e a non servire di fatto a nulla. In particolare per un motivo evidente: c’è una totale mancanza di coordinamento tra la app e i tamponi per trovare i cittadini positivi al covid 19. Non solo. Al netto delle polemiche sulle icone, tra mamme con figlio e papà al lavoro e viceversa, continua a mancare una regia tra Regioni e stato centrale, tanto che diversi governatori si sono già messi di traverso o hanno deciso di fare in autonomia.

Il ministro per l’Innovazione, Paola Pisano, e il commissario Domenico Arcuri si dicono entusiasti del fatto che 1 milione e mezzo di cittadini italiani l’hanno scaricata. Ma entrambi dimenticano di dire che per un’applicazione di questo tipo, utilizzata in una fase di emergenza sanitaria, i download sono davvero molto pochi: il progetto di farla scaricare da 25 milioni di italiani resta al momento solo sulla carta. Basti pensare che in Regione Lombardia, con una popolazione di 10 milioni di abitanti, gli ultimi dati sui download di Allerta Lom sono appena superiori a 1 milione di persone.

Aspetto sottolineato anche da Andrea Crisanti: «L’app Immuni così come è concepita e con i livelli di identificazione dei casi penso che abbia un impatto molto basso. Per avere un impatto dovrebbe essere scaricata dal 90% degli italiani» ha dichiarato alla trasmissione Agorà il direttore di Microbiologia e virologia all’università di Padova.

Per di più nelle ultime ore si è scoperto che Immuni non funziona su tutti i telefoni di Huawei e del suo brand collegato Honor. E questo non vale solo sui modelli più recenti, sprovvisti dei servizi di Google a causa dei divieti Usa, ma anche su quelli precedenti, tra i più diffusi in Italia. In pratica diversi utenti lamentano in queste ore di non riuscire a scaricarla, tanto che su alcuni dispositivi è scomparsa per permettere un nuovo aggiornamento. Era la fine di febbraio quanto sul tavolo del ministro Pisano iniziavano ad arrivare le prime proposte di applicazione. Poi è stata formata una task force con 57 persone. Quindi è stata scelta l’applicazione contro cui si era schierato un gruppo di esperti. Alla fine la app è arrivata, ma solo da ieri è partita la sperimentazione in quattro Regioni, Puglia, Abruzzo, Marche e Liguria. Pisano ha fatto sapere che la prova durerà per una settimana. «Se scaricherò l’app Immuni? A queste condizioni no, a noi Regioni ci mette in grossa difficoltà», ha ribadito anche ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia. «Io non contesto il tema della tracciabilità, ma Immuni ha un paio di problemi. Il primo è il trattamento dei dati, è un fatto di privacy, e il secondo è che non è possibile avere una gestione del dato dialogando direttamente col cittadino. Arriverà un Sms al cittadino e noi Regioni non sappiamo nulla di questi messaggi che verranno inviati: se si presenterà dal suo medico di base, se ometterà di presentarsi, se avrà paura di una quarantena, se avrà paura del fatto che verranno alla luce alcuni suoi contatti. Risulta difficile gestire la sanità pubblica pensando che l’intelligenza artificiale dialogherà con i cittadini». Zaia coglie uno dei punti più controversi dell’applicazione. Nessuno ha ancora capito che tipo di notifica arriverà sui cellulari né quali saranno i consigli da dare ai cittadini nelle singole Regioni, dal momento che ognuna ha una sua gestione sanitaria. Anche la Sicilia di Nello Musumeci ha deciso di fare da sola, lanciando la app «Sicilia sicura» per i turisti. Musumeci sostiene che non ci sarà conflitto con Immuni, ma è evidente che le due applicazioni potrebbero confliggere. Oltre quindi a un problema pratico di utilizzo, rimangono poi sempre sullo sfondo le criticità legate alla privacy. Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri e deputato M5s, diceva ieri che Immuni è più sicura di Instagram o Facebook. Eppure, come già raccontato dalla Verità, il fatto che i dati siano salvati su server in Italia non danno rassicurazioni. Perché nella filiera coordinata da Sogei (la partecipata che si occupa dei server e del cloud) è stato scelto pure un partner estero, ovvero l’azienda statunitense Akamai. Il tema della privacy intorno alle app di tracciamento è oggetto di discussione in tutto il mondo. Soprattutto in Cina, dove la città di Hangzhou, circa 10 milioni di residenti, ha deciso di aggiornare la precedente app di tracciamento proponendo un sistema che dà ai cittadini un punteggio giornaliero basato sulle loro abitudini come i passi fatti, l’alcool consumato e la quantità di sonno che hanno trascorso.

Insomma è il sistema del social credit system che permette di dare una classifica alle persone, studiando tutte le loro abitudini quotidiane e etichettandolo secondo un codice sanitario. Si parla da tempo anche di un «punteggio di salute di gruppo» per le aziende, che terrebbero così traccia del comportamento generale dei loro dipendenti. Questo sistema consente da un lato di essere premiati, ma anche puniti, sia negli spostamenti sia nella propria vita privata.


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