Dopo il regalo del Pd su Fincantieri i cugini volevano fregarci ancora
Ansa
  • Quando le trattative erano riservate, l’Eliseo non aveva eccepito. Ma una volta svelato l’accordo, ha preteso il controllo del colosso con solo il 15% di azioni. Però gli Agnelli hanno mostrato tigna, mica come Paolo Gentiloni
  • Commerzbank ci riprova. Ora vuole sposarsi con gli olandesi di Ing. Fallito il matrimonio con Db, l’istituto partecipato dal governo tedesco punta ai vicini. E i problemi di concorrenza? L’Ue dorme.
  • Torino a caccia di elettrico guarda a coreani e cinesi. L’aggiornamento tecnologico «verde» è vitale. Esclusa Peugeot, i partner potenziali restano Hyundai e Geely.

Lo speciale comprende tre articoli.

Con una sola mossa compiuta con il favore delle tenebre, Emmanuel Macron ha fatto filotto. La sua scelta di pretendere un accordo tutto sbilanciato a favore dello Stato francese – persino contro i legittimi interessi di Renault – ha fatto saltare le nozze. Fca si è tirata indietro, mettendo nero su bianco che non c’erano le condizioni politiche per un matrimonio paritetico. Il passo indietro improvviso di John Elkann è per Macron un enorme smacco. In futuro non potrà più presentarsi ai consessi internazionali spacciandosi come il presidente business-friendly. La maschera di finto difensore del mercato è caduta una volta per tutte. Prima di rendere pubblica l’intenzione della famiglia Agnelli di proporre un matrimonio alla casa automobilistica di Parigi, è inutile specificare che la controparte politica era stata sondata da Fca e informata dei pilastri principali dell’accordo. La bozza del memorandum prevedeva da subito una ripartizione paritetica del potere e delle leve manageriali. Da subito, il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, ha incoraggiato il deal. L’ha sostenuto. Ma quando il testo è divenuto di dominio pubblico, Parigi ha sterzato e ha posto una serie di condizioni che prima non ci risulta avesse avanzato. Ha chiesto non tanto posti in cda, ma ha fatto capire di voler subentrare nelle decisioni del board di Renault in modo da rendere il proprio 15% di quote l’unica leva di comando.

Quando il governo francese ha capito che a Torino non c’era intenzione di cedere a richieste troppo sbilanciate, ha tirato in ballo i giapponesi. Le Maire dopo aver dichiarato alla stampa tedesca di essere favorevole alla fusione (serata di mercoledì) ha fatto sapere che senza il parere favorevole di Nissan (che con Renault ha una stretta partnership) l’operazione non poteva andare in porto. Fatto di per sé non previsto nell’accordo tra francesi e giapponesi, ma soprattutto smentito ieri pomeriggio da Nissan, che ha rilasciato una nota per far sapere che «ci stavamo approcciando in modo positivo all’operazione». Doppia sberla. Il risultato è che la Francia ha sbattuto contro il muro e anche se in futuro si tornasse a discutere di matrimonio per il top management di Renault sarà tutto più complicato. Non solo. Coloro tra Pd, competenti e sostenitori di + Europa che per mesi hanno preso l’effigie di Macron e l’hanno sbandierata come simbolo di liberismo ed europeismo ora saranno tenuti a definire Macron un nazionalista. Pure senza attributi. Infatti, nemmeno ha voluto metterci la faccia. Ha mandato avanti Le Maire, che a sua volta passerà alla storia per essersi rimangiato la parola due volte. Fincantieri docet. Al contrario Matteo Salvini, che dalla partita si è tenuto fuori e si è limitato a dirsi favorevole, ha ricevuto un dono inaspettato. A chi lo accuserà di essere uno sporco sovranista amante delle barriere potrà limitarsi a mostrare un santino di Macron. Ne esce male pure la classe dirigente francese, che è sempre riuscita a gestire la propria impronta statalista nascondendola dietro a una patina di finte regole. Quelle stesse norme europee che ieri sono capitolate assieme al tentativo di fusione. Adesso la figuraccia è in mondo visione. Non c’erano grandi dubbi sul fatto che fare gli europeisti con il fondo schiena degli altri fosse fin troppo comodo. Si era già capito ai tempi della trattativa con Fincantieri. Anche in quell’occasione lo Stato francese aveva fatto marcia indietro. Gli accordi di base erano già stati presi, eppure è stato fatto di tutto per evitare che al nostro colosso della cantieristica finisse il controllo di maggioranza di Stx. Tant’è che l’operazione è ancora in un limbo che non promette nulla di buono. Macron se ne è infischiato della reciprocità europea. Solo che due anni fa ha trovato come interlocutore un presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni, che ama più il francese dell’italiano.

L’altro ieri notte invece Fca ha reagito in modo diverso. Ha sbattuto la porta in faccia a Parigi e Macron è riuscito in una impresa non facilissima. Ha trasformato John Elkann, che porta sulle sue spalle la difficile eredità di casa Agnelli, in un manager addirittura simpatico, quasi un italiano agli occhi degli italiani. Lui, che fino a qualche tempo fa è sempre stato un passo indietro rispetto a Sergio Marchionne e al fratello Lapo, ha assestato un colpo da maestro. Anche solo d’immagine. Certo, Elkann difende i suoi interessi, ma con quel comunicato così frontale contro il governo francese si è guadagnato pure la patente di difensore del mercato. Chi l’avrebbe mai detto? Eppure non è il solo «successo» che l’arroganza dei francesi è riuscita a ottenere. Macron ha bucato le gomme all’Europa. Ora Bruxelles avrà il suo bel da fare a spacciare le bufale sull’europeismo a tutti i costi.


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