Attaccano Rocca che pagò i suoi errori e fischiettano sui compagni impuniti
Francesco Rocca (Ansa)
Dopo la sfilza di scandali collezionati, la sinistra ha il coraggio di berciare sul candidato di Fdi in Lazio, condannato 36 anni fa.

La sinistra bellaciao è perplessa, quella repubblichina con l’eskimo che penzola dagli attaccapanni di redazione è indignata, quella grillo-manettara che tifa per il reddito di cittadinanza ai mafiosi ha la gastrite. Si profila un brutto Natale per il progressismo illuminato e il motivo è sorprendente: la candidatura di Francesco Rocca a governatore del Lazio, fortemente voluta da Giorgia Meloni, supportata da tutto il centrodestra e con concrete possibilità di vincere. Il motivo è lunare, soprattutto se letto in chiave garantista: una condanna a tre anni per spaccio di stupefacenti subita dall’ex presidente della Croce Rossa quando aveva 19 anni. Adesso ne ha 57. Così, avviandoci verso il presepe politico fra sotterfugi e ipocrisie, scopriamo che il vizio della redenzione è inferiore a quello della memoria. E che la riabilitazione vale per i terroristi ma non per chi nuota in piscine diverse da quella rossa.

La vicenda ha qualcosa di surreale. Rocca è avvocato penalista, è stato manager della Sanità, ha diretto per un decennio la principale associazione di volontariato del mondo con onore, è stato nominato in due tornate numero uno della Croce Rossa internazionale con un plebiscito (per la prima e forse unica volta israeliani e palestinesi hanno votato lo stesso nome), si è spesso schierato per le ragioni dei migranti, si è distinto per atteggiamenti bipartisan, ha caratteristiche da organizzatore e da politico avveduto che gli vengono riconosciute dalle istituzioni. Ma quella condanna rimane lì, enfatizzata come unico tratto distintivo del suo curriculum. La Repubblica l’ha presentato con colori forti: «Dalla condanna per spaccio al vertice della Croce Rossa, chi è l’uomo voluto da Meloni», era il titolo del suo profilo. Con la stoccata: «Luci e ombre nel curriculum», manco si trattasse di un sosia invecchiato di Jesse Pinkman, lo spacciatore di metanfetamina in Breaking Bad. È lo stesso Rocca a spiegare la remota vicenda e in un’intervista a La Stampa lo fa con la naturalezza che manda ai matti i denigratori.

«Non posso e non voglio nascondere il mio passato. Ma sono trascorsi 38 anni, all’epoca ne avevo 19 ed ero pieno di problemi e fragilità». Racconta che la madre era in fin di vita a causa di un tumore e che lui, smarrito fra le insicurezze, fu coinvolto nello spaccio da parte di un clan di persone di origine nigeriana. «Vivevo a Ostia e sono finito in un giro di amicizie sbagliate. Ma ho pagato il conto con la giustizia, ho fatto un anno di arresti domiciliari e ho iniziato un proficuo percorso di recupero». In quel periodo studiò Giurisprudenza, si laureò e cominciò a occuparsi di volontariato mettendosi in gioco in prima persona con la Caritas. «Da allora non ho mai smesso di essere in prima linea sul sociale».

Ha pagato il conto e chiede rispetto. Difficile negarglielo, e ancor più difficile credere che il veleno arrivi dai salotti della tolleranza per decreto, da coloro che a pranzo e a cena citano il «percorso riabilitativo delle socialdemocrazie» come il più alto esempio di civiltà. Vale per tutti ma non per chi cammina sull’altro marciapiede politico. La solita doppia morale. A voler ben guardare Rocca dovrebbe essere scomodo per la destra, invece suscita rigurgiti di giacobinismo forcaiolo fra i difensori (a parole) dei diritti universali. Gli stessi che per 20 anni hanno prima coperto e poi giustificato («Un compagno che sbaglia») le fughe di Cesare Battisti, assassino conclamato, gridando alla barbarie quando è stato estradato dal Brasile e incarcerato in Italia a scontare la pena. Gli stessi che sostengono con orgoglio le ragioni degli ex terroristi in pensione dorata a Montmartre e minacciano di scendere in piazza se la Francia – in attuazione di norme del diritto internazionale – decidesse di rimandarli a casa davvero, senza nascondersi dietro cavilli a raffica. Per loro, che pure hanno lasciato dietro di sé scie di sangue, «il passato è passato». Per Rocca no.

Lo spettacolo è deprimente e il palcoscenico social si distingue per ferocia. «Uno pulito fra i meloniani esiste?» è la domanda retorica più gettonata fra i grillini sul divano. La Notizia, quotidiano di riferimento del Movimento 5 Stelle sottolinea: «La destra candida un ex pusher». Nella sinistra da salotto la prendono sul ridere: «L’unico Francesco Rocca votabile è questo» (foto del Rocca detto Kawasaki, terzino sinistro della Roma), scrive Roberto Di Giovan Paolo, ex senatore del Pd e docente universitario. Fra i big del Nazareno regna il silenzio, forse perché i trolley di denaro trovati due settimane orsono nei soggiorni di Bruxelles oscurano le sentenze di 38 anni fa. O forse perché in settembre il candidato dem a governatore Alessio D’Amato è stato condannato per danno erariale dalla Corte dei Conti. Le travi a vista fanno più arredamento delle pagliuzze.

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