Le riviste patinate l’hanno ritratta e raccontata nella sua seconda vita, quella da modella in giro per il mondo, e poi sul palco del Festivalbar, o in trasmissioni al fianco di Enrico Bertolino, Vincenzo Mollica, Fabrizio Frizzi. C’è un «prima», però, che Natasha Stefanenko ha raccontato di recente nel libro Ritorno nella città senza nome per Mondadori. Una storia curiosa, la sua, che dà soprattutto l’occasione a chi la legge ed è nato in Occidente di intravedere le sfumature di una Russia che troppo spesso, come lei stessa dice, «è raccontata solo dalla propaganda».
Quanto c’è di vero nel suo libro?
«Ho scelto una forma di romanzo thrilling per arricchire una storia vera con un pizzico di fantasia. Ma sono dieci anni che raccolgo i miei ricordi, e ho scelto di raccontare attraverso quel che è successo a me un periodo turbolento, complesso e pieno di contraddizioni, sì, ma pure di grandi speranze: quei due anni della fine dell’Unione Sovietica. Un periodo storico unico, nel quale tutto il mondo ci guardava e cambiava, mentre noi perdevamo certezze e conquistavamo una libertà che non sapevamo nemmeno ci mancasse. Ho voluto raccontare cosa fosse il socialismo che ho vissuto – e aggiungerei “fortunatamente” – sulla mia pelle».
Tra il 1991 e il 1992 lei era all’università.
«A Mosca, esatto. Stavo frequentando Ingegneria metallurgica e il cambiamento fu radicale e inaspettato. Per 74 anni eravamo rimasti chiusi, e il governo si prendeva cura di noi. Poi abbiamo dato un nuovo significato alla parola libertà, ma eravamo abituati alla comodità e non ci facevamo tante domande, prima. Per esempio, era garantito che se studiavi all’università poi avresti trovato lavoro. I corsi erano gratis, seppure gli esami molto difficili».
Ingegneria metallurgica per passione?
«Non era il mio sogno nel cassetto, no, e un po’ copiai la strada di mia sorella, ma terminai gli studi, prima di cogliere l’occasione di un concorso di bellezza, anche perché avevo capito che nel mio Paese la situazione si faceva difficile».
La storia parte da qui: Natasha Stefanenko è nata in una delle località più top secret dell’Urss.
«Esatto: una città che non è esistita sulla cartina geografica per 50 anni. Una città che non aveva nome, ma un numero che era vietato dire. Circondata da barriere di muri e filo spinato, con pattuglie giorno e notte, cani addestrati di guardia e pochissimi varchi controllati per uscire ed entrare, solo se in possesso di un pass».
Una località militare.
«Strategica, dove si facevano ricerche e si costruiva l’arsenale nucleare sovietico. Esistevano ai tempi altre 44 città come la nostra, per un totale di circa un milione e mezzo di abitanti. Ho sempre immaginato che ce ne fossero anche in America, di città così. Perché era periodo di guerra fredda, e la competizione era con gli Usa».
Vivere vicino a un impianto di arricchimento dell’uranio. Viene da pensare a un’infanzia di angoscia, è così?
«Tutto il contrario. Fu solo dopo Chernobyl che capimmo il pericolo delle radiazioni. Non è un caso che, a parte mio padre che è ancora vivo forse perché ha un fisico d’acciaio, tutti i suoi coetanei di allora sono morti da molto tempo».
Come si viveva lì?
«La città da poco ha un nome, che significa “città del bosco”, Lesnoy. Ai tempi si chiamava Sverdlovsk-45. Fu costruita da prigionieri dei gulag, anche politici, ma questo l’ho scoperto solo anni dopo. Sono nata negli Urali, non lontano dalla Siberia. Mio padre arrivò in quella località segreta con un treno che non faceva fermate, e ancora racconta quanta preoccupazione aveva, allora giovane ingegnere nucleare, perché non sapeva dove lo stessero portando».
Ci è poi rimasto per molti anni. Costretto?
«Per scelta. Si innamorò di mia mamma, e rimase a vivere lì, oltre i due anni previsti dal governo. Noi ci sentivamo al sicuro. I bambini erano tanti, perché era una città di giovani cervelli. E c’erano scuole, palestre e una piscina dove mi allenavo tutti i giorni. Tre o quattro campioni olimpici sono nati a Lesnoy, uno è Aleksandr Popov, tre medaglie d’oro».
Mai pensato di intraprendere la carriera sportiva?
«I miei mi hanno consigliato di lasciar perdere perché per lo sport non c’era carriera sicura. Popov, infatti, è poi dovuto andare via. Avevo buoni risultati, e il nuoto mi ha insegnato la disciplina, la concentrazione, e quanto è prezioso anche un solo secondo. Oltre che la costanza, il “non mollare mai”».
Educazione siberiana, come il libro di Nicolai Lilin.
«Nicolai è per me un amico. La mia formazione sportiva, ma pure scolastica, è stata in effetti solida, rigorosa».
Materie preferite?
«Leggevo molto. Di Dostoevskij ho amato in particolare L’idiota e Delitto e castigo, perché è un giallo psicologico. Forse l’autore che più mi ha affascinato è però Bulgakov, che si pronuncerebbe con l’accento sulla “a” e la “f” finale, in russo».
L’autore de Il maestro e Margherita.
«Un libro che voi in Occidente avete cominciato a leggere ben prima di noi, perché era vietato. Ho molto approfondito la sua storia. Nato in una famiglia benestante, Bulgakov è morto senza un rublo in tasca, perché le prime stesure di quel romanzo che tutti conoscono come una storia d’amore erano fortemente politiche. Per i sovietici quella è un’opera importantissima, che poi ha perso il 50% del suo valore ideale nella sua versione più famosa. Mi permetterei di consigliare a tutti la lettura del suo Cuore di cane, perché penso che sia un libricino molto attuale: racconta in modo sottile come quando il popolo ignorante prende il potere può far danni alla società».
I suoi vivono ancora in Russia?
«Vivono a Mosca, sì, purtroppo con qualche acciacco dell’età e assistiti da mia sorella a cui sono molto grata. C’è la tristezza che quest’anno non potranno esserci per Natale».
Come raccontano la situazione attuale?
«Nessuno in Russia, come nel resto del mondo, è felice delle guerre. Nelle guerre i giovani muoiono , e le famiglie che li aspettano a casa soffrono. Tragedia su tragedie, ancora di più se è una guerra tra fratelli. Sì, fratelli: per decine e decine di anni non vi erano confini tra uno Stato e l’altro dell’ex Urss e quasi sempre, dopo l’università , i giovani laureati venivano inviati in altri Paesi a fare la prima esperienza lavorativa. Lì spesso rimanevano, creandosi una famiglia. Io, se vuole, sono un esempio: il mio cognome è ucraino, anche se non sono mai riuscita a ricostruire l’albero genealogico con precisione. Papà è bielorusso, la mia mamma è russa e nonna veniva dagli Urali. In Russia è così: siamo tutti misti, anche perché il governo ha sempre cercato questa mescolanza per distribuire intelligenze e capacità sull’enorme territorio sovietico. E le dico tutto questo per far capire quanto dolore possa provocare la situazione attuale».
Le hanno mai chiesto se prende le parti di qualcuno dei litiganti?
«Una domanda da non fare, e infatti allo scoppio della guerra sono stata in disparte e non ho fatto dichiarazioni. In primis perché non sono certo un politico e non sono in grado di fare analisi. Ma pure perché la propaganda iniziale su questo conflitto è stata molto forte».
Come ha vissuto le mostre di artisti russi cancellate e i concerti annullati?
«L’aggressività deriva sempre dalla paura, io questo lo capisco. Io stessa, il 24 febbraio, non volevo credere all’incubo che vedevo in tv. Posso solo dirle che sono russa e orgogliosa di esserlo, amo il mio Paese come tutti amano il proprio. Sono grata di quel che mi ha dato e non ho alcuna intenzione di sputare nel piatto in cui ho mangiato. Soffro per questa situazione, non vedo l’ora che finisca. Mi pare che finalmente si cominci a capire che le cose non sono… così piatte, ecco».
Sembrano finiti i tempi delle liste dei putiniani.
«Non basta parlare di aggressore e aggredito, perché non si sta giocando con le bambole. Quanto continua purtroppo ad accadere è un’eredità pesante di una storia profonda e che in pochi conoscono ma che sta cominciando a venire a galla».
Se ne uscirà?
«Nel mio piccolo, penso che quel che possiamo fare tutti è studiare la storia. Senza ascoltare solo la televisione. Non dico di diventare tutti esperti di geopolitica, ma basterebbe una piccola ricerca, per costruire ciascuno la propria verità».
Ne esiste una vera per davvero?
«Forse quella non la conosceremo mai, o solo tra parecchi anni. Però mi pare sia importante che ognuno di noi trovi un equilibrio con la sua coscienza. Penso che solo così il mondo possa cambiare, senza farsi trascinare dai pensieri di qualcuno o da quello di gruppi di persone».
Anche il Papa confida nella saggezza umana per fermare il conflitti. Lei ha fede?
«Sono arrivata a credere in Dio di recente, sì. Grazie agli insegnamenti di mia nonna, ho poi scelto di battezzarmi a 40 anni. Quando ero bambina eravamo tutti socialisti. Se a scuola ti insegnano che Dio non c’è, e che “Dio siamo noi,” ci credi, punto. La nonna, però, custodiva un’icona illegale sotto il cuscino, e mi insegnò con calma e dolcezza preghiere e dogmi di fede. Mi diceva che la fede mi avrebbe aiutato a trovare la strada giusta».
Non la convertì subito.
«Ricordo ogni sua parola, anche se allora per me erano un rebus. No, io non fui tra coloro che corsero nelle chiese non appena le aprirono. Volevo arrivare ad abbracciare davvero una decisione del genere. Tanto che 28 anni fa, quando ho sposato mio marito, gli ho chiesto di unirci civilmente nonostante lui ci tenesse molto al matrimonio religioso».
E ora?
«Tra due anni saranno 30 anni di matrimonio e forse festeggeremo così, con una cerimonia in chiesa molto intima e simbolica, rispettando la delicatezza di questo momento».
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