- Verso Pitti immagine uomo, Claudio Marenzi, presidente di Herno e della manifestazione fiorentina: «Non siamo imprenditori di serie B. Dobbiamo imporre all’Ue nuove regole sulle etichette».
- Dal 12 al 15 giugno la Fortezza da Basso ospiterà 1.240 marchi, il 45% dei quali esteri. Da non perdere il focus sugli stilisti scandinavi. La Georgia sarà il Paese ospite.
- Lubiam, Schneiders, Tagliatore e Lardini. Tutte le novità in passerella.
Lo speciale contiene tre articoli
Fino a qualche tempo fa, se dicevi cavaliere del lavoro pensavi a un imprenditore su con gli anni. Nulla di più falso. Quell’immagine obsoleta ha lasciato il posto a una figura di capitano d’industria carico di voglia di fare. Il cavaliere Claudio Marenzi è il prototipo perfetto con la sua Herno, che compie 70 anni ma sembra un’adolescente. Marenzi è anche il presidente di Pitti immagine, l’evento di moda maschile più importante al mondo, pronto a tagliare il nastro dell’edizione numero 94 (in programma dal 12 al 15 giugno). «Un appuntamento dove i marchi, la distribuzione, i grandi clienti, i buyers si incontrano. C’è una commistione tra chi è famoso e chi è di nicchia. Il mondo maschile vive ancora di tradizione e di prodotti sartoriali, mentre quello femminile è più legato alle emozioni. Al Pitti trovi tutto, dall’abbigliamento agli accessori e alle scarpe, e non solo. In un mercato come il Giappone, che con l’Italia potremmo definire il più sofisticato al mondo, Pitti è un nome conosciuto anche dai clienti, che lo considerano il luogo in cui si creano nuove mode, un marchio autorevole». Non a caso, Marenzi celebrerà proprio qui i 70 anni di Herno con l’esibizione Library alla stazione Leopolda (dal 13 al 14 giugno).
Per tante aziende essere al Pitti è sinonimo di successo.
«Per questo il Pitti ha una lista d’attesa che supera il centinaio di azienda. Una delle caratteristiche fondamentali della manifestazione sono i comitati tecnici. Per ogni edizione ci sono commissioni formate anche da esterni che decidono quali aziende ammettere. La selezione è molto rigida, senza favoritismi. Al Pitti è difficile vedere collezioni non all’altezza. A fianco viene studiata la parte culturale e glamour. Ad esempio la scorsa edizione è stata organizzata al Museo della moda di Palazzo Pitti la mostra The Ephemeral Museum of Fashion, la più vista del 2017, curata da Olivier Saillard e prodotta da Pitti discovery, Gallerie degli Uffizi e Palais Galliera. Non è un caso che il Pitti si tenga a Firenze, che è una sorta di combinazione magica tra persone e luoghi, una città che in tre giorni si trasforma con eventi ovunque. Su un fatturato di circa 40 milioni noi generiamo più di 400 milioni di indotto. Siamo una risorsa importante».
Lei è presidente del Pitti ma non solo.
«Sono presidente da circa due anni dopo aver ricoperto il ruolo di vicepresidente. Da poco è scaduto il mio mandato di presidente di Sistema moda Italia, e ora sono a capo di una nuova federazione che ho fortemente voluto, Confindustria moda. A Milano abbiamo una sede in cui sono riunite tutte le associazioni che fanno parte di Confindustria moda: Smi – Sistema moda Italia, Aimpes (Associazione italiana manifatturieri pellettieri e succedanei), Aip (Associazione italiana pellicceria), Anfao (occhiali), Assocalzaturifici, Federorafi e Unic (Unione nazionale industria conciaria). L’istituzione rappresenta oltre 67.000 aziende del made in Italy che generano 94 miliardi di fatturato, 25 miliardi di bilancia commerciale positiva, 800.000 posti di lavoro. Solo sistema moda Italia pesava per 52 miliardi, significa che uniti abbiamo un’altra forza e un altro peso sia nella Confindustria centrale sia sul governo. Dobbiamo far capire quanto è importante la moda, da sempre vista come un settore importante, ma allo stesso tempo anche come un mondo fatto di viziati, arrogantelli, ricchi che vanno in giro a fare sfilate. Nell’immaginario comune bulloni e tondini sono industria, la nostra attività sembra un gioco. E invece i numeri ci danno ragione. Siamo i numeri uno, in quanto pesiamo per il 35% della moda europea. Siamo la Germania della moda».
Quali differenze ci sono tra essere presidente di Pitti e presidente di Confindustria moda?
«Pitti fa parte del sistema della moda, mentre Confindustria è il sistema della moda italiana. La differenza è che il ruolo di Pitti è più operativo, mentre Confindustria agisce in tre campi: sulla parte sindacale, sulla parte legale (contraffazione e collaborazione con la Guardia di finanza sulla proprietà intellettuale) e con un centro studi. In più c’è la parte di rappresentanza».
La moda uomo parte a Firenze e arriva a Milano, una realtà sempre più ridotta.
«Non parlo di sorpasso, stiamo lavorando in grande armonia e sintonia con la Camera della moda e con Carlo Capasa. Non bisogna parlare di Firenze o di Milano, ma della settimana italiana della moda maschile, fatta da tre giorni e mezzo di Pitti e da tre e mezzo di sfilate a Milano. Pitti è senza dubbio l’evento d’eccellenza, davanti a Milano, Parigi e New York. Londra l’abbiamo schiantata e non esiste più. Fondamentale è lavorare insieme. Il problema non è Milano ma le sfilate, dato che ci sono marchi che hanno deciso di organizzare défilé misti durante la settimana della moda donna. Anche per questo sono diminuite».
Come va il settore da un punto di vista economico?
«Sta crescendo a ritmi doppi rispetto al nostro Pil, siamo intorno al 3% con un export più forte. Gli ultimi tre anni sono stati in crescita, abbiamo iniziato a cambiare il segno da negativo a positivo in Italia, poco perché è il mercato più asfittico, ma l’export ha ripreso in maniera forte. L’import è diminuito e la bilancia commerciale è positiva. La moda sta andando abbastanza bene, tenendo conto della situazione geopolitica nel mondo. Se ci saranno degli aggravi sui dazi americani o ulteriori sanzioni contro la Russia è chiaro che tutto diventerà più difficile. Nel nostro mondo non si possono fare proiezioni a uno due o tre anni, si fanno a sei mesi. Stanno cambiando le logiche della distribuzione e dei cambi di stagione».
Di cosa ha bisogno il made in Italy?
«Di una cosa che sarà difficilissimo ottenere, anche se a mio avviso è un dovere morale continuare a crederci e a provarci. Ovvero, l’obbligatorietà del made in Europa. Siamo l’unica area al mondo in cui non è obbligatorio indicare in etichetta il Paese di produzione. Si può fare un capo in Cina ed esportarlo in Europa senza mettere l’etichetta made in China. Se porto qui un prodotto fatto in Cina e ci scrivo sopra «Viva l’Italia», con un messaggio chiaramente fuorviante, tradisco il cliente ma nessuno batte ciglio. E la Germania e i Paesi del Nord non si oppongono a questa situazione».
Dobbiamo contare di più in Europa?
«Sì, dobbiamo riuscire a garantire la conoscibilità degli elementi legati alle caratteristiche del prodotto, come le indicazioni relative alla provenienza. Ci sono delle logiche assurde. I furbi non siamo solo noi ma anche quei Paesi che si sentono virtuosi, a cominciare dalla Germania. Non voglio fare valutazioni politiche, ma questo ci gioverebbe molto. Gli Stati che ci sostengono non sono pochi, ma non abbastanza per fare la differenza. I maggiori Paesi li abbiamo contro. Secondo punto, bisogna sostenere l’internazionalizzazione dei piccoli marchi, il cui nome deve essere certificato e supportato dalle istituzioni pubbliche, così come hanno fatto molto bene il governo precedente e l’ex ministro Carlo Calenda. Speriamo che si continui sulla stessa strada».
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