Nel teatrino calabro Conte ha perso la faccia
In piena emergenza Giuseppi e compagnia hanno buttato oltre 20 giorni per trovare a chi affidare la sanità della Regione. Ora Guido Longo, ex prefetto di Vibo Valentia, dovrà agire in nome di un governo che in questa telenovela ha confermato tutta la sua inettitudine.

Se c’era un modo per dimostrare l’inettitudine del governo in uno dei peggiori momenti per il nostro Paese, Giuseppe Conte e i suoi ministri lo hanno trovato. Raramente, infatti, accade di assistere allo spettacolo indecente di un esecutivo che non è in grado di prendere una decisione in un’ora grave, ma purtroppo in Calabria è ciò che abbiamo visto. Per oltre venti giorni, il presidente del Consiglio e il responsabile della Salute, Roberto Speranza, non sono stati in grado di scegliere a chi affidare l’organizzazione degli ospedali, dei tamponi e dei vaccini anti Covid, in una Regione già duramente provata dalla perdita della governatrice Jole Santelli e da una mala gestione del servizio sanitario che viene da lontano.

La storia è nota. Agli inizi del mese il commissario straordinario designato da Conte, un ex generale in pensione di nome Saverio Cotticelli, ha candidamente ammesso di non sapere che fosse compito suo organizzare il piano per l’emergenza coronavirus. Tutto ciò nonostante da due anni avesse l’incarico di gestire la Sanità calabrese con pieni poteri. Una dichiarazione di inadeguatezza a ricoprire il ruolo, accompagnata all’impreparazione degli ospedali della Regione nell’affrontare la seconda ondata di pandemia, che hanno trasformato la Calabria in zona rossa, ossia ad alto rischio, perché l’aumento di contagi avrebbe potuto mandare in tilt l’intero sistema. Gioco forza, Conte è stato costretto a degradare sul campo l’ufficiale in pensione e, altrettanto rapidamente, a sostituirlo con Giuseppe Zuccatelli, già amministratore straordinario di un ospedale calabrese. Peccato che un secondo dopo averlo battezzato comandante in capo della Sanità regionale si sia scoperto che il suddetto si era lasciato andare, davanti alle telecamere, a una serie di giudizi sulle misure anti Covid che non consentivano di trasformarlo in un testimonial della lotta al virus. Il video, in cui si diceva che «la mascherina non serve a un c…» e che per contagiarsi bisogna fare lingua in bocca per 15 minuti, ha fatto il giro del Web. Tuttavia, nonostante la pessima figura, Conte e compagni ci hanno messo più di una settimana a rimuoverlo, con il risultato che per dieci giorni gli interventi necessari a potenziare posti letto e ad aumentare le misure protettive anti Covid sono rimasti sospesi in una specie di limbo.

Cacciato anche Zuccatelli, ecco avanzare però un’altra strana coppia, ovvero l’ex rettore dell’università La Sapienza, Eugenio Gaudio, e il fondatore di Emergency, Gino Strada. Neanche il tempo di nominarli in tv, che pure il professore e il medico da campo sono finiti nel cestino della carta straccia.

Il primo, indagato in un’inchiesta sui concorsi universitari truccati, si è sfilato con la scusa che la moglie non voleva lasciare Roma per Catanzaro. Il secondo semplicemente ha messo nero su bianco che con uno come Gaudio non avrebbe collaborato neppure sotto tortura dei talebani. Così, quella che per l’avvocato del popolo era la coppia perfetta per risollevare le sorti della Sanità calabrese, era scoppiata ancora prima di accoppiarsi.

Bruciare quattro commissari in 15 giorni non è un’operazione che riesca a chiunque e dunque a Palazzo Chigi devono essersi presi una pausa di riflessione. Così hanno cominciato a sfogliare la margherita. Nominiamo l’ex ufficiale delle Fiamme gialle Federico D’Andrea oppure l’ex prefetto Francesco Paolo Tronca? È bastato però che il procuratore capo Nicola Gratteri dicesse che per un posto del genere fosse necessaria una persona competente, cosa degna di monsieur de La Palice, che il countdown delle nomine si è fermato un’altra volta. Ma poi, quattro giorni fa, la soluzione a incastro più complicata del cubo di Rubik sembrava risolta, con la convergenza parallela sul nome di Narciso Mostarda, medico sconosciuto ai più ma non al Pd, che lo aveva voluto alla guida dell’Azienda sanitaria di Roma. Giusto il tempo di entrare in Consiglio dei ministri per la ratifica che l’aspirante commissario era già stato aspirato dal camino in cui si bruciano e spariscono disperse nell’aria le candidature.

Così, a quasi un mese dall’intervista del commissario a sua insaputa, ecco avanzare il nome di Agostino Miozzo, medico in pensione e coordinatore del Comitato tecnico scientifico che sussurra a Roberto Speranza. Sembrava fatta, ma poi, a un metro dal traguardo, anche il settimo candidato è stato immolato sull’altare della confusione al governo, perché pare avesse chiesto pieni poteri e anche uno stipendio. Sì, nel pieno dell’emergenza, il presidente del Consiglio, che ha dichiarato lo stato d’emergenza, non è stato capace per settimane neppure di nominare un commissario in Calabria. Alla fine, per disperazione, hanno dato l’incarico a un prefetto, con un passato a Reggio Calabria, tal Guido Longo. Un funzionario dello Stato che dovrà decidere per uno Stato che non sa decidere e neanche c’è.

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