La grande abbuffata

Il governo si è appena insediato, ma già si è capito da che parte penderà e soprattutto di che cosa si occuperà. Atto primo: il nuovo esecutivo ieri ha impugnato la legge regionale del Friuli Venezia Giulia, perché, come recita testualmente il comunicato di Palazzo Chigi, «discrimina i migranti». Atto secondo: il Conte bis riunito d’urgenza ha indicato in Paolo Gentiloni il rappresentante italiano destinato a fare il commissario alla Ue, prendendo il posto di Pierre Moscovici. Se il buongiorno si vede dal mattino, è chiaro dove andranno a parare i ministri che hanno giurato ieri nelle mani del presidente della Repubblica. In barba ai sentimenti e agli orientamenti politici (…)

(…) degli italiani, sarà un governo che favorirà l’immigrazione, anzi gli immigrati, e in particolare promuoverà l’occupazione, non quella delle persone rimaste senza lavoro, ma dei trombati e della nomenklatura politica che si vuole riciclare. Nominare commissario Ue un ex presidente del Consiglio che ha governato per oltre un anno senza essere mai stato scelto dagli italiani e che, alla verifica del voto, è stato mandato a casa senza troppi complimenti, con il peggior risultato mai conseguito dalla sinistra in tutta la sua storia, non significa solo disprezzare le opinioni di chi vota, togliendo valore allo strumento della consultazione popolare, vuol dire anche avere in testa un progetto di conquista del potere.

Già, nulla ci toglie dalla mente che il nuovo esecutivo sia nato per una esigenza di conservazione del sistema, che non ha nessuna intenzione di cambiare al mutare delle maggioranze politiche, ma vuole perpetuare il proprio controllo sullo Stato e sugli apparati della Repubblica. Le elezioni del 4 marzo avevano gettato scompiglio ai vertici del potere, in quello che qualcuno chiama il Deep State, ovvero la zona oscura che non risponde alla leadership politica civile. E infatti il potere ha contribuito a rovesciare i risultati delle elezioni, riportando a Palazzo Chigi gli sconfitti, ovvero coloro che da sempre garantiscono la perpetuazione del controllo sullo Stato. Non importa che i nomi dei ministri siano cambiati e che alcuni addirittura siano perfetti sconosciuti: ciò che conta è che la macchina rodata che consente un ferreo controllo sulle aziende e sugli apparati pubblici non sia messa in discussione e possa continuare a esercitare un indiscusso potere.

Che la partita in gioco nello scontro fra la Lega e i 5 stelle fosse questa lo avevamo intuito da subito, tanto da dedicare settimane fa, alle prime avvisaglie della crisi, una copertina di Panorama a Matteo Renzi con uno strillo eloquente: «Se torna lui». All’interno, con un editoriale intitolato «Ritorno al potere», spiegavamo quale fosse la vera partita in gioco, ricordando i giorni in cui il Rottamatore gettò alle ortiche Enrico Letta per insediarsi al suo posto senza passare dalle elezioni. In quei giorni, l’ex sindaco di Firenze, un giovanotto che con un blitz aveva scalato il Partito democratico, decise di decapitare tutte le aziende partecipate dallo Stato, rimuovendone i consigli di amministrazione. Manager capaci furono mandati a casa a prescindere dai risultati delle aziende da loro guidate e al loro posto vennero insediati uomini che avevano l’ordine di rispondere solo al presidente del Consiglio. Con un colpo di mano, ma forse per una volta tanto sarebbe meglio chiamare le cose con il loro nome, ossia con un colpo di Stato, Renzi prese il controllo del Paese, rimuovendo una dopo l’altra le pedine che contavano. In poche settimane, un giovanotto mai votato divenne il padrone d’Italia, con il potere sulle aziende pubbliche, ma anche sugli apparati di sicurezza, con ramificazioni nelle più alte cariche istituzionali.

Caduto Renzi a causa del referendum costituzionale, non caddero però i suoi uomini, che fino a oggi hanno potuto continuare in gran parte indisturbati il loro lavoro. E però, con una maggioranza diversa, ossia con quella gialloblù esistita fino a poche settimane fa, presto sarebbe giunta l’ora di cambiare e dunque grandi manager, alti ufficiali e potenti funzionari avrebbero dovuto cedere il passo, lasciando che i nuovi arrivati li sostituissero. Avrebbero. Ma essendo entrato in crisi il governo (e ormai si capisce che la crisi è antecedente alla dichiarazione ufficiale di Salvini, perché nei fatti una nuova maggioranza, quella giallorossa, stava per entrare in funzione a sostituzione di quella gialloblù) le nomine non saranno fatte da Salvini, ma da Giuseppe Conte e dunque dal Pd di Matteo Renzi, che ormai conta di riprendersi la scena e soprattutto il potere.

Insomma, i 21 sconosciuti che, rivestiti a festa, ieri hanno giurato fedeltà alla Repubblica, servono a questo: alle nomine, al controllo del potere. Abbiamo calcolato che da qui al prossimo anno ci sono da ricoprire 140 posti nei consigli di amministrazione. Si comincia da Sace e Ansaldo, ma si finirà con Eni, Enel, Ferrovie, Poste, Terna, Rai, eccetera. E poi verranno gli alti papaveri delle forze di sicurezza, generali, comandanti dei servizi segreti e delle forze di polizia, per non parlare delle ambasciate, dei rappresentanti a Bruxelles e negli organismi europei, per finire con Banca d’Italia. Da qui in poi, dunque, comincerà la grande abbuffata per la conservazione del potere, che si concluderà nel 2022 con la torta più importante di tutte, la poltrona del Quirinale, per la quale già sgomitano in tanti, a cominciare da Romano Prodi.

Sì, signori. Pur essendo composta da tanti signor nessuno, questo è il governo del potere, il braccio disarmato della nomenklatura. I ministri servono solo a dire sì in Consiglio, su decisioni che il Deep State ha già preso. Siamo alla ratifica di ciò che vuole Bruxelles, alle porte spalancate all’immigrazione, alla cancellazione della volontà degli elettori per osannare quella del sistema. È la grande battaglia fra élite e popolo. La prima non vuole mollare, il secondo deve decidere che cosa vuole fare se ha intenzione di contare.

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