Boom di entrate con l’aumento dell’occupazione ma il Fmi rompe
Kristalina Georgieva (Ansa)
L’allerta del Fondo monetario internazionale sulla sostenibilità del nostro debito smentita dai dati: l’aumento dell’occupazione ha consentito allo Stato di incassare 24,4 miliardi in più. Non servirà nessuna manovra correttiva. In lutto i nemici del Paese.


Per mesi i giornaloni ci hanno raccontato che il governo si sarebbe presto trovato di fronte al baratro dei conti pubblici. Anzi, per mesi alcune testate sembravano augurarsi che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni fosse messo all’angolo e costretto a più miti consigli proprio dalle condizioni della finanza statale. Dopo l’estate, era il leit motiv di alcuni articoli, Palazzo Chigi sarà indotto a un bagno di «sano» realismo e dovrà fare i conti con le regole di Bruxelles. Sotto sotto, si capiva che il desiderio ultimo era una messa sotto controllo di una leadership considerata troppo autonoma e poco controllabile – ma sarebbe meglio dire ricattabile – dall’opposizione e dai suoi referenti nelle redazioni e nelle sedi istituzionali. L’ennesima occasione che ha messo in luce chi tifa contro il Paese la si è vista con le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale, che nel suo ultimo report ha messo in allerta i mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, un passaggio che secondo alcuni sarebbe stato l’anticamera del commissariamento di Meloni e ministri.

Ma invece, a dispetto degli uccelli del malaugurio, ecco arrivare l’ultimo rapporto di finanza pubblica, a contraddire totalmente la narrazione catastrofica della sinistra e dei suoi giornali. Niente manovra correttiva, nessuna esigenza di rientro dettato dalle norme capestro di Maastricht, sempre più lontana la procedura d’infrazione che i compagni sembravano invocare nella speranza che dall’esterno l’Unione europea potesse avere quella rivincita che il Pd e i suoi alleati non riescono ad avere nell’urna. Già immaginavamo i commenti, con tanto di accuse alla maggioranza di aver scassato i conti pubblici, anche se questi sono stati principalmente sfasciati da reddito di cittadinanza e Superbonus, cavalli di battaglia dei precedenti governi.

A scongiurare una stangata al rientro delle vacanze sono però le entrate che, complici gli aumenti dell’occupazione, hanno consentito allo Stato di incassare 24,4 miliardi in più, l’equivalente di una manovra. Nonostante la sinistra cerchi di negarne gli effetti, l’incremento dei posti di lavoro ha portato a una crescita dell’Irpef, passata da 238,7 miliardi a 243 miliardi, cinque in più del previsto, a cui si sommano le imposte sostitutive sui redditi, che dai 29 miliardi stimati a inizio anno hanno raggiunto i 33,5, con un aumento di 4,5. E poi ci sono le imposte sul reddito delle società, anche queste migliori rispetto a quelle preventivate per ben 6,5 miliardi. E infine le entrate extra tributarie. Insomma, tra aggiustamenti dell’effettivo fabbisogno finanziario e crescita delle imposte, nelle casse dello Stato si ritrovano 24 miliardi in più, una somma sufficiente a smentire tutte le cassandre che si auspicavano un disastro finanziario che mettesse in croce il governo.

Visto che i numeri danno torto a chi sognava il peggio per poter accusare Giorgia Meloni di portare il Paese allo sfascio, immagino che le prossime critiche riguarderanno l’aumento della pressione fiscale. Siccome nelle casse pubbliche, per il buon andamento dell’economia, sono entrate più tasse, vedrete che a sinistra si lamenteranno, criticando il governo per non avere mantenuto la promessa di ridurre le imposte. Non importa che questa accusa cozzi con quella che veniva rivolta all’esecutivo fino a qualche settimana fa, ossia di favorire chi non paga le tasse. Contorsioni e contraddizioni di chi, invece di lavorare per l’Italia, cerca solo uno spunto per ricavare qualche minimo vantaggio politico, anche a costo di schierarsi contro l’interesse nazionale. Nemici dell’Italia che si spacciano per grandi amici.

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