«Se la popolazione autonomamente non si vaccina, certo che la si obbliga: prima si convince il cittadino, poi eventualmente lo si obbliga».
No, non sono parole uscite dalla bocca del professor Roberto Burioni, bensì da quella del ministro della Salute, Giulia Grillo, intervenuta venerdì mattina nel corso di una trasmissione televisiva. «Sicuramente vaccinarsi è fondamentale. L’obbligatorietà la decide la politica in base alla situazione epidemiologica», ha aggiunto la Grillo, precisando che nei casi «in cui non ci sono cali di coperture o epidemie può esserci una forte raccomandazione, come era prima che ci fosse l’epidemia di morbillo o i cali di coperture».
Al netto della supercazzola, dunque, il ministro ha espresso due concetti ben precisi. Primo, ha ammesso che l’obbligo vaccinale è cosa buona e giusta e, secondo, che la necessità di mantenere questo regime è data dall’incapacità della popolazione nel capire l’importanza delle vaccinazioni.
E pensare che meno di due anni fa, al tempo in cui il decreto che ha ripristinato l’obbligo era in discussione in Parlamento, la Grillo era in prima fila per la difesa della libertà di scelta delle famiglie. Tanto da lanciare dal proprio sito personale, nel giugno del 2017, una «fatwa» contro la nuova norma: «Vaccini, fermeremo il decreto Lorenzin». Precisava la deputata pentastellata: «Riteniamo i vaccini fondamentali nella prevenzione delle malattie e il nostro obiettivo è garantire la massima copertura vaccinale», contestando però allo stesso tempo il fatto che «il decreto Lorenzin punta tutto sulla coercizione, esponendosi al rischio, pericolosissimo, di ottenere l’effetto contrario, perché in presenza di genitori preoccupati o dubbiosi sulla vaccinazione, l’obbligo rischia di scoraggiarli ulteriormente». Per questo motivo, sempre in quel mese, le senatrici Elena Fattori e Paola Taverna, oltre alla stessa Grillo, illustravano in una conferenza stampa l’alternativa pentastellata al decreto Lorenzin. Una proposta basata sul principio della «raccomandazione», cioè l’esatto contrario dell’obbligo. Tanto per rimarcare il concetto, trascorso appena un mese, Giulia Grillo condivideva sulla propria pagina Facebook il video dell’intervento in Senato della compagna di partito Paola Taverna. Nel testo del post, un migliaio di «mi piace» e altrettante condivisioni, uno stralcio dell’appassionato discorso: «Vi siete presentati con un decreto folle. Siete in grado di obbligare 10 vaccini ma non siete in grado di garantirne uno. Ministro, tolga da questo decreto ogni coercizione e multa. Facciamo in modo di accompagnare i genitori ad una scelta consapevole, ad un atto volontario. No all’obbligatorietà, sì alla raccomandazione».
Non sappiamo cosa abbia fatto cambiare idea nel frattempo al ministro, ma di certo il clamoroso dietrofront sta provocando più di un mal di pancia nella base del Movimento 5 stelle. Erano molti quelli che speravano, con l’avvento del governo grilloleghista, nell’eliminazione dell’obbligo in virtù di quel «giusto equilibrio tra il diritto all’istruzione e il diritto alla salute» messo nero su bianco nel contratto di governo sottoscritto pentastellati e Carroccio. Chissà se il cambio di direzione della Grillo abbia un qualche legame con la recente decisione da parte di Beppe Grillo di firmare il «Patto trasversale per la scienza», promosso da Roberto Burioni e Guido Silvestri. Una decisione che ha fatto infuriare lo zoccolo duro dell’elettorato del M5s, tanto che il fondatore si è ritrovato quasi a doversi giustificare della firma, ammettendo di non conoscere Burioni e di aver sottoscritto l’appello su proposta del professor Silvestri.
L’ex pasionaria Paola Taverna a settembre dichiarò che non sarebbe più intervenuta sull’argomento, spiegando che «il mio impegno sul tema dei vaccini può considerarsi concluso con la presentazione del mio disegno di legge nella scorsa legislatura». Curiosamente, contattate dalla Verità per un commento sulla nostra indagine in merito all’aumento della spesa vaccinale e del costo delle dosi a seguito dell’introduzione del decreto Lorenzin, sia la senatrice sia il ministro hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. E dire che era stata proprio la Taverna a far scoppiare il caso, presentando a novembre del 2017 un’interrogazione parlamentare ai ministri Lorenzin e Padoan per comprendere come mai l’Aifa non avesse ancora avviato il negoziato con le case farmaceutiche per calmierare i prezzi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >